I Capi del CVM

di Giovanni B. Graglia

La presentazione dei Capi del Corpo Veterinario Militare segue la cronologia dell’evoluzione dell’ordinamento del Corpo a partire dall’unificazione del Paese. Il primo periodo va dall’unificazione della Nazione fino al 1892, quando l’ordinamento del Corpo segna una inopinata regressione. Nel 1859 l’Armata Sarda contava 40 veterinari coordinati da un Ispettore veterinario aggiunto inserito nel Consiglio Superiore Militare di Sanità. Nel marzo 1860 gli Eserciti della Lega contavano ulteriori 22 veterinari che portavano a 62 gli effettivi del nuovo Stato che si stava delineando. Il 9 dicembre 1860 l’immissione di 11 veterinari ex-borbonici e, successivamente, di veterinari ex-garibaldini (R.D. 28/3/1862) porta la forza del Corpo, al 31/12/1864, a 119 Ufficiali di cui 114 in servizio attivo e 5 in aspettativa.

Il R.D. 27 giugno 1861 riunisce in un unico Corpo i veterinari dei vari Reggimenti ed Unità del Regio Esercito Italiano, come venne denominata l’Armata Sarda con R.D del 4 maggio 1861. L’Ispettore aggiunto diventa Ispettore effettivo del Corpo Veterinario Militare ed assimilato al grado di Maggiore. È inquadrato nel Ministero della Guerra del Regno d’Italia. I veterinari, assimilati agli Ufficiali, sono suddivisi in Veterinario in seconda (Sottotenente), Veterinario in prima (Tenente), Veterinario Capo (Capitano) ed Ispettore (Maggiore).

La legge 30 settembre 1873 conferisce agli Ufficiali del Corpo veterinario l’effettivo grado militare. Al Capo del Corpo viene attribuito il grado di Tenente Colonnello e la direzione del servizio di ispezione veterinaria presso il Ministero della Guerra. Completano l’organico 6 maggiori, 15 capitani, 56 tenenti e 30 sottotenenti.

Il 1° marzo 1887 il Capo del Corpo riceve il grado di Colonnello.

Capi ed Ispettori del Corpo Veterinario Militare tra il 1895 ed il 1913

Il Col. vet. Gioacchino Panicali regge l’Ufficio di ispezione veterinaria fino al 9 ottobre 1892, quando quasi settantenne, chiede di essere collocato in ausiliaria a decorrere dal successivo 1° novembre.

Stranamente, per tre anni grado e carica restano vacanti, fino al 16 giugno 1895 quando viene nominato Ispettore del Corpo il Ten. Col. veterinario Orengo Selvaggio Natale che, il 15 ottobre dello stesso anno, viene promosso al grado di Colonnello.

L’abolizione del grado vertice per i veterinari era stata una iniziativa del Ministro della Guerra nell’ambito di una politica di risparmio adottata dal Dicastero. Questa politica di risparmio non aveva però toccato i vertici degli altri Corpi ed aveva scatenato le proteste anche della veterinaria civile, che vedeva nelle affermazioni della veterinaria militare una forma di promozione dell’intera categoria, ancora alle prese con la lotta all’empirismo ed all’abusivismo dei maniscalchi, le stesse battaglie condotte dai colleghi in divisa che lamentavano la troppa fiducia riposta dagli ufficiali di cavalleria nella pratica dei maniscalchi contrapposta all’approccio scientifico dei veterinari.

Ciononostante, il periodo è ricco di fermenti innovativi.

Gli Ufficiali veterinari scrivono con frequenza e competenza sulle riviste professionali: La Clinica Veterinaria, il Moderno Zooiatro, l’Allevatore. Nel 1888 vede la luce anche un “Giornale di Veterinaria Militare”: esce con periodicità mensile, stampato a Udine inizialmente (Tipografia Doretti) poi a Roma (tipografia Voghera).

Il 13 gennaio 1884 vengono approvate le norme di servizio per il Corpo Veterinario Militare in tempo di pace: servizio zooiatrico, assicurato da Ufficiali veterinari con precisi incarichi presso il Ministero della Guerra, presso i Comandi, i Corpi, le Scuole e gli Stabilimenti Militari.

Presso la Direzione Generale di fanteria e cavalleria del Ministero della Guerra è collocato il Capo dell’Ufficio di ispezione veterinaria coadiuvato da un ufficiale veterinario, subalterno prima, Capitano successivamente. Presso ogni Comando di Corpo d’Armata presta servizio un Ufficiale superiore veterinario, mentre gli Ufficiali inferiori assicurano il servizio presso i Corpi e gli Stabilimenti Militari.

L’approvazione delle norme di servizio per il tempo di pace stabilisce una gerarchia tecnico-funzionale tra gli Ufficiali veterinari dell’Esercito.

Nel 1879 vengono istituiti, presso la Scuola di Cavalleria di Pinerolo, i corsi di mascalcia per maniscalchi militari diretti da un Ufficiale veterinario.

Seguirà, nel 1894, l’istituzione dei corsi per Ufficiali veterinari di complemento, anche questi sotto la direzione tecnica di un Ufficiale veterinario.

Al proposito è da rilevare che il Dott. Alessio Lemoigne, professore di zootecnia nella Reale Scuola superiore d’agricoltura di Milano, avanzò un progetto per la conversione allo scopo di una delle Scuole di veterinaria esistenti: per la precisione la trasformazione della Reale Scuola veterinaria di Parma in “Reale Scuola di perfezionamento pei veterinari militari” (Giornale di Veterinaria Militare, anno I, n. 11 pagg. 348-352).

Nel 1905 il Corpo è composto da 176 ufficiali di cui 84 subalterni (Sottotenenti e Tenenti), 75 Capitani e 17 Ufficiali Superiori (Maggiori, Tenenti Colonnelli e Colonnelli).

Agli inizi del secolo XX il Cap. vet. Gallucci iniziava i primi esperimenti di fecondazione artificiale: i risultati vennero portati a conoscenza del mondo scientifico all’inizio del 1911.

Nel frattempo, l’Italia aveva anche intrapreso l’avventura coloniale: nell’autunno 1887 il Corpo di Spedizione italiano agli ordini del Generale Asinari di San Marzano sbarcava a Massaua. Ne facevano parte anche alcuni Ufficiali veterinari, tra questi anche un futuro Ispettore del Corpo, il Capitano Alessandro Costa.

La Clinica Veterinaria del 1894, sotto il titolo “Evviva i Veterinari Militari Italiani!” riporta la notizia del conferimento di due onorificenze (una di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia ed una medaglia di bronzo al valor militare a due Tenenti veterinari, distintisi per attività di comando in zona di operazioni.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento iniziano a funzionare quasi tutti i Laboratori Veterinari Militari che tanta parte ebbero nella soluzione di problemi riguardanti la salute umana e le ricerche più precipuamente veterinarie ed il merito fu principalmente della sagace guida dell’Ispettore Col. Alessandro Costa.

Nel 1905 nacquero gli Istituti siero-vaccinogeni dell’Eritrea e della Somalia, nell’ottobre 1906 iniziò ad operare a Roma, il Laboratorio Batteriologico Veterinario Militare che nel 1935 verrà intitolato al nome del suo fondatore, il Col. Alessandro Costa, per onorarne la memoria.

Nel 1897, a Bologna presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università, prende avvio una collaborazione tra Corpo Veterinario Militare e Università per la produzione del siero antitetanico: è l’inizio del Laboratorio Militare per il siero antitetanico che nel 1926 troverà una sede apposita nella caserma di via Marsili a Bologna e la cui Direzione e gestione nel 1927 passerà al Corpo Veterinario Militare.

Nel 1911 il Corpo Veterinario partecipa alla campagna di Libia con circa 50 veterinari militari, numero grande relativamente alla forza del Corpo Veterinario Militare che all’epoca conta 213 ufficiali.

Secondo le norme per il Servizio Veterinario in Guerra, i veterinari dovranno disimpegnare il servizio sanitario nei vari presidi, attendere alla cura degli animali ricoverati nelle infermerie da campo, accompagnare i convogli viveri e munizioni, vigilare sui parchi buoi, assistere alle macellazioni e ispezionare le carni per le truppe, controllare gli alimenti per i quadrupedi. Inoltre, il Colonnello vet. Alessandro Costa ha voluto che al seguito del Corpo d’Armata funzioni un Gabinetto di batteriologia a sezione ridotta, a cui sono addetti un capitano veterinario per la veterinaria ed un capitano medico per la medicina.

(NB: In didascalia delle foto è riportata una breve biografia)

Il Corpo Veterinario Militare durante la Prima Guerra Mondiale

Nell’immane conflitto che dal 1914 al 1918 doveva sconvolgere l’intera Europa, il Corpo Veterinario Militare si dilata enormemente per sopperire alle infinite necessità dell’Esercito in guerra. Ai 219 ufficiali effettivi in servizio nella primavera del 1915, si aggiungeranno, negli anni successivi altri 2.600 ufficiali di complemento.

All’atto dell’entrata in guerra, il Servizio Veterinario poteva contare su 219 ufficiali effettivi, 39 in posizione ausiliaria, 574 di complemento, 92 della Milizia Territoriale e 113 della Riserva. Nel corso della guerra, la nomina a ufficiale veterinario e l’avanzamento nei vari gradi vengono snelliti: un primo provvedimento, dà la facoltà, sino al 31 dicembre 1915, di nominare ufficiali di complemento i laureati in zooiatria, di età non superiore ai 40 anni; un altro provvedimento prevede che i sottotenenti e tenenti possano essere nominati effettivi a prescindere dagli esami ed un altro ancora concede il grado di maggiore ai professori universitari, di capitano ai veterinari provinciali ed ai veterinari laureati da 15 anni. Il continuo apporto di nuovi laureati, usciti dalle Facoltà di Medicina Veterinaria anche durante la guerra e subito impiegati come ufficiali veterinari nelle file dell’esercito, fu sufficiente a sopperire alle necessità del Corpo e non venne creata, come per i medici, quell’Università Castrense presso cui affluivano gli studenti di medicina degli ultimi anni per un corso di laurea accelerato che li abilitava al grado di aspirante ufficiale medico. Gli studenti di veterinaria vennero in parte impiegati nelle infermerie quadrupedi con i gradi di caporale e sergente, a seconda dell’anno di iscrizione, mentre altri studenti preferirono seguire i corsi allievi ufficiali delle varie armi e partecipare alle vicende belliche come ufficiali nei reparti combattenti.

Per illustrare l’azione del Corpo Veterinario Militare nel conflitto, tra i vari servizi pubblicati dai corrispondenti di guerra, riprendiamo l’articolo «La magnifica e intelligente opera dei veterinari in guerra», apparso su «La Stampa» del 20 gennaio 1917.

“I pazienti collaboratori del soldato sono i quadrupedi: primo fra tutti – con buona pace dei cavalli che, almeno sino a questo momento, non hanno avuto nella guerra la prima parte – il mulo. Chi, lontano dalla guerra, sa quali servigi abbia reso e renda questo ibrido in tutti i settori del fronte? Verrà anche per questo valido, paziente, modesto collaboratore del soldato, il giorno in cui se ne tesseranno pubblicamente gli elogi? Fino ad oggi non vi sono che certe canzoni d’alpini e d’artiglieri, che parlano del mulo con slancio affettuoso. E, dopo il mulo, il cavallo e il bue: ecco i tre personaggi «a quattro zampe» che seguono ed accompagnano, utili e fedeli, l’esercito combattente. È della loro conservazione, della loro salute, che si deve preoccupare, tra gli intricati congegni della macchina guerresca, l’Autorità militare: è per essi che dura, da due anni, una battaglia sanitaria. Per questo noi oggi parliamo di come vengono curati gli animali in guerra, di come vengono preservati dai morbi infettivi che li falcidiano quando l’opera di prevenzione venga meno. Sarà l’elogio dei veterinari: un elogio meritato. La lunga durata della guerra, l’estensione del fronte, la consistenza delle truppe esigono un enorme impiego e un notevole consumo di equini e di bovini. Per non esaurire le risorse della Nazione e non depauperare le popolazioni agricole del loro bestiame, fin dall’inizio del conflitto furono costituite speciali commissioni per l’acquisto di cavalli e muli all’estero e per l’acquisto in America di grandi carichi di carne congelata che continuamente, attraverso l’oceano, viaggiano verso l’Italia. Per il rifornimento dei quadrupedi dell’esercito si sono imposte alcune necessità, quali la vigilanza degli equini negli allevamenti, il mantenimento in efficienza dei depositi, la reintegrazione dei capi morti. Il servizio veterinario militare si occupò di soddisfare ampiamente a tali necessità ed anche di accertare la buona qualità ed il perfetto stato sanitario delle carni degli animali macellati. Per combattere le infezioni è stato istituito a Roma un Gabinetto Batteriologico Veterinario Militare, per la produzione di sieri e vaccini e per la diagnosi di malattie infettive latenti e pericolose per il patrimonio zootecnico dell’esercito. Con la vigilanza, la prevenzione e terapie radicali si è evitata la diffusione delle malattie infettive e si sono eliminati i focolai di morva negli equini e di carbonchio nei bovini e fino ad oggi non si è mai verificato il caso di trasmissione alle truppe di queste due zoonosi. Simili risultati veramente mirabili non furono raggiunti senza un lavoro indefesso e ininterrotto. Si impiantarono, fin dal 1915, speciali stabilimenti di cura per quadrupedi ammalati, infermerie da campo, di tappa e sussidiarie, convalescenziari, gabinetti batteriologici per ogni direzione veterinaria di armata, numerosi posti di medicazione e di pronto soccorso pei quadrupedi che possono far servizio, pur richiedendo cure per malattie leggere e per lievi lesioni chirurgiche, ai quali posti s’inviarono i quadrupedi infermi dei reparti sprovvisti di veterinario”.

Un altro articolo su “l’imponente servizio veterinario”, ad opera di un corrispondente al fronte, appare su «Il Gazzettino» di Venezia del 2 febbraio 1917.

“Il servizio veterinario provvede alla salute dell’enorme massa dei quadrupedi al fronte e nelle retrovie, che sono circa 350.000. Essendo necessari continui rifornimenti all’estero, continuamente piroscafi provenienti dall’America e dall’Asia sbarcano nei nostri porti i loro carichi di cavalli e di muli. Questo materiale però non può, appena giunto, raggiungere l’esercito operante per ragioni d’indole igienica e profilattica. Deve subire che potremmo chiamare preparatorio. A tale scopo i quadrupedi vengono divisi nei vari depositi di acclimatazione, dove natura e scienza concorrono a mettere in piena efficienza la loro potenzialità. La natura opera l’adattamento al nuovo ambiente, la scienza previene e cura le numerose malattie d’infezione che sogliono insorgere. Finito il periodo di acclimatazione i quadrupedi passano ai depositi centrali di rifornimento, donde poi vengono avviati al fronte… È facile comprendere l’importanza dell’opera richiesta dagli ufficiali veterinari in questi depositi territoriali, quando si pensi alla minaccia che sempre incombe sulle agglomerazioni di quadrupedi, rappresentata dall’insorgere e dal diffondersi delle malattie. Informati ai più moderni criteri della scienza, primo loro scopo è quello di prevenirle e, una volta sviluppate, con rapida adozione di mezzi opportuni, quello di circoscriverle, arrestarle o soffocarle. A immediato contatto delle prime linee sono istituiti posti di soccorso e di medicazione, i quali, dopo le prime cure, avviano alle infermerie da campo i quadrupedi che richiedono un periodo di cura più lungo od operazioni di una certa entità; e trattengono e curano sul posto quelli che in breve possono ritornare al loro servizio. I quadrupedi guariti, dalle infermiere passano ai convalescenziari, capaci ciascuno di 250 quadrupedi, che sono impiantati nelle retrovie, hanno ampi locali ed estesi prati per il pascolo e scuderie perfette. Oltre i quadrupedi convalescenti da malattie, vi sono anche ricoverati quelli esauriti dalle lunghe fatiche. Ivi godono di tutte le cure igieniche e dietetiche e mercè lo speciale trattamento riacquistano piena efficienza organica. Gli stabilimenti della Croce Azzurra hanno funzioni simili a quelle dei convalescenziari militari. Furono costituiti per iniziativa di società zoofile, di ippofili e di sportsmen, con fondi provenienti dalla pubblica beneficenza, patrocinata e sovvenzionata dal Ministero della Guerra. Per la parte tecnica vi sono addetti veterinari civili, assunti dall’associazione Croce Azzurra. Mensilmente vengono ricoverati da 12 a 13 mila equini, tra infermerie da campo, convalescenziari militari e della Croce Azzurra. Nei posti di medicazione e presso le unità vengono curati giornalmente circa 11 mila quadrupedi. L’azione dei servizi veterinari si è estesa anche ai parchi buoi e così nei parchi buoi si sono allevati vitelli a centinaia, si è fornito latte ad ospedali militari, quando il latte era eccedente si è curata la fabbricazione del formaggio che fu poi consumato per le truppe. Ecco qualche cifra. Per una sola armata in un anno furono consumati 230.670 litri di latte; sul campo di battaglia sono caduti circa 5.000 cavalli e ne sono andati dispersi circa 400; l’opera dei veterinari restituì guariti ben 25.000 cavalli o feriti o ammalati o indeboliti. E tra gli ufficiali e il personale del Corpo veterinario non mancarono vittime nobilissime, cioè ufficiali e soldati morti combattendo, per modo che anche tra i veterinari parecchi furono decorati al valore”.

Un terzo articolo appare su «l’Ora» di Palermo e viene definito da un veterinario che lo invia in copia al direttore del «Giornale di Medicina Veterinaria» il migliore encomio per la classe veterinaria militare.

«Il servizio veterinario provvede al mantenimento dell’igiene e della sanità fin dai campi d’allevamento, dove le bestie sono curate con sistemi singoli e collettivi; nei depositi di rifornimento al seguito degli eserciti operanti, bada a curare ammalati e feriti, a ricostituire gli esauriti dai lunghi servizi in prima linea; ad accertare la buona qualità della carne macellata… La diffusione di gravi malattie infettive poté essere evitata e furono soffocati focolai di morva e di carbonchio… Infermerie da campo, infermerie di tappa, sussidiarie, convalescenziari, gabinetti batteriologici per ogni Direzione veterinaria d’Armata».

Alcuni dati numerici che esprimono con molta evidenza l’«apporto dei veterinari militari e l’aiuto venuto dai quadrupedi alla vittoriosa conclusione». Il numero complessivo dei cavalli e dei muli presso l’esercito mobilitato arrivò a 320.000 dei quali ben 145.000 furono acquistati all’estero a causa della scarsità del nostro patrimonio equino. Le perdite totali superarono di poco i 76.000 capi, con una percentuale del 22,22 sulla forza totale. Una sommaria idea dell’immane lavoro che la cura dei quadrupedi impose agli ufficiali veterinari si può avere dal numero dei muli e dei cavalli ricoverati nelle infermerie quadrupedi, che furono 260.000 dei quali solo il 12,5% morirono, la maggior parte per le gravissime ferite d’arma da fuoco o per l’azione di aggressivi chimici. Risultati quindi più che lusinghieri. Oltre all’opera svolta presso le infermerie quadrupedi non può essere taciuta quella praticata, con 600.000 interventi, dagli ufficiali veterinari dei reparti combattenti negli improvvisati posti di soccorso a ridosso delle prime linee. La lotta contro le malattie infettive impegnò duramente il Corpo Veterinario Militare negli anni di guerra. La morva mieteva ancora le sue vittime e serpeggiava insidiosamente fra i quadrupedi della II e III Armata, più direttamente impegnate sui fronti operativi fin dai primi mesi di guerra. Si dovette attuare un’azione decisa ed efficace con l’applicazione capillare delle misure profilattiche e l’adozione sistematica del “malleinamento”. Nei tre anni di guerra furono praticate oltre un milione di iniezioni diagnostiche, che portarono all’accertamento di 1060 casi di morva. Altre impegnative lotte l’impegno dei veterinari militari consentì di recuperare pressoché tutti i quadrupedi ammalati, permettendo ai reparti di riprendere totalmente le proprie attività ed ai servizi di assicurare il quotidiano apporto di rifornimenti alle truppe combattenti. Per dare un’idea della importanza del mezzo animale nel movimento quotidiano di derrate alimentari occorrenti alla truppa e di foraggiamento agli animali ricorderemo che occorrevano, per un corpo d’armata, 700 quadrupedi con basto e 250 carrette a traino animale, per il trasporto ai magazzini di corpo d’armata ai luoghi di consumo. I molti encomi, le citazioni sugli ordini del giorno, le attestazioni ed i riconoscimenti anche stranieri, le ricompense per atti di valore, ed il tributo di sangue dei 41 ufficiali veterinari caduti durante il conflitto, sono la testimonianza dell’alta e profonda concezione militare del dovere, che gli ufficiali veterinari tutti seppero offrire senza nulla chiedere.

Tra il Primo dopoguerra e gli Anni 30

Terminato il primo conflitto mondiale, inizia la smobilitazione dell’Esercito. Nel Corpo Veterinario Militare l’avvio alla normalizzazione del proprio apparato, enormemente ingigantito dalle esigenze belliche, procede con molta lentezza suscitando il comprensibile e giusto risentimento di quanti, dopo anni di vita militare, debbono reinserirsi nell’attività professionale civile. Solo verso la fine del 1919 il Corpo Veterinario Militare ha il nuovo organico di pace composto da 1 colonnello, 6 tenenti colonnelli, 18 maggiori, 70 capitani, 109 subalterni.

All’euforia conseguente la vittoriosa conclusione del conflitto subentra, anche nel Corpo Veterinario Militare, un notevole senso di disagio morale e materiale reso ancor più acuto da alcuni provvedimenti del Ministero della Guerra assillato, ora più che mai, da drastiche riduzioni al proprio bilancio. Per contenere le spese, agli ufficiali a cui, per necessità di servizio, era concesso l’uso del cavallo, compresi i veterinari, viene revocato il diritto all’«indennità foraggio» di cui godevano. Ma, ironia della sorte, pressoché contemporaneamente veniva concessa, solo agli ufficiali delle armi combattenti, una nuova «indennità cavallo», con sensibile aggravio di bilancio dato l’elevato numero degli aventi diritto. A ciò si aggiungevano le difficoltà di carriera: la maggior parte degli ufficiali veterinari raggiungevano i limiti di età ed il pensionamento nel grado di capitano.

Questo insieme di circostanze spinge molti ufficiali veterinari in servizio attivo permanente (S.A.P.), nella maggior parte subalterni e capitani, a chiedere di essere collocati nella nuova posizione ausiliaria speciale (P.A.S.) o aspettativa speciale, posizione questa prevista nell’ordinamento post-bellico dell’Esercito ed intesa a favorire lo sfoltimento e la riduzione dei quadri, eccessivamente esuberanti per gli organici di pace. Ma proprio per i veterinari militari il Ministero della Guerra, ritenendoli “necessari ed utili in quanto le condizioni del servizio non lo permettono”, respingeva sia le domande per la P.A.S. sia le domande di dimissioni. La situazione divenne preoccupante quando tutta la categoria dei veterinari italiani insorse pressoché compatta contro quelle che reputava vere e proprie ingiustizie tendenti, seppur non intenzionalmente, ad umiliare il Corpo, chiedendo persino a tutti gli ufficiali veterinari di inoltrare in massa domanda di dimissioni. La solidarietà di tutti i veterinari italiani non tardò a dare alcune soddisfazioni anche se parziali. Fu riconosciuto per intero il periodo del corso di laurea agli effetti della pensione (in precedenza erano valutati solo tre anni), e venne concessa l’indennità professionale parificandola a quella già percepita dagli ufficiali del servizio sanitario. Un’altra minaccia al Corpo Veterinario Militare, ma non solo per questo, si profilò attorno al 1924 allorché l’on. Belluzzi presentò alla giunta generale del bilancio una proposta contenuta nello stato di previsione del Ministero della Guerra, tendente a trasformare radicalmente i diversi servizi dell’Esercito (medico, veterinario, commissariato, contabile) mediante la riduzione del personale attivo, la soppressione del grado militare ed il ricorso a personale civile convenzionato. La proposta non ebbe l’approvazione delle camere.

Con decreto ministeriale del 22 novembre 1922 l’Ufficio di Ispezione Veterinaria, che dipendeva direttamente dal Segretariato generale alla guerra, soppresso, viene fagocitato e passato alle dipendenze dell’Ispettorato Ippico retto da un Generale di cavalleria. Le attribuzioni dell’ufficio del capo del Servizio Veterinario sono fissate dalla circolare n. 58 del «Giornale Militare» del 1924, che a giudizio dei più diretti interessati dell’epoca, vengono valutate come un ulteriore apprezzamento dell’opera svolta dai veterinari militari, convalidata dalla circostanza che al capo del Servizio Veterinario è concessa la firma «d’ordine» e conseguentemente una posizione più indipendente di prima (dal che si deduce che prima non c’era la firma). Mentre per l’ennesima volta veniva bocciata la proposta di istituire il generale veterinario, motivando però la decisione esclusivamente con necessità di bilancio che vedevano allo stesso tempo ridurre drasticamente gli organici nei gradi di generale, il nuovo ordinamento del R. Esercito del 1924 apportava un effettivo e notevole miglioramento agli organici dei veterinari militari soprattutto nei gradi di tenente colonnello, maggiore e capitano; complessivamente: 1 colonnello, 13 tenenti colonnelli, 25 maggiori, 76 capitani, 59 tenenti.

Successivamente, con il decreto dell’8 novembre 1928, vengono previsti, oltre al Colonnello Capo del Corpo, altri tre Colonnelli con il compito di ispettori di Zona veterinaria militare. L’organico del Corpo è ora il seguente: 4 colonnelli, 16 tenenti colonnelli, 30 maggiori, 88 capitani, 56 subalterni. Verso la fine del 1924 riprendono i corsi per il reclutamento dei sottotenenti di complemento del Corpo Veterinario Militare, interrotti da oltre dieci anni. Il Ministro della Guerra dispone che i giovani non presentati alle armi e muniti di laurea in zooiatria, dovranno d’ora in poi compiere un periodo d’istruzione militare di tre mesi (con inizio 1° dicembre 1924) presso due reggimenti di cavalleria: il reggimento cavalleggeri Vittorio Emanuele II (Brescia) ed il reggimento Piemonte Reale Cavalleria (Roma). Ultimato il corso, gli allievi sosterranno le prove di idoneità per il grado di caporale e, se promossi, passeranno ad un corso d’istruzione tecnico professionale della durata di tre mesi (inizio 1° marzo 1925) presso la Scuola di Cavalleria di Pinerolo al termine del quale, se superati gli esami di fine corso, saranno promossi Sottotenenti di complemento per compiere sotto le armi gli obblighi di leva per un periodo non inferiore a tre mesi. L’anno dopo il corso allievi ufficiali verrà svolto integralmente presso la Scuola di Pinerolo, ripristinando una tradizione nata trent’anni prima.

All’indomani della fine delle ostilità in Europa, si erano riaccesi sul territorio libico i focolai di ribellione, mai sopiti, e che avevano acquistato nuovo vigore, approfittando dell’impegno italiano nel conflitto mondiale. Già nel 1919 vennero inviati in Libia i primi rinforzi costituiti da reparti organici nazionali ed indigeni provenienti quest’ultimi in massima parte dall’Eritrea, mentre il Governo tentava di risolvere la grave situazione mediante intese con i capi dei ribelli. Risultati vani i negoziati, nel 1922 iniziano le operazioni militari dopo nuovi apporti di truppe nazionali ed indigene. Per circa un decennio gli ufficiali veterinari dei Corpi Coloniali della Tripolitania e della Cirenaica furono direttamente impiegati nelle operazioni militari al seguito delle molteplici colonne mobili, costituite da reparti celeri dotati di grande autonomia, velocità di movimento, decisa aggressività e montati sui veloci mehari (dromedari da corsa), animali risultati preziosi ed insostituibili per le loro peculiari doti di sobrietà e resistenza, nell’affrontare le ampie distese di sabbia e la rude esperienza del deserto. Anche gli ufficiali veterinari, già abili cavalieri, affrontano con disinvoltura la nuova cavalcatura e formano dei drappelli veterinari cammellati, indossando il tipico equipaggiamento. Intensa fu anche l’attività zootecnica, specie nei territori d’oltremare, con notevoli benefici alle popolazioni locali, e l’attività scientifica portata avanti dai Laboratori ed Istituti del Corpo, veri e propri centri di cultura, di ricerca e di studi.

Il Laboratorio batteriologico di Roma è specializzato nella produzione di sostanze diagnostiche e immunizzanti, nonché centro di ricerche e studi per l’accertamento delle malattie infettive degli equini e di nuovi ritrovati ad alto potere energetico per integrare la razione dei quadrupedi; quello di Bologna è deputato alla produzione di siero antitetanico per uso umano e veterinario e centro di studi ed indagini sperimentali riguardanti il tetano ed altre malattie; ed infine gli Istituti siero vaccinogeni dell’Eritrea e della Somalia, con sede rispettivamente ad Asmara e Merca, sotto la direzione degli ufficiali veterinari, contribuirono alla difesa del patrimonio zootecnico locale, riuscendo a debellare uno dei flagelli più temuti per il bestiame, la peste bovina.

Alcuni dati statistici significativi: nel 1924 la capacità produttiva del siero antipestoso superò le 1.000 dosi giornaliere con l’impiego di circa 600 bovini siero-produttori. Ciò contribuì in maniera determinante allo sviluppo del patrimonio bovino locale, consentendo, nel volgere di pochi anni, di raddoppiare la consistenza che toccò i 750.000 capi. Nel contesto di queste istituzioni, sono da ricordare gli studi e le ricerche dell’allora maggiore Malvicini, apprezzato esperto in bromatologia animale, che nel 1930 diede l’avvio ad importanti sperimentazioni, sfociate, negli anni successivi, nella attivazione di una efficiente industria per la preparazione di mangimi concentrati, che poneva il Servizio Veterinario Militare all’avanguardia di questo settore e antesignano della moderna mangimistica. Una nuova edizione delle «Norme generali sull’organizzazione e funzionamento dei servizi in guerra» è pubblicata nel 1932 in sostituzione della precedente risalente al 1915. Ampio spazio viene dato nel capo X al Servizio di Veterinaria i cui compiti spaziano dalla vigilanza sulle condizioni sanitarie dei quadrupedi alla cura, allo sgombero ed al recupero dei quadrupedi malati o feriti, all’accertamento della buona qualità della carne e dei foraggi, al rifornimento dei materiali di veterinaria e Mascalcia. Per l’attuazione delle molteplici incombenze il servizio dispone, presso le varie grandi unità e presso i corpi e reparti, di organi direttivi ed esecutivi.

Di nuovo in guerra

Benché i progressi tecnologici e le nuove dottrine belliche imponessero la sostituzione del traino animale con quello meccanico e l’impiego dei nuovi mezzi corazzati al posto della cavalleria, il ruolo dei veterinari militari non diminuisce affatto d’importanza, tanto è vero che nel 1934 l’organico del Corpo viene nuovamente allargato in quasi tutti i gradi.

I colonnelli passano da 4 a 6 di cui uno assegnato alla Scuola Allievi Ufficiali di complemento, i tenenti colonnelli da 16 a 18, i maggiori da 30 a 37 i tenenti da 50 a 60; solo una lieve flessione per i capitani ridotti da 78 a 60.

Nel 1935 l’Italia si appresta ad una nuova impresa africana, la conquista dell’Etiopia.

L’asprezza del territorio, la mancanza assoluta di strade, l’enorme distanza della madrepatria (oltre 6000 km) non fanno certo prevedere una soluzione a breve termine del conflitto, anzi i più quotati osservatori stranieri profetizzano una inevitabile catastrofe per la spedizione italiana.

Si profilano subito, sin dalla fase di preparazione, enormi problemi di rifornimento e movimento delle truppe operanti, il cui successo dipende strettamente da un supporto logistico enorme ed imprevedibile, imperniato sull’uso dei quadrupedi.

Il Corpo Veterinario Militare è al centro dell’attenzione ed ha l’incarico di studiare e risolvere molti problemi di capitale importanza per l’esito della campagna. La fiducia accordata è pienamente riposta.

Oltre un centinaio sono gli ufficiali veterinari direttamente impiegati nell’impresa etiopica, e fra questi molti i giovani tenenti e sottotenenti di complemento.

La compagine del servizio veterinario militare è un modello di organizzazione sia nella fase preparatoria che in quella operativa. Viene istituito un organismo coordinatore di tutti i servizi, l’Intendenza Africa Orientale che riunisce in sé le diverse direzioni d’intendenza, fra cui quella di veterinaria retta dal Ten. Col. dott. G. Conti.

Spetta alla direzione veterinaria d’intendenza sovrintendere presso la base di Massaua a tutte le operazioni di sbarco dei quadrupedi, assisterli, convogliarli poi nelle diverse direzioni presso i reparti, e ancora assicurare i collaudi e la conservazione degli imponenti quantitativi di derrate alimentari di origine animale (dell’ordine di centinaia di migliaia di quintali) destinate alle truppe, e dei mangimi occorrenti ai quadrupedi.

In stretta collaborazione con l’Ufficio Veterinario delle truppe coloniali dell’Eritrea, la direzione veterinaria d’intendenza provvede a reperire in loco altri quadrupedi certamente più resistenti e sicuramente acclimatati.

Nella sola fase preparatoria della campagna sono acquistati sul territorio eritreo ben 7.000 muletti, 900 cammelli, 500 cavalli e 2.000 asinelli, utilissimi quest’ultimi nei servizi cosiddetti a piccolo raggio.

Si calcola che il totale dei quadrupedi impiegati nei cicli operativi raggiungesse la cifra di 90.000 unità, di cui 82.000 trasportati oltremare.

Presso i reparti combattenti il servizio veterinario militare è presente nei quattro Corpi d’armata nazionali e nel Corpo d’armata eritreo con le diverse articolazioni fino ai reparti minori.

Analoga struttura organizzativa si sviluppava poi nello scacchiere sud presso il Comando Forze Armate della Somalia, dove viene istituita la direzione veterinaria retta dal Ten. Col. Caramanna ed incorporata nella Delegazione d’intendenza.

Enorme è l’impegno e l’attività svolta dal servizio veterinario, valutato nella sua globalità, e preziosissimo l’apporto dei centri vaccinogeni dell’Asmara e di Merca considerati, a giusta ragione, fra i migliori del mondo.

Tutta una rete di infermerie quadrupedi, di speciali sezioni (dermatosari), di convalescenziari, di parchi speciali, viene dislocata lungo le grandi direttrici di marcia.

A questa imponente organizzazione primaria, si deve aggiungere quanto viene fatto, per iniziativa personale dagli ufficiali veterinari distaccati presso i reparti combattenti nelle zone avanzate, impegnati quotidianamente alla soluzione di problemi contingenti che richiedono, oltre ad una salda preparazione professionale, non comuni doti di coraggio e prontezza decisionale.

Sintetizzano tutto l’impegno profuso dai veterinari militari nell’assolvimento del loro dovere, la motivazione dell’encomio solenne tributato al Corpo a conclusione dell’impresa etiopica ed il messaggio indirizzato al Corpo veterinario dal Maresciallo Badoglio, già comandante supremo di tutte le truppe in Africa Orientale ed una Medaglia d’Oro al Valor Militare assegnata alla memoria del Cap. vet. Armando Maglioni.

Encomio solenne: “In terra d’Africa, nell’applicarsi con assoluta dedizione alla cura dei mezzi animali di trasporto, che la rapida avanzata su impervi territori rendeva ogni giorno più preziosi, ha confermato le sue tradizioni di perizia”.

Messaggio del Maresciallo Badoglio: “Il continuo estendersi della motorizzazione non toglie davvero importanza ai quadrupedi, specie per un esercito, come il nostro, il quale ha, nel territorio della madre-patria e dell’Impero, imponenti, aspre catene montane. Perciò molto affidamento deve farsi all’opera assidua e benemerita del Corpo veterinario affinché i mezzi animali di trasporto rispondano sempre per numero e qualità, ad ogni possibile esigenza operativa, là dove i mezzi a motore rendano meno o non possano rendere affatto.

La guerra d’Etiopia ha dimostrato all’evidenza il prezioso valore dei mezzi a soma in regioni impervie ed essi hanno certo largamente contribuito al successo, consentendo ai servizi di funzionare quando ancora mancava la possibilità agli automezzi di procedere, né era conveniente o possibile far ricorso ad aerei.

Così essi hanno indubbiamente contribuito a rendere rapida la nostra avanzata durante molte battaglie e particolarmente in quella dell’Ascianghi.

Al Corpo veterinario si deve riconoscere il merito di aver saputo con le sue preveggenti e sagge cure mantenere in efficienza l’ingente massa di quadrupedi delle truppe operanti in Etiopia, e, ciò nonostante, le mille difficoltà opposte dai luoghi, dal clima, dalle situazioni, così come non era mai avvenuto in guerre precedenti.

Tale luminosa conferma di una tradizionale perizia è una sicura promessa per l’avvenire.

E di ciò può particolarmente andare orgoglioso il Corpo veterinario nel celebrare l’annuale della sua fondazione.”

L’esperienza della guerra africana, introduceva nuovi concetti sulla «guerra di movimento» spingendosi verso forme ancor più dinamiche, sintetizzate nell’espressione «guerra di rapido corso».

Si imponeva quindi nel campo organico l’adozione di grandi unità più agili e più manovrabili, con funzioni di comando più semplificate.

Dopo approfonditi studi ed ampie consultazioni, promosse dall’allora Segretario di Stato alla Guerra e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Generale Pariani, si giunse alla determinazione di trasformare la divisione di fanteria da ternaria (basata su tre reggimenti di fanteria) in binaria (due reggimenti di fanteria), rendendola così più agile e incidendo sulla articolazione della massa ai fini della manovra. Con il R.D. n. 2095 del 22-12-1930, tappa importante nella evoluzione organizzativa dell’Esercito italiano, si diede attuazione alle proposte sopra enunciate ed alla costituzione di nuovi Corpi d’armata e di nuove divisioni.

Questa impostazione aumentava conseguentemente tutti i servizi dell’esercito, tra cui quello veterinario che vedeva un ulteriore ampliamento dei propri organici in tutti i gradi della scala gerarchica.

L’ordinamento del Corpo Veterinario Militare nel 1939 comprendeva: 8 colonnelli, 24 tenenti colonnelli, 48 maggiori, 77 capitani e 77 tenenti.

Ma l’ambizioso programma di rinnovamento dell’esercito non andò molto oltre l’aumento del numero dei corpi d’armata e delle divisioni, mentre rimasero pressoché inalterati gli armamenti e non si attuò, come era nelle previsioni, la motorizzazione dei gruppi ippotrainati, di quelli someggiati e dei reparti munizioni e viveri dei reggimenti di artiglieria divisionale.

Nel tardo autunno del 1936, appena terminato il conflitto etiopico, le forze armate italiane si trovano ad affrontare un’altra impegnativa prova in Spagna.

Anche se la partecipazione al conflitto venne coperta dal volontariato (tanto che i militari inviati in quel territorio, almeno nei primi mesi, raggiungevano la Spagna vestiti in borghese) non poche furono le pressioni esercitate specialmente sugli ufficiali per indurli a prender parte al conflitto. La partecipazione italiana fu, all’inizio, modesta, poi si fece sempre più massiccia, fino a comprendere interi reparti organici dell’Esercito.

Ma oltre all’Italia, tutte le grandi nazioni d’Europa, più o meno interessate all’avvenire politico della Spagna, parteciparono direttamente o indirettamente al conflitto, alcune con le armi, pressoché tutte con il denaro o con l’appoggio morale e diplomatico.

Le prime truppe italiane giunte in territorio iberico vennero mascherate sotto la denominazione Missione Militare Italiana in Spagna (M.M.I.S.) che mutò, nel febbraio del 1937 in Corpo Truppe Volontarie (C.T.V.).

Fra i vari servizi del C.T.V. anche quello veterinario presente nelle divisioni di fanteria, nella divisione alpina “Penne nere”, nei reparti autonomi salmerie, negli squadroni di cavalleria, nelle brigate miste “Frecce azzurre” “Frecce Nere” e “Frecce Verdi” così chiamate perché composte da truppe italiane e spagnole.

Numerosi gli episodi di valore e abnegazione compiuti dagli ufficiali veterinari, e molti i decorati al valore.

Nel giugno del 1938, in concomitanza con la ricorrenza della fondazione del Corpo Veterinario Militare esce il primo numero della «Rivista Militare di Medicina Veterinaria» edita dal comando del Corpo e che si ricollega idealmente, raccogliendone l’eredità tecnico-scientifica, a due riviste «Giornale di Ippologia» e «Giornale di Veterinaria Militare», che tanti lusinghieri consensi riscossero, e non solo nell’ambito militare, per il contributo all’evoluzione ed alle conoscenze scientifiche negli anni precedenti la fine del XIX secolo.

L’avvenimento venne salutato con calorose espressioni di adesioni e plauso da tutto il mondo scientifico veterinario e dall’intera categoria.

Lo scoppio del secondo conflitto mondiale trovò l’esercito in piena fase organizzativa, con armamento in massima parte antiquato, con scorte depauperate dalla recente campagna etiopica e dall’intervento in Spagna e dalla pur brevissima occupazione dell’Albania.

Alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia il Corpo Veterinario Militare si presenta in tutta la sua compattezza ed efficienza.

Probabilmente è uno dei pochi, se non l’unico servizio, a non risentire eccessivamente della grave situazione determinata dalla penuria di armamenti e mezzi.

La presenza nella compagine dell’esercito di un alto numero di quadrupedi ancora indispensabili negli oltre 50 reggimenti di artiglieria divisionale, nei dodici reggimenti di cavalleria, nelle divisioni alpine, nei reggimenti di fanteria e genio, impone agli ufficiali veterinari un duro incessante lavoro reso ancor più gravoso dalle esigenze di rapidi spostamenti in sintonia con le concezioni tattiche e strategiche della guerra di movimento.

Per sopperire alla penuria di foraggi e di avena, in massima parte importata dall’estero, già da alcuni anni erano stati realizzati dei mangimi concentrati di varia composizione quali l’«Energon», mangime complesso e bilanciato, melassato a caldo, il «Sintetico» utilizzante solo sottoprodotti delle industrie alimentari umane, il «Complesso composito» concentrato di fieno e paglia mangiativa; tutti prodotti in due grossi stabilimenti militari ubicati a Casaralta (BO) e a Maddaloni (CE), sotto la consulenza tecnica di un gruppo di valenti ufficiali veterinari e con l’ausilio della sezione bromatologica del Laboratorio batteriologico veterinario militare, dotato di un efficientissimo gabinetto di analisi chimico-bromatologiche e di una sala campionaria comprendente, oltre a piante foraggere, i semi, i frutti e i cascami agricoli ed industriali impiegati nell’alimentazione del bestiame.

L’impegno degli ufficiali veterinari non si limita a seguire la preparazione e la produzione dei mangimi, ma si estende anche alla progettazione del macchinario necessario, sempre sotto la feconda guida e la sagace iniziativa del Malvicini.

Il 10 giugno 1940 è di nuovo guerra, ed i veterinari sono chiamati a compiere il loro dovere con le stellette.

Le ostilità iniziano con il breve ciclo operativo del fronte occidentale al quale partecipano 130 ufficiali veterinari che devono assistere i 35.000 quadrupedi dei reparti combattenti e delle salmerie.

Ma ben presto prove molto più impegnative e drammatiche attendono i veterinari militari allorché si apre, alla fine di ottobre del 1940, il fronte greco albanese.

La faciloneria e la superficialità dei capi del regime aveva valutato «utile e facile» l’operazione militare contro la Grecia, non tenendo alcun conto delle caute e prudenti considerazioni dei comandanti militari e del suggerimento dello stesso alleato germanico «di evitare qualsiasi gesto che non fosse di assoluta utilità».

Fu invece una guerra durissima, durata oltre sei mesi, combattuta in zone montagnose impervie, in una stagione terribilmente fredda, lungo un fronte di 250 chilometri.

Il mulo tornò ad essere il grande protagonista del momento (come già lo fu nella Prima guerra mondiale) e da lui dipesero la sopravvivenza e la capacità combattiva dei reparti sulla linea del fuoco. Tutto fu trasportato sul basto del mulo, dai viveri alle munizioni, dalla posta ai pochi generi di conforto che raramente giungevano dall’Italia.

Sugli impervi sentieri di montagna trasformati in torrenti di fango, passarono in un incessante andirivieni i muli delle salmerie con i loro pesanti fardelli carichi anche di speranza allorché trasportavano i feriti ed i congelati provenienti dalla prima linea. Il mulo, il conducente e l’ufficiale veterinario diventano i primi attori in questo drammatico e allucinante palcoscenico di guerra, magistralmente descritto dalla fervida penna del medico scrittore Giulio Bedeschi.

Fu un lavoro incessante, durissimo, oscuro e spesso addirittura commovente e la ricompensa più ambita venne dall’incondizionata ammirazione, dalla riconoscenza e dalla stima di tutti i soldati e principalmente degli alpini. E non è poco.

Ben 160 furono gli ufficiali veterinari dislocati in Albania ed impegnati direttamente al fronte o nelle diverse infermerie quadrupedi divisionali approntate con mezzi di fortuna a ridosso del fronte, o nei più discosti centri di raccolta, veri e propri ospedali dove molti preziosissimi e pazienti muli poterono essere salvati e riutilizzati.

Ma allorché cessarono le ostilità con la Grecia, il contributo dei veterinari militari continuò, rivolto anche al patrimonio zootecnico greco, insidiato da gravi forme infettive ed infestive che stavano dilagando in tutto il territorio ellenico. Un consistente aiuto fu fornito ai veterinari greci soprattutto in vaccini, sieri, medicamenti, presidi diagnostici, consentendo così di contenere e combattere un flagello che altrimenti avrebbe reso ancor più preoccupante la già grave situazione economica di quel paese.

Ma un nuovo fronte si apre nello scacchiere di guerra nei Balcani.

Il 6 aprile 1941, pochi giorni prima della Pasqua, le truppe italiane attraversavano il confine jugoslavo a nord e a sud, mentre le truppe tedesche ed alcuni contingenti romeni, bulgari ed ungheresi, avanzavano dalla Stiria, dalla Carinzia, dalla Romania, dalla Bulgaria e dalla Ungheria.

Stretto da ogni lato e sotto l’urto combinato delle armate italo tedesche, l’esercito jugoslavo, dopo breve resistenza, capitolava dissolvendosi.

L’esercito italiano occupava la Slovenia, la Croazia, la Dalmazia ed il Montenegro.

Dopo un breve periodo di relativa tranquillità, iniziavano nell’estate del 1941 le azioni di guerriglia prima limitate, poi sempre più aggressive e sanguinose, condotte con una determinazione ed una ferocia che non ebbero riscontro nel resto dell’Europa. Fu uno stillicidio continuo e logorante, in un ginepraio di odii nazionali, ideologici, religiosi, in una guerra di tutti contro tutti. In questo clima di continua tensione, che attanaglia ed angoscia, sono chiamati ad operare anche gli ufficiali veterinari.

Nei territori occupati vengono approntate 9 infermerie quadrupedi e numerose sezioni staccate per accogliere i cavalli ed i muli bisognosi di cure.

L’asprezza del territorio impone ancora l’utilizzo dei muli e dei cavalli per sopperire a tutte le necessità della guerra. Si ripete quindi quanto già accaduto in Albania. Gli ufficiali veterinari devono seguire i reparti nelle grandi operazioni di rastrellamento o le colonne di salmerie, che il più delle volte sono gli unici mezzi di collegamento con i reparti che presidiano questo insidioso territorio.

Da ufficiali dei servizi, i veterinari si trasformano a volte in comandanti di reparto combattente, allorché cadono gli ufficiali d’arma, e da veterinari in medici per soccorrere e curare i feriti. Innumerevoli gli episodi di abnegazione, di sacrificio, di valore noti ed ignoti, dei nostri valorosi colleghi, coronati da una medaglia d’oro al valor militare alla memoria del Ten. Vet. Lino Ferretti.

Lo scoppio del conflitto fra la Germania e la Russia coinvolgeva anche l’Italia che inviava, nel luglio 1941, un Corpo di Spedizione (C.S.I.R.) organizzato in Corpo d’Armata e comprendente fra l’altro due divisioni di fanteria autotrasportabile, la «Torino» e la «Pasubio» e la 3° divisione celere «Principe Amedeo» con un totale di 4.600 quadrupedi, e pure questa volta contro il parere dello Stato Maggiore che giudicava tale impegno troppo dispendioso e troppo dispersivo per le nostre provate forze armate, ormai coinvolte su vasti e lontani scacchieri operativi in contrasto con ogni più elementare principio di economia di guerra. Ma more solito, le ragioni politiche ebbero il sopravvento su ogni razionale concetto operativo.

Fra i servizi del Corpo di Spedizione, anche quello di Ippica e Veterinaria (Ufficio di Ippica e Veterinaria) incorporato nell’Intendenza Speciale Est, nome questo subito dopo mutato in quello di Intendenza del Corpo di Spedizione Italiano in Russia. Per regolare l’organizzazione ed il funzionamento dei servizi del Corpo di spedizione, venne stipulata una convenzione con le forze armate germaniche che prevedeva anche la possibilità di assistenza veterinaria, con la fornitura di medicinali veterinari, di avena e di fieno.

I compiti assegnati al servizio di ippica e veterinaria dell’intendenza riguardavano il rifornimento dei quadrupedi, del carreggio, delle bardature e dei finimenti, la provvista dei materiali di veterinaria e mascalcia, la sorveglianza igienica e sanitaria sui quadrupedi, la cura, lo sgombero e il recupero dei quadrupedi ammalati o feriti, l’accertamento delle qualità alimentari delle carni e dei foraggi destinati ai consumi militari.

La complessa organizzazione del Servizio Veterinario si articolava poi secondo le direttive già fissate nel 1932, che prevedevano organi coordinatori, organi direttivi ed organi esecutivi.

Con la consueta solerzia il Servizio Veterinario organizza le infermerie quadrupedi ed i posti di pronto intervento, la raccolta dei mangimi e dei foraggi, e la requisizione dei cavalli russi, molto adatti per il traino a slitta, destinato a sostituire qualsiasi altro mezzo durante l’inverno.

Tra gli argomenti meritevoli di particolare menzione si ricordano le cure profilattiche impiegate in un ambiente nel quale erano generalmente diffuse la morva, il carbonchio, la rabbia, la rogna, l’erpete e la pediculosi, malattie infettive ed infestive facili da contrarre in periodo di operazioni.

Nel mese di marzo del 1942 si verificarono i primi casi di rogna, fortunatamente isolati e curati presso i vari reparti nei casi più benigni, mentre i più gravi vennero ricoverati presso la 17^ Infermeria quadrupedi che fungeva pure da convalescenziario e da infermeria di riserva per tutto il Corpo di spedizione.

L’immediata adozione di tutte le misure profilattiche e curative limitò il fenomeno a 47 casi curati presso i reparti e a 23 ricoveri all’infermeria.

Ancora nel mese di marzo del ‘42 fu effettuata la reazione malleinica per accertare l’eventuale presenza dell’infezione morvosa.

I casi positivi furono 14, tutti riscontrati nel Reggimento «Savoia Cavalleria» e conseguentemente l’intero reggimento fu posto in quarantena, previo l’abbattimento dei cavalli risultati positivi.

Notevoli preoccupazioni al Servizio Veterinario vennero dal sistema di ferratura a ghiaccio in uso nell’esercito italiano, attuato mediante l’applicazione di un ferro a ramponi fissi posteriori ed una grippa a testa anteriore, fissata mediante saldatura, in quanto non fu spedita dall’Italia, o non giunse a destinazione, la speciale sostanza usata per la saldatura. Ma l’arte di «arrangiarsi» era ben conosciuta anche dagli ufficiali veterinari che studiarono ed attuarono, con mezzi di ripiego, nuovi ferri da ghiaccio risultati ugualmente efficienti ed utilissimi.

Per dieci mesi il C.S.I.R. partecipò a tutte le operazioni di questo primo momento della campagna in Russia, ma fu subito evidente la grande disparità di mezzi, di materiale e di uomini fra le forze belligeranti.

Già la prima offensiva invernale russa aveva scosso le baldanzose speranze dell’«Asse» di una rapida soluzione del conflitto in questo scacchiere, e soprattutto il «generale inverno» aveva fatto comprendere tutta la drammaticità della situazione.

Gli italiani debbono cimentarsi anche con i rigori di un freddo inusitato, e la rigidezza del clima ucraino con temperature al di sotto dei meno quaranta, allorché il solo attraversamento di una strada, tra isba e isba, poteva provocare un congelamento.

All’inizio dell’estate del 1942 il C.S.I.R. diventa XXXI Corpo d’armata ed incorporato nella 8° Armata conosciuta come A.R.M.I.R.

Sono fatte affluire sul fronte russo nuove divisioni e fra queste tre alpine, la «Tridentina», la «Cuneense» e la «Julia» che verranno impiegate nelle sterminate pianure del Don, con tutto il loro seguito di carriaggi e salmerie che faranno elevare il numero dei quadrupedi da 4.600 a 25.000 unità.

Al seguito delle truppe alpine giungono in Russia altri ufficiali veterinari e pertanto il numero di questi, compresi quelli già appartenenti al C.S.I.R. ed alle nuove divisioni di fanteria, raggiunge la cifra di 130.

Le fasi successive della campagna di Russia sono storia nota, si è scritto molto in proposito, una storia assurda come assurdo fu tutto ciò che riguardò questo drammatico scacchiere operativo.

Al Servizio Veterinario toccò il compito di salvare il salvabile, compito assolto a costo di innumerevoli sacrifici, di sofferenze estreme, di eroismi noti e sconosciuti.

Solo 4.000 su 25.000 quadrupedi raggiunsero le zone di riordinamento. Ma il prezzo pagato dagli ufficiali veterinari per questa impresa sovrumana fu pesantissimo: 24 colleghi scomparvero inghiottiti dalla voragine della guerra.

Frattanto in Patria il Servizio Veterinario Militare perfezionava la propria struttura adeguandola alle impellenti necessità belliche.

Venne intensificata l’attività presso tutti i grossi stabilimenti di macellazione del bestiame e di preparazione delle carni in scatola, nei quali gli ufficiali veterinari assicuravano l’ispezione degli animali macellati, la vigilanza sulle operazioni di produzione delle conserve di carne e i relativi collaudi; si accentuava la produzione dei mangimi concentrati ormai indispensabili per l’impossibilità di acquistare dall’estero l’avena, si provvedeva con alacrità alla requisizione dai privati dei quadrupedi occorrenti ai nuovi reparti e a rimpiazzare i vuoti creatisi in quelli al fronte.

Anche l’organico degli ufficiali veterinari in S.P.E. subisce nel 1942 un ulteriore allargamento, prevedendo ora nella sua compagine: 10 colonnelli, 27 tenenti colonnelli, 54 maggiori, 87 capitani, 85 tenenti.

Nuovi giovani, in maggioranza sottotenenti di complemento, entrano nel servizio effettivo, e contemporaneamente vengono promossi ad ufficiale superiore, capitani poco più che trentenni.

La Scuola allievi ufficiali di complemento funziona a ritmo serrato, mentre gli studenti di veterinaria vengono per lo più arruolati nei reggimenti di cavalleria, d’artiglieria a cavallo od ippotrainata o negli alpini.

Da ricordare a questo proposito che gli studenti del III e IV anno sono riuniti in appositi reparti nelle città sedi delle facoltà di medicina veterinaria e obbligati a frequentare il corso di laurea al fine di assicurare il necessario apporto di laureati all’Esercito.

Agli studenti universitari è inoltre concesso il grado di sergente, dopo un accertamento di idoneità a ricoprire tale grado.

Il 15 aprile 1943 inizia il corso allievi ufficiali che si concluderà il 15 agosto dello stesso anno: sarà l’ultimo nella storia del Regio Esercito Italiano.

A questo corso sono ammessi d’autorità tutti i giovani laureati con o senza abilitazione, purché idonei al servizio militare, indipendentemente dalla loro posizione di militari già sotto le armi o in attesa di compiere gli obblighi di leva. Intanto, fin dal giugno 1940, ai professori universitari di ruolo delle Facoltà di Medicina Veterinaria venne attribuito il grado di maggiore se professore ordinario o quello di capitano se libero docente, indipendentemente da quello precedentemente rivestito (legge 14 ottobre 1940/1633).

Alle ore 19,45 dell’8 settembre 1943 un laconico messaggio letto alla radio dal Maresciallo Badoglio, capo del governo, annunciava l’armistizio stipulato con gli anglo-americani e la fine delle ostilità da parte delle forze armate italiane.

L’annuncio terminava con una frase che non avrebbe dovuto lasciare dubbi, ma che invece produrrà confusione, incertezze e caos: “Esse reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

L’improvvisa comunicazione dell’armistizio provocò una irreparabile crisi dell’Esercito, colto impreparato dalla reazione tedesca che invece si manifestò decisa, fulminea e ottimamente coordinata nelle varie regioni.

Non mancarono episodi di strenua resistenza agli attacchi dell’ex alleato anche se coinvolsero poche e sparse unità, che si batterono con grande onore e molta determinazione.

La tragedia si abbatté soprattutto sulle truppe italiane delle isole dell’Egeo, di Corfù e di Cefalonia, dove la divisione Acqui si immolò combattendo per oltre 15 giorni sino a quando, completamente esausta e priva di ogni soccorso, venne barbaramente decimata col sacrificio di circa 6.000 uomini fra cui 400 ufficiali.

Nel volgere di pochi giorni il Regio Esercito Italiano si sfasciava e quasi due milioni di uomini, abbandonati a sé stessi, cercarono scampo nella fuga, finendo a centinaia di migliaia nei carri piombati, convogliati in Germania o nei territori ancora occupati dall’esercito tedesco e racchiusi nei campi di concentramento come internati militari.

Ma nello sfacelo generale, mentre tutto sembrava perduto e la nazione totalmente inerte, si accendevano le prime luci della riscossa, nella consapevolezza di poter ancora rappresentare una forza viva.

In Balcania ed in Grecia interi reparti organici, dopo aver resistito alle truppe tedesche, passarono nelle file della resistenza locale e continuarono a combattere con strenuo valore fino alla definitiva conclusione delle ostilità nella primavera del 1945.

La splendida motivazione della medaglia d’oro al valor militare concessa alla memoria del tenente veterinario dott. Villy Pasquali, divenuto intrepido comandante di una compagnia di ex artiglieri schieratasi a fianco dell’esercito di liberazione jugoslavo in Montenegro, testimonia il dramma di questi nostri fratelli che seppero riscattare con il loro martirio e l’olocausto della vita, la pavida inettitudine del Comando supremo in Patria.

Nell’Italia occupata dai tedeschi nascono i primi centri di resistenza armata, formati, all’inizio, in massima parte da ufficiali e soldati del disciolto esercito, mentre si costituisce un governo fascista sotto l’egida tedesca, che prenderà il nome di repubblica sociale italiana.

Al sud, dove i tedeschi non avevano potuto mettere in atto la loro fulminea azione repressiva poiché impegnati contro le truppe alleate che si stavano inoltrando sul territorio nazionale dopo aver occupato la Sicilia, si costituisce, attorno al Re, che nel frattempo aveva raggiunto la città di Brindisi con lo stato maggiore pressoché al completo, un nuovo governo che verrà definito Regno del Sud.

Ed è qui che a soli 20 giorni dall’8 settembre nascerà il primo reparto italiano a fianco dei nuovi alleati anglo-americani e denominato “Primo Raggruppamento Motorizzato”, fulcro del futuro Esercito Italiano.

Nel grande dramma generale anche i veterinari militari dovettero affrontare ognuno il proprio dramma personale.

Chi scelse la strada della resistenza armata contro i tedeschi, chi invece si arruolò nelle forze armate della r.s.i., chi infine rientrò nelle file del nascente Regio Esercito Italiano.

Il Servizio Veterinario Militare si trovò così diviso fra l’Italia del Nord e del Sud.

L’apporto diretto del Servizio Veterinario Militare nel primo nucleo combattente del risorto Esercito Italiano, il I Raggruppamento Motorizzato, doveva necessariamente essere assai modesto, poiché tale unità era dotata esclusivamente di mezzi meccanizzati.

E soltanto nel marzo del 1944, allorché le asprezze del territorio, teatro dei combattimenti, impongono l’utilizzo di truppe addestrate ad operare in montagna (venivano incorporati nel Raggruppamento, il battaglione alpino “Piemonte” con il suo seguito di salmerie e l’omonima batteria d’artiglieria someggiata dotata di pezzi da 75/13), che gli ufficiali veterinari entrano nei reparti combattenti.

Nell’aprile del 1944 il I Raggruppamento Motorizzato, che aveva nel frattempo aumentata la propria forza incorporando altri reparti organici, assume la denominazione di Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.).

Oltre agli alpini, riuniti ora nel 3° reggimento su due battaglioni, (il “Piemonte” ed il “Monte Granero”) e la batteria someggiata, il C.I.L. prevede, nel suo organico, due gruppi autonomi di artiglieria someggiata il IV e il V, con i rispettivi ufficiali veterinari, e la direzione del Servizio Ippico e Veterinario retto da un Ufficiale superiore e Capo dell’Ufficio veterinario.

Il Corpo Italiano di Liberazione, attraverso ulteriori modifiche e con l’immissione di nuovi reparti, si batté con rinnovato eroismo sul fronte operativo italiano, risalendo passo per passo la nostra martoriata penisola, con una abnegazione senza pari e senza limiti.

Ma a questo innegabile contributo alla vittoria finale, si deve aggiungere l’apporto altrettanto prezioso delle cosiddette truppe ausiliarie, incorporate in grandi “Unità Amministrative” mediante la trasformazione delle divisioni costiere 205-209-210-227 e la costituzione delle nuove divisioni la 228-230-231- e 232.

Fra queste meritano un cenno particolare le divisioni ausiliarie 210-209-228 e 231 aggregate alla 5ª Armata Americana e alla 8ª Armata Britannica (da cui il nome di truppe US-ITI e BR-ITI) dotate di reparti salmerie, impiegati per i servizi di prima linea (trasporto munizioni e viveri, sgombero dei feriti ecc..).

La costituzione dei reparti salmeristi ed il loro impiego alle dirette dipendenze dei comandi alleati, costituisce uno degli aspetti di maggior rilievo della collaborazione offerta dall’Italia alle operazioni belliche condotte dagli anglo-americani.

Gli alleati, che non disponevano di simili unità, sentirono l’assoluta esigenza di tali reparti non appena il progredire della guerra portò le loro truppe ad affrontare il nemico nelle zone montane, dove organi di servizi interamente motorizzati, non erano in grado di sostenere le prime linee con l’indispensabile aderenza.

Gli alleati si resero dunque conto ben presto dell’importanza del mulo ai fini del soddisfacimento delle esigenze belliche nella guerra sull’Appennino, e conseguentemente della necessità di affiancare ai reparti salmerie un efficiente servizio veterinario.

Il primo reparto salmerie fu approntato già nell’ottobre del 1943 con un organico di 5 ufficiali, 321 fra sottufficiali e truppa, e 250 quadrupedi, seguito, poco dopo, dal secondo reparto forte di 8 ufficiali, 436 uomini e 344 quadrupedi.

Nel dicembre del 1943 erano già sette i reparti operanti con gli alleati e assegnati alle varie divisioni ausiliarie, e negli anni seguenti furono approntati altri reparti fino a raggiungere, nel 1945, il numero veramente considerevole di trentuno, con migliaia di quadrupedi.

Presso il comando delle divisioni ausiliare sopra ricordate, fu inserito l’Ufficio Veterinario Divisionale, da cui dipendevano gli ufficiali veterinari direttamente impiegati nei reparti salmerie e quelli preposti alla direzione delle infermerie quadrupedi assegnate alle divisioni stesse.

Il Servizio Veterinario era inoltre presente nell’Ufficio di Ippica e Veterinaria – Sezione Servizi del Comando Italiano 212, grossa ed imponente unità dalla struttura ed organizzazione assai complessa, da cui dipendevano, fin dal 1944 tutti i reparti italiani operanti a favore del P.B.S. (Peninsular Base Section) statunitense.

Precise notizie sulla 212ª Infermeria quadrupedi d’Armata, incorporata nella 210ª Divisione ausiliaria operante con la 5ª Armata Americana, sono pervenute dalla famiglia del compianto Maggior Generale Gerardo Palma, già Ispettore e Capo del Servizio Veterinario Militare, tragicamente scomparso in un incidente stradale.

L’allora capitano Palma divenne prima direttore del Centro Raccolta Quadrupedi per le Armate Alleate ubicato a Persano (SA), poi assunse la direzione della 212ª Infermeria quadrupedi, costituita sempre a Persano nel 1944, seguendone tutte le vicende fino allo scioglimento, dopo la conclusione del conflitto.

Oltre alla 212ª e 130ª Infermeria quadrupedi, operavano, in seno alla 210ª Divisione, anche la 110ª e 211: in totale quindi ben quattro infermerie quadrupedi, tutte impiegate sulla Linea Gotica. Ciò dimostra l’importanza attribuita dagli alleati ai reparti salmerie ed al servizio veterinario.

Nel marzo del 1945 tutte le suddette Infermerie passarono sotto il controllo del servizio sanitario della 5ª Armata Americana ed ebbero quale reparto «Parent» il 162° Medical Hospital.

Il contributo degli ufficiali veterinari fu superiore ad ogni elogio e consentì, attraverso l’assistenza diretta nei reparti e le infermerie quadrupedi opportunamente dislocate a ridosso delle prime linee, di mantenere in piena efficienza uno degli elementi decisivi per il conseguimento del successo finale.

Gli encomi decretati alle Infermerie quadrupedi sono la testimonianza della operosità e dell’abnegazione dimostrata dagli ufficiali veterinari.

Sul fronte della resistenza armata contro l’occupante tedesco ed il risorto fascismo repubblicano, l’apporto dei veterinari, militari e civili, fu ammirevole e prezioso.

Il loro impegno non si limitò certamente agli aspetti spiccatamente professionali, anche se i loro interventi valsero spesso a salvare il patrimonio zootecnico, cupidamente bramato da tutte le parti.

Non pochi veterinari entrano nelle formazioni partigiane combattenti con funzioni di comando.

Fra questi un purissimo eroe, il prof. Paolo Braccini, capitano veterinario, docente universitario presso la facoltà di Medicina veterinaria di Torino, membro del Comitato Militare del CLN del Piemonte, organizzatore delle formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”.

Fu catturato il 31 marzo del 1944 e fucilato il 5 aprile. Nel verbale dell’avvenuta fucilazione è riportato “il condannato fa la seguente dichiarazione: viva l’Italia libera”.

Alla sua memoria fu concessa la medaglia d’oro al valor militare.

Alla ricostituzione dell’esercito sotto l’egida della repubblica sociale italiana, vi entrarono anche gli ufficiali veterinari.

Una riflessione, al di fuori degli schemi ideologici e politici, è doverosa per cercare di cogliere le ragioni profonde di una scelta che non tu facile e che fu sofferta.

Quanti nell’inverno del 1943 si ritrovarono in grigio-verde al servizio della r.s.i., erano per lo più reduci dai vari fronti e risposero alla chiamata del nuovo governo per un senso del dovere, che non derivava da un credo ideologico assoluto, ma da condizioni contingenti che in quel momento di immane disordine e confusione condussero ad una scelta in tutta buona fede, come del resto avvenne per coloro che presero altre decisioni ed altre strade.

Ciò accadde in particolare fra i più giovani ufficiali che, vissuti all’ombra del littorio, inquadrati militarmente fin dalla prima giovinezza, cresciuti in un ambiente il cui senso della patria e del dovere erano stati tutto l’orizzonte della loro educazione, visti crollare i valori che fino allora erano stati credibili e che sembravano destinati a durare per sempre, credettero ancora alla possibilità di una alleanza con la Germania, che invece si manifestò, nel tempo, con un comportamento sprezzante e privo di umanità.

L’esercito della r.s.i. nacque quindi tra mille difficoltà, circondato dall’astio e dalla diffidenza dello stesso alleato germanico.

Ciò nonostante, venne ricostituita la Scuola allievi ufficiali veterinari di complemento unitamente a quella per allievi sottufficiali ed allievi graduati maniscalchi a Somma Lombarda, in provincia di Varese, presso il Deposito della cavalleria.

Tornarono a funzionare, cercando di recuperare il salvabile dalle razzie e non solo dei tedeschi, i centri di rifornimento quadrupedi di Monte Spino (Gorizia) e di Lipizza (Trieste), i depositi cavalli stalloni di Reggio Emilia e Ferrara. A Udine fu istituito un parco quadrupedi, carreggio e bardature, ed a Fiume funzionò una efficiente Infermeria quadrupedi.

Nel frattempo, si addestravano in Germania quattro divisioni organiche (la divisione alpina “Monterosa”, la divisione di fanteria di marina “S. Marco”, la divisione di fanteria mista “Littorio” e la divisione di bersaglieri “Italia”) tutte con armamento tedesco, ma uniformi italiane.

In ognuna delle quattro divisioni era presente il Servizio Veterinario articolato sulla falsariga di quello esistente nell’esercito tedesco.

Presso ogni comando di divisione la sezione 4/c era riservata al Servizio Veterinario, mentre nel novero delle truppe d’intendenza divisionale esisteva la Compagnia Veterinaria, inquadrata da ufficiali veterinari e composta da sottufficiali e militari di truppa del servizio veterinario, che si distinguevano per il caratteristico fregio e le mostrine del Corpo. Presso il comando dei reggimenti alpini e d’artiglieria (tutta ippotrainata e someggiata), il Servizio Veterinario era inquadrato nella sezione 4/c reggimentale, e soltanto nei gruppi d’artiglieria erano presenti uno o più ufficiali subalterni veterinari.

I veterinari militari al Nord si trovarono ad operare in condizioni estremamente difficili e a volte umilianti, ma non furono rari i casi per cui il loro fermo e deciso intervento valse a far desistere l’arrogante alleato dal perpetrare le requisizioni di animali a danno delle popolazioni civili.

Le innate doti di umanità e di attaccamento alla professione degli ufficiali veterinari non vennero mai meno anche in questo travagliato periodo della nostra storia e la Linea Gotica non riuscì a dividere il patrimonio spirituale che teneva uniti tutti i veterinari militari, al di là delle barriere e delle divisioni imposte dalla tragica circostanza bellica.

(tratto da “Il Corpo veterinario militare – storia e uniformi” di V. Del Giudice e A. Silvestri – Edagricole, Bologna, 1984)