I Capi del CVM

di Giovanni B. Graglia

La presentazione dei Capi del Corpo Veterinario Militare segue la cronologia dell’evoluzione dell’ordinamento del Corpo a partire dall’unificazione del Paese. Il primo periodo va dall’unificazione della Nazione fino al 1892, quando l’ordinamento del Corpo segna una inopinata regressione. Nel 1859 l’Armata Sarda contava 40 veterinari coordinati da un Ispettore veterinario aggiunto inserito nel Consiglio Superiore Militare di Sanità. Nel marzo 1860 gli Eserciti della Lega contavano ulteriori 22 veterinari che portavano a 62 gli effettivi del nuovo Stato che si stava delineando. Il 9 dicembre 1860 l’immissione di 11 veterinari ex-borbonici e, successivamente, di veterinari ex-garibaldini (R.D. 28/3/1862) porta la forza del Corpo, al 31/12/1864, a 119 Ufficiali di cui 114 in servizio attivo e 5 in aspettativa.

Il R.D. 27 giugno 1861 riunisce in un unico Corpo i veterinari dei vari Reggimenti ed Unità del Regio Esercito Italiano, come venne denominata l’Armata Sarda con R.D del 4 maggio 1861. L’Ispettore aggiunto diventa Ispettore effettivo del Corpo Veterinario Militare ed assimilato al grado di Maggiore. È inquadrato nel Ministero della Guerra del Regno d’Italia. I veterinari, assimilati agli Ufficiali, sono suddivisi in Veterinario in seconda (Sottotenente), Veterinario in prima (Tenente), Veterinario Capo (Capitano) ed Ispettore (Maggiore).

La legge 30 settembre 1873 conferisce agli Ufficiali del Corpo veterinario l’effettivo grado militare. Al Capo del Corpo viene attribuito il grado di Tenente Colonnello e la direzione del servizio di ispezione veterinaria presso il Ministero della Guerra. Completano l’organico 6 maggiori, 15 capitani, 56 tenenti e 30 sottotenenti.

Il 1° marzo 1887 il Capo del Corpo riceve il grado di Colonnello.

Capi ed Ispettori del Corpo Veterinario Militare tra il 1895 ed il 1913

Il Col. vet. Gioacchino Panicali regge l’Ufficio di ispezione veterinaria fino al 9 ottobre 1892, quando quasi settantenne, chiede di essere collocato in ausiliaria a decorrere dal successivo 1° novembre.

Stranamente, per tre anni grado e carica restano vacanti, fino al 16 giugno 1895 quando viene nominato Ispettore del Corpo il Ten. Col. veterinario Orengo Selvaggio Natale che, il 15 ottobre dello stesso anno, viene promosso al grado di Colonnello.

L’abolizione del grado vertice per i veterinari era stata una iniziativa del Ministro della Guerra nell’ambito di una politica di risparmio adottata dal Dicastero. Questa politica di risparmio non aveva però toccato i vertici degli altri Corpi ed aveva scatenato le proteste anche della veterinaria civile, che vedeva nelle affermazioni della veterinaria militare una forma di promozione dell’intera categoria, ancora alle prese con la lotta all’empirismo ed all’abusivismo dei maniscalchi, le stesse battaglie condotte dai colleghi in divisa che lamentavano la troppa fiducia riposta dagli ufficiali di cavalleria nella pratica dei maniscalchi contrapposta all’approccio scientifico dei veterinari.

Ciononostante, il periodo è ricco di fermenti innovativi.

Gli Ufficiali veterinari scrivono con frequenza e competenza sulle riviste professionali: La Clinica Veterinaria, il Moderno Zooiatro, l’Allevatore. Nel 1888 vede la luce anche un “Giornale di Veterinaria Militare”: esce con periodicità mensile, stampato a Udine inizialmente (Tipografia Doretti) poi a Roma (tipografia Voghera).

Il 13 gennaio 1884 vengono approvate le norme di servizio per il Corpo Veterinario Militare in tempo di pace: servizio zooiatrico, assicurato da Ufficiali veterinari con precisi incarichi presso il Ministero della Guerra, presso i Comandi, i Corpi, le Scuole e gli Stabilimenti Militari.

Presso la Direzione Generale di fanteria e cavalleria del Ministero della Guerra è collocato il Capo dell’Ufficio di ispezione veterinaria coadiuvato da un ufficiale veterinario, subalterno prima, Capitano successivamente. Presso ogni Comando di Corpo d’Armata presta servizio un Ufficiale superiore veterinario, mentre gli Ufficiali inferiori assicurano il servizio presso i Corpi e gli Stabilimenti Militari.

L’approvazione delle norme di servizio per il tempo di pace stabilisce una gerarchia tecnico-funzionale tra gli Ufficiali veterinari dell’Esercito.

Nel 1879 vengono istituiti, presso la Scuola di Cavalleria di Pinerolo, i corsi di mascalcia per maniscalchi militari diretti da un Ufficiale veterinario.

Seguirà, nel 1894, l’istituzione dei corsi per Ufficiali veterinari di complemento, anche questi sotto la direzione tecnica di un Ufficiale veterinario.

Al proposito è da rilevare che il Dott. Alessio Lemoigne, professore di zootecnia nella Reale Scuola superiore d’agricoltura di Milano, avanzò un progetto per la conversione allo scopo di una delle Scuole di veterinaria esistenti: per la precisione la trasformazione della Reale Scuola veterinaria di Parma in “Reale Scuola di perfezionamento pei veterinari militari” (Giornale di Veterinaria Militare, anno I, n. 11 pagg. 348-352).

Nel 1905 il Corpo è composto da 176 ufficiali di cui 84 subalterni (Sottotenenti e Tenenti), 75 Capitani e 17 Ufficiali Superiori (Maggiori, Tenenti Colonnelli e Colonnelli).

Agli inizi del secolo XX il Cap. vet. Gallucci iniziava i primi esperimenti di fecondazione artificiale: i risultati vennero portati a conoscenza del mondo scientifico all’inizio del 1911.

Nel frattempo, l’Italia aveva anche intrapreso l’avventura coloniale: nell’autunno 1887 il Corpo di Spedizione italiano agli ordini del Generale Asinari di San Marzano sbarcava a Massaua. Ne facevano parte anche alcuni Ufficiali veterinari, tra questi anche un futuro Ispettore del Corpo, il Capitano Alessandro Costa.

La Clinica Veterinaria del 1894, sotto il titolo “Evviva i Veterinari Militari Italiani!” riporta la notizia del conferimento di due onorificenze (una di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia ed una medaglia di bronzo al valor militare a due Tenenti veterinari, distintisi per attività di comando in zona di operazioni.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento iniziano a funzionare quasi tutti i Laboratori Veterinari Militari che tanta parte ebbero nella soluzione di problemi riguardanti la salute umana e le ricerche più precipuamente veterinarie ed il merito fu principalmente della sagace guida dell’Ispettore Col. Alessandro Costa.

Nel 1905 nacquero gli Istituti siero-vaccinogeni dell’Eritrea e della Somalia, nell’ottobre 1906 iniziò ad operare a Roma, il Laboratorio Batteriologico Veterinario Militare che nel 1935 verrà intitolato al nome del suo fondatore, il Col. Alessandro Costa, per onorarne la memoria.

Nel 1897, a Bologna presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università, prende avvio una collaborazione tra Corpo Veterinario Militare e Università per la produzione del siero antitetanico: è l’inizio del Laboratorio Militare per il siero antitetanico che nel 1926 troverà una sede apposita nella caserma di via Marsili a Bologna e la cui Direzione e gestione nel 1927 passerà al Corpo Veterinario Militare.

Nel 1911 il Corpo Veterinario partecipa alla campagna di Libia con circa 50 veterinari militari, numero grande relativamente alla forza del Corpo Veterinario Militare che all’epoca conta 213 ufficiali.

Secondo le norme per il Servizio Veterinario in Guerra, i veterinari dovranno disimpegnare il servizio sanitario nei vari presidi, attendere alla cura degli animali ricoverati nelle infermerie da campo, accompagnare i convogli viveri e munizioni, vigilare sui parchi buoi, assistere alle macellazioni e ispezionare le carni per le truppe, controllare gli alimenti per i quadrupedi. Inoltre, il Colonnello vet. Alessandro Costa ha voluto che al seguito del Corpo d’Armata funzioni un Gabinetto di batteriologia a sezione ridotta, a cui sono addetti un capitano veterinario per la veterinaria ed un capitano medico per la medicina.

(NB: In didascalia delle foto è riportata una breve biografia)

Il Corpo Veterinario Militare durante la Prima Guerra Mondiale

Nell’immane conflitto che dal 1914 al 1918 doveva sconvolgere l’intera Europa, il Corpo Veterinario Militare si dilata enormemente per sopperire alle infinite necessità dell’Esercito in guerra. Ai 219 ufficiali effettivi in servizio nella primavera del 1915, si aggiungeranno, negli anni successivi altri 2.600 ufficiali di complemento.

All’atto dell’entrata in guerra, il Servizio Veterinario poteva contare su 219 ufficiali effettivi, 39 in posizione ausiliaria, 574 di complemento, 92 della Milizia Territoriale e 113 della Riserva. Nel corso della guerra, la nomina a ufficiale veterinario e l’avanzamento nei vari gradi vengono snelliti: un primo provvedimento, dà la facoltà, sino al 31 dicembre 1915, di nominare ufficiali di complemento i laureati in zooiatria, di età non superiore ai 40 anni; un altro provvedimento prevede che i sottotenenti e tenenti possano essere nominati effettivi a prescindere dagli esami ed un altro ancora concede il grado di maggiore ai professori universitari, di capitano ai veterinari provinciali ed ai veterinari laureati da 15 anni. Il continuo apporto di nuovi laureati, usciti dalle Facoltà di Medicina Veterinaria anche durante la guerra e subito impiegati come ufficiali veterinari nelle file dell’esercito, fu sufficiente a sopperire alle necessità del Corpo e non venne creata, come per i medici, quell’Università Castrense presso cui affluivano gli studenti di medicina degli ultimi anni per un corso di laurea accelerato che li abilitava al grado di aspirante ufficiale medico. Gli studenti di veterinaria vennero in parte impiegati nelle infermerie quadrupedi con i gradi di caporale e sergente, a seconda dell’anno di iscrizione, mentre altri studenti preferirono seguire i corsi allievi ufficiali delle varie armi e partecipare alle vicende belliche come ufficiali nei reparti combattenti.

Per illustrare l’azione del Corpo Veterinario Militare nel conflitto, tra i vari servizi pubblicati dai corrispondenti di guerra, riprendiamo l’articolo «La magnifica e intelligente opera dei veterinari in guerra», apparso su «La Stampa» del 20 gennaio 1917.

“I pazienti collaboratori del soldato sono i quadrupedi: primo fra tutti – con buona pace dei cavalli che, almeno sino a questo momento, non hanno avuto nella guerra la prima parte – il mulo. Chi, lontano dalla guerra, sa quali servigi abbia reso e renda questo ibrido in tutti i settori del fronte? Verrà anche per questo valido, paziente, modesto collaboratore del soldato, il giorno in cui se ne tesseranno pubblicamente gli elogi? Fino ad oggi non vi sono che certe canzoni d’alpini e d’artiglieri, che parlano del mulo con slancio affettuoso. E, dopo il mulo, il cavallo e il bue: ecco i tre personaggi «a quattro zampe» che seguono ed accompagnano, utili e fedeli, l’esercito combattente. È della loro conservazione, della loro salute, che si deve preoccupare, tra gli intricati congegni della macchina guerresca, l’Autorità militare: è per essi che dura, da due anni, una battaglia sanitaria. Per questo noi oggi parliamo di come vengono curati gli animali in guerra, di come vengono preservati dai morbi infettivi che li falcidiano quando l’opera di prevenzione venga meno. Sarà l’elogio dei veterinari: un elogio meritato. La lunga durata della guerra, l’estensione del fronte, la consistenza delle truppe esigono un enorme impiego e un notevole consumo di equini e di bovini. Per non esaurire le risorse della Nazione e non depauperare le popolazioni agricole del loro bestiame, fin dall’inizio del conflitto furono costituite speciali commissioni per l’acquisto di cavalli e muli all’estero e per l’acquisto in America di grandi carichi di carne congelata che continuamente, attraverso l’oceano, viaggiano verso l’Italia. Per il rifornimento dei quadrupedi dell’esercito si sono imposte alcune necessità, quali la vigilanza degli equini negli allevamenti, il mantenimento in efficienza dei depositi, la reintegrazione dei capi morti. Il servizio veterinario militare si occupò di soddisfare ampiamente a tali necessità ed anche di accertare la buona qualità ed il perfetto stato sanitario delle carni degli animali macellati. Per combattere le infezioni è stato istituito a Roma un Gabinetto Batteriologico Veterinario Militare, per la produzione di sieri e vaccini e per la diagnosi di malattie infettive latenti e pericolose per il patrimonio zootecnico dell’esercito. Con la vigilanza, la prevenzione e terapie radicali si è evitata la diffusione delle malattie infettive e si sono eliminati i focolai di morva negli equini e di carbonchio nei bovini e fino ad oggi non si è mai verificato il caso di trasmissione alle truppe di queste due zoonosi. Simili risultati veramente mirabili non furono raggiunti senza un lavoro indefesso e ininterrotto. Si impiantarono, fin dal 1915, speciali stabilimenti di cura per quadrupedi ammalati, infermerie da campo, di tappa e sussidiarie, convalescenziari, gabinetti batteriologici per ogni direzione veterinaria di armata, numerosi posti di medicazione e di pronto soccorso pei quadrupedi che possono far servizio, pur richiedendo cure per malattie leggere e per lievi lesioni chirurgiche, ai quali posti s’inviarono i quadrupedi infermi dei reparti sprovvisti di veterinario”.

Un altro articolo su “l’imponente servizio veterinario”, ad opera di un corrispondente al fronte, appare su «Il Gazzettino» di Venezia del 2 febbraio 1917.

“Il servizio veterinario provvede alla salute dell’enorme massa dei quadrupedi al fronte e nelle retrovie, che sono circa 350.000. Essendo necessari continui rifornimenti all’estero, continuamente piroscafi provenienti dall’America e dall’Asia sbarcano nei nostri porti i loro carichi di cavalli e di muli. Questo materiale però non può, appena giunto, raggiungere l’esercito operante per ragioni d’indole igienica e profilattica. Deve subire che potremmo chiamare preparatorio. A tale scopo i quadrupedi vengono divisi nei vari depositi di acclimatazione, dove natura e scienza concorrono a mettere in piena efficienza la loro potenzialità. La natura opera l’adattamento al nuovo ambiente, la scienza previene e cura le numerose malattie d’infezione che sogliono insorgere. Finito il periodo di acclimatazione i quadrupedi passano ai depositi centrali di rifornimento, donde poi vengono avviati al fronte… È facile comprendere l’importanza dell’opera richiesta dagli ufficiali veterinari in questi depositi territoriali, quando si pensi alla minaccia che sempre incombe sulle agglomerazioni di quadrupedi, rappresentata dall’insorgere e dal diffondersi delle malattie. Informati ai più moderni criteri della scienza, primo loro scopo è quello di prevenirle e, una volta sviluppate, con rapida adozione di mezzi opportuni, quello di circoscriverle, arrestarle o soffocarle. A immediato contatto delle prime linee sono istituiti posti di soccorso e di medicazione, i quali, dopo le prime cure, avviano alle infermerie da campo i quadrupedi che richiedono un periodo di cura più lungo od operazioni di una certa entità; e trattengono e curano sul posto quelli che in breve possono ritornare al loro servizio. I quadrupedi guariti, dalle infermiere passano ai convalescenziari, capaci ciascuno di 250 quadrupedi, che sono impiantati nelle retrovie, hanno ampi locali ed estesi prati per il pascolo e scuderie perfette. Oltre i quadrupedi convalescenti da malattie, vi sono anche ricoverati quelli esauriti dalle lunghe fatiche. Ivi godono di tutte le cure igieniche e dietetiche e mercè lo speciale trattamento riacquistano piena efficienza organica. Gli stabilimenti della Croce Azzurra hanno funzioni simili a quelle dei convalescenziari militari. Furono costituiti per iniziativa di società zoofile, di ippofili e di sportsmen, con fondi provenienti dalla pubblica beneficenza, patrocinata e sovvenzionata dal Ministero della Guerra. Per la parte tecnica vi sono addetti veterinari civili, assunti dall’associazione Croce Azzurra. Mensilmente vengono ricoverati da 12 a 13 mila equini, tra infermerie da campo, convalescenziari militari e della Croce Azzurra. Nei posti di medicazione e presso le unità vengono curati giornalmente circa 11 mila quadrupedi. L’azione dei servizi veterinari si è estesa anche ai parchi buoi e così nei parchi buoi si sono allevati vitelli a centinaia, si è fornito latte ad ospedali militari, quando il latte era eccedente si è curata la fabbricazione del formaggio che fu poi consumato per le truppe. Ecco qualche cifra. Per una sola armata in un anno furono consumati 230.670 litri di latte; sul campo di battaglia sono caduti circa 5.000 cavalli e ne sono andati dispersi circa 400; l’opera dei veterinari restituì guariti ben 25.000 cavalli o feriti o ammalati o indeboliti. E tra gli ufficiali e il personale del Corpo veterinario non mancarono vittime nobilissime, cioè ufficiali e soldati morti combattendo, per modo che anche tra i veterinari parecchi furono decorati al valore”.

Un terzo articolo appare su «l’Ora» di Palermo e viene definito da un veterinario che lo invia in copia al direttore del «Giornale di Medicina Veterinaria» il migliore encomio per la classe veterinaria militare.

«Il servizio veterinario provvede al mantenimento dell’igiene e della sanità fin dai campi d’allevamento, dove le bestie sono curate con sistemi singoli e collettivi; nei depositi di rifornimento al seguito degli eserciti operanti, bada a curare ammalati e feriti, a ricostituire gli esauriti dai lunghi servizi in prima linea; ad accertare la buona qualità della carne macellata… La diffusione di gravi malattie infettive poté essere evitata e furono soffocati focolai di morva e di carbonchio… Infermerie da campo, infermerie di tappa, sussidiarie, convalescenziari, gabinetti batteriologici per ogni Direzione veterinaria d’Armata».

Alcuni dati numerici che esprimono con molta evidenza l’«apporto dei veterinari militari e l’aiuto venuto dai quadrupedi alla vittoriosa conclusione». Il numero complessivo dei cavalli e dei muli presso l’esercito mobilitato arrivò a 320.000 dei quali ben 145.000 furono acquistati all’estero a causa della scarsità del nostro patrimonio equino. Le perdite totali superarono di poco i 76.000 capi, con una percentuale del 22,22 sulla forza totale. Una sommaria idea dell’immane lavoro che la cura dei quadrupedi impose agli ufficiali veterinari si può avere dal numero dei muli e dei cavalli ricoverati nelle infermerie quadrupedi, che furono 260.000 dei quali solo il 12,5% morirono, la maggior parte per le gravissime ferite d’arma da fuoco o per l’azione di aggressivi chimici. Risultati quindi più che lusinghieri. Oltre all’opera svolta presso le infermerie quadrupedi non può essere taciuta quella praticata, con 600.000 interventi, dagli ufficiali veterinari dei reparti combattenti negli improvvisati posti di soccorso a ridosso delle prime linee. La lotta contro le malattie infettive impegnò duramente il Corpo Veterinario Militare negli anni di guerra. La morva mieteva ancora le sue vittime e serpeggiava insidiosamente fra i quadrupedi della II e III Armata, più direttamente impegnate sui fronti operativi fin dai primi mesi di guerra. Si dovette attuare un’azione decisa ed efficace con l’applicazione capillare delle misure profilattiche e l’adozione sistematica del “malleinamento”. Nei tre anni di guerra furono praticate oltre un milione di iniezioni diagnostiche, che portarono all’accertamento di 1060 casi di morva. Altre impegnative lotte l’impegno dei veterinari militari consentì di recuperare pressoché tutti i quadrupedi ammalati, permettendo ai reparti di riprendere totalmente le proprie attività ed ai servizi di assicurare il quotidiano apporto di rifornimenti alle truppe combattenti. Per dare un’idea della importanza del mezzo animale nel movimento quotidiano di derrate alimentari occorrenti alla truppa e di foraggiamento agli animali ricorderemo che occorrevano, per un corpo d’armata, 700 quadrupedi con basto e 250 carrette a traino animale, per il trasporto ai magazzini di corpo d’armata ai luoghi di consumo. I molti encomi, le citazioni sugli ordini del giorno, le attestazioni ed i riconoscimenti anche stranieri, le ricompense per atti di valore, ed il tributo di sangue dei 41 ufficiali veterinari caduti durante il conflitto, sono la testimonianza dell’alta e profonda concezione militare del dovere, che gli ufficiali veterinari tutti seppero offrire senza nulla chiedere.

Tra il Primo dopoguerra e gli Anni 30

Terminato il primo conflitto mondiale, inizia la smobilitazione dell’Esercito. Nel Corpo Veterinario Militare l’avvio alla normalizzazione del proprio apparato, enormemente ingigantito dalle esigenze belliche, procede con molta lentezza suscitando il comprensibile e giusto risentimento di quanti, dopo anni di vita militare, debbono reinserirsi nell’attività professionale civile. Solo verso la fine del 1919 il Corpo Veterinario Militare ha il nuovo organico di pace composto da 1 colonnello, 6 tenenti colonnelli, 18 maggiori, 70 capitani, 109 subalterni.

All’euforia conseguente la vittoriosa conclusione del conflitto subentra, anche nel Corpo Veterinario Militare, un notevole senso di disagio morale e materiale reso ancor più acuto da alcuni provvedimenti del Ministero della Guerra assillato, ora più che mai, da drastiche riduzioni al proprio bilancio. Per contenere le spese, agli ufficiali a cui, per necessità di servizio, era concesso l’uso del cavallo, compresi i veterinari, viene revocato il diritto all’«indennità foraggio» di cui godevano. Ma, ironia della sorte, pressoché contemporaneamente veniva concessa, solo agli ufficiali delle armi combattenti, una nuova «indennità cavallo», con sensibile aggravio di bilancio dato l’elevato numero degli aventi diritto. A ciò si aggiungevano le difficoltà di carriera: la maggior parte degli ufficiali veterinari raggiungevano i limiti di età ed il pensionamento nel grado di capitano.

Questo insieme di circostanze spinge molti ufficiali veterinari in servizio attivo permanente (S.A.P.), nella maggior parte subalterni e capitani, a chiedere di essere collocati nella nuova posizione ausiliaria speciale (P.A.S.) o aspettativa speciale, posizione questa prevista nell’ordinamento post-bellico dell’Esercito ed intesa a favorire lo sfoltimento e la riduzione dei quadri, eccessivamente esuberanti per gli organici di pace. Ma proprio per i veterinari militari il Ministero della Guerra, ritenendoli “necessari ed utili in quanto le condizioni del servizio non lo permettono”, respingeva sia le domande per la P.A.S. sia le domande di dimissioni. La situazione divenne preoccupante quando tutta la categoria dei veterinari italiani insorse pressoché compatta contro quelle che reputava vere e proprie ingiustizie tendenti, seppur non intenzionalmente, ad umiliare il Corpo, chiedendo persino a tutti gli ufficiali veterinari di inoltrare in massa domanda di dimissioni. La solidarietà di tutti i veterinari italiani non tardò a dare alcune soddisfazioni anche se parziali. Fu riconosciuto per intero il periodo del corso di laurea agli effetti della pensione (in precedenza erano valutati solo tre anni), e venne concessa l’indennità professionale parificandola a quella già percepita dagli ufficiali del servizio sanitario. Un’altra minaccia al Corpo Veterinario Militare, ma non solo per questo, si profilò attorno al 1924 allorché l’on. Belluzzi presentò alla giunta generale del bilancio una proposta contenuta nello stato di previsione del Ministero della Guerra, tendente a trasformare radicalmente i diversi servizi dell’Esercito (medico, veterinario, commissariato, contabile) mediante la riduzione del personale attivo, la soppressione del grado militare ed il ricorso a personale civile convenzionato. La proposta non ebbe l’approvazione delle camere.

Con decreto ministeriale del 22 novembre 1922 l’Ufficio di Ispezione Veterinaria, che dipendeva direttamente dal Segretariato generale alla guerra, soppresso, viene fagocitato e passato alle dipendenze dell’Ispettorato Ippico retto da un Generale di cavalleria. Le attribuzioni dell’ufficio del capo del Servizio Veterinario sono fissate dalla circolare n. 58 del «Giornale Militare» del 1924, che a giudizio dei più diretti interessati dell’epoca, vengono valutate come un ulteriore apprezzamento dell’opera svolta dai veterinari militari, convalidata dalla circostanza che al capo del Servizio Veterinario è concessa la firma «d’ordine» e conseguentemente una posizione più indipendente di prima (dal che si deduce che prima non c’era la firma). Mentre per l’ennesima volta veniva bocciata la proposta di istituire il generale veterinario, motivando però la decisione esclusivamente con necessità di bilancio che vedevano allo stesso tempo ridurre drasticamente gli organici nei gradi di generale, il nuovo ordinamento del R. Esercito del 1924 apportava un effettivo e notevole miglioramento agli organici dei veterinari militari soprattutto nei gradi di tenente colonnello, maggiore e capitano; complessivamente: 1 colonnello, 13 tenenti colonnelli, 25 maggiori, 76 capitani, 59 tenenti.

Successivamente, con il decreto dell’8 novembre 1928, vengono previsti, oltre al Colonnello Capo del Corpo, altri tre Colonnelli con il compito di ispettori di Zona veterinaria militare. L’organico del Corpo è ora il seguente: 4 colonnelli, 16 tenenti colonnelli, 30 maggiori, 88 capitani, 56 subalterni. Verso la fine del 1924 riprendono i corsi per il reclutamento dei sottotenenti di complemento del Corpo Veterinario Militare, interrotti da oltre dieci anni. Il Ministro della Guerra dispone che i giovani non presentati alle armi e muniti di laurea in zooiatria, dovranno d’ora in poi compiere un periodo d’istruzione militare di tre mesi (con inizio 1° dicembre 1924) presso due reggimenti di cavalleria: il reggimento cavalleggeri Vittorio Emanuele II (Brescia) ed il reggimento Piemonte Reale Cavalleria (Roma). Ultimato il corso, gli allievi sosterranno le prove di idoneità per il grado di caporale e, se promossi, passeranno ad un corso d’istruzione tecnico professionale della durata di tre mesi (inizio 1° marzo 1925) presso la Scuola di Cavalleria di Pinerolo al termine del quale, se superati gli esami di fine corso, saranno promossi Sottotenenti di complemento per compiere sotto le armi gli obblighi di leva per un periodo non inferiore a tre mesi. L’anno dopo il corso allievi ufficiali verrà svolto integralmente presso la Scuola di Pinerolo, ripristinando una tradizione nata trent’anni prima.

All’indomani della fine delle ostilità in Europa, si erano riaccesi sul territorio libico i focolai di ribellione, mai sopiti, e che avevano acquistato nuovo vigore, approfittando dell’impegno italiano nel conflitto mondiale. Già nel 1919 vennero inviati in Libia i primi rinforzi costituiti da reparti organici nazionali ed indigeni provenienti quest’ultimi in massima parte dall’Eritrea, mentre il Governo tentava di risolvere la grave situazione mediante intese con i capi dei ribelli. Risultati vani i negoziati, nel 1922 iniziano le operazioni militari dopo nuovi apporti di truppe nazionali ed indigene. Per circa un decennio gli ufficiali veterinari dei Corpi Coloniali della Tripolitania e della Cirenaica furono direttamente impiegati nelle operazioni militari al seguito delle molteplici colonne mobili, costituite da reparti celeri dotati di grande autonomia, velocità di movimento, decisa aggressività e montati sui veloci mehari (dromedari da corsa), animali risultati preziosi ed insostituibili per le loro peculiari doti di sobrietà e resistenza, nell’affrontare le ampie distese di sabbia e la rude esperienza del deserto. Anche gli ufficiali veterinari, già abili cavalieri, affrontano con disinvoltura la nuova cavalcatura e formano dei drappelli veterinari cammellati, indossando il tipico equipaggiamento. Intensa fu anche l’attività zootecnica, specie nei territori d’oltremare, con notevoli benefici alle popolazioni locali, e l’attività scientifica portata avanti dai Laboratori ed Istituti del Corpo, veri e propri centri di cultura, di ricerca e di studi.

Il Laboratorio batteriologico di Roma è specializzato nella produzione di sostanze diagnostiche e immunizzanti, nonché centro di ricerche e studi per l’accertamento delle malattie infettive degli equini e di nuovi ritrovati ad alto potere energetico per integrare la razione dei quadrupedi; quello di Bologna è deputato alla produzione di siero antitetanico per uso umano e veterinario e centro di studi ed indagini sperimentali riguardanti il tetano ed altre malattie; ed infine gli Istituti siero vaccinogeni dell’Eritrea e della Somalia, con sede rispettivamente ad Asmara e Merca, sotto la direzione degli ufficiali veterinari, contribuirono alla difesa del patrimonio zootecnico locale, riuscendo a debellare uno dei flagelli più temuti per il bestiame, la peste bovina.

Alcuni dati statistici significativi: nel 1924 la capacità produttiva del siero antipestoso superò le 1.000 dosi giornaliere con l’impiego di circa 600 bovini siero-produttori. Ciò contribuì in maniera determinante allo sviluppo del patrimonio bovino locale, consentendo, nel volgere di pochi anni, di raddoppiare la consistenza che toccò i 750.000 capi. Nel contesto di queste istituzioni, sono da ricordare gli studi e le ricerche dell’allora maggiore Malvicini, apprezzato esperto in bromatologia animale, che nel 1930 diede l’avvio ad importanti sperimentazioni, sfociate, negli anni successivi, nella attivazione di una efficiente industria per la preparazione di mangimi concentrati, che poneva il Servizio Veterinario Militare all’avanguardia di questo settore e antesignano della moderna mangimistica. Una nuova edizione delle «Norme generali sull’organizzazione e funzionamento dei servizi in guerra» è pubblicata nel 1932 in sostituzione della precedente risalente al 1915. Ampio spazio viene dato nel capo X al Servizio di Veterinaria i cui compiti spaziano dalla vigilanza sulle condizioni sanitarie dei quadrupedi alla cura, allo sgombero ed al recupero dei quadrupedi malati o feriti, all’accertamento della buona qualità della carne e dei foraggi, al rifornimento dei materiali di veterinaria e Mascalcia. Per l’attuazione delle molteplici incombenze il servizio dispone, presso le varie grandi unità e presso i corpi e reparti, di organi direttivi ed esecutivi.