Post in evidenza

“Veterinaria al femminile”

L’8 marzo è la giornata internazionale dei diritti delle donne. Questa ricorrenza ci consente di ricordare l’attuale presenza femminile nell’ambito della professione che, fino a qualche decennio fa, era quasi ad esclusivo appannaggio maschile. Secondo i dati ufficiali il numero di medici veterinari iscritti all’Ordine, nel 2018, era di 33.302 di cui il 46,5% rappresentato da Colleghe. Numero certamente destinato a crescere. La presenza femminile non è sempre stata tale e, se si considera che le prime scuole veterinarie sono sorte nella seconda metà del ’700, appare solo relativamente recente.

Negli Atti del V Convegno di Storia della Medicina Veterinaria, che si tenne nel 2007, (https://storiamedicinaveterinaria.com/2007-v-convegno-ciso-vet/) la professoressa Alba Veggetti prendendo spunto da un articolo dal titolo Possono le signore laurearsi in medicina veterinaria tracciò la storia delle prime donne veterinarie. L’articolo, del 1914, faceva riferimento ad Aleen Cust che, iscrittasi nel 1894 al Royal Veterinary College di Edimburgo, una volta conseguita brillantemente la laurea si era vista negare, essendo donna, la possibilità di sostenere l’esame per l’abilitazione professionale in Inghilterra, fino al 1922. In Italia la prima laureata in Medicina veterinaria fu Jenny Barbieri, nel 1927, presso l’ateneo bolognese, ma per trovare la seconda, si dovette attendere fino al secondo dopoguerra se non la fine degli Anni 50. A Torino, la prima a laurearsi fu Anna Vigone, nel 1952, (https://storiamedicinaveterinaria.com/2019-1-convegno-a-i-s-me-ve-m/) seguita, l’anno successivo, da Valeria Tappi e quindi da Elena Ferreri, nel 1960.

L’immagine che oggi proponiamo, e che dedichiamo a tutte le colleghe che operano nell’ambito della Medicina veterinaria, è un acquerello realizzato dalla dottoressa Virginia Paolino, medico veterinario, che alla professione abbina un indubbio talento artistico. Il quadro è stato donato dall’A.I.S.Me.Ve.M. alla compianta professoressa Veggetti, prima veterinaria ad ottenere una cattedra universitaria, lo scorso ottobre in occasione dei trent’anni dal I Convegno di Storia della Medicina Veterinaria da lei fortemente voluto e organizzato.

V. Paolino – “Veterinaria al femminile” 2019. Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie – Bologna

Il Pittore dei cavalli

George Stubbs (1724-1806), il cui dipinto più noto – Whistlejacket – è esposto alla National Gallery di Londra è considerato uno dei maggiori “ritrattisti” di cavalli di sempre. Il suo talento si basava anche su una solida conoscenza dell’anatomia veterinaria. All’inizio della sua carriera, trascorse diciotto mesi studiando e disegnando l’anatomia dei cavalli. A tale scopo aveva allestito uno studio in una stalla in cui poteva appendere un cavallo morto a ganci appositamente fissati al soffitto ed eseguire le operazioni necessarie. Rimuoveva con cura la pelle e gli strati muscolari, disegnando ogni successivo passaggio da diverse angolazioni prospettiche mentre proseguiva la dissezione fino a raggiungere lo scheletro (L. Brunori e L. Cianti, La veterinaria nell’arte, Atti del I Convegno Nazionale A.I.S.Me.Ve.M., 2020, 177 – 212 (https://storiamedicinaveterinaria.com/2019-1-convegno-a-i-s-me-ve-m/). Nel 1759 l’artista presentò diciotto studi anatomici ma, sfortunatamente, nessun incisore fu disposto a dare seguito alle incisioni e quindi alla stampa. Stubbs decise quindi di stabilirsi a Londra e di procedere personalmente alla preparazione delle lastre di rame. Il libro fu pubblicato nel 1766, in 150 copie, grazie ad una sottoscrizione. Il risultato fu la prima edizione di The Anatomy of the Horse. Dal punto di vista artistico si può ritenere che tale opera, comprensiva di 18 tavole dedicate allo scheletro e 15 all’apparato muscolare, non sia mai stata eguagliata. Camper, allora professore di anatomia a Groninga, sollecitò più volte l’autore ad intraprendere anche la riproduzione dei visceri, ma Stubbs non si lasciò mai convincere.

George Stubbs – Whistlejacket (ca 1762) (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=861287)

Il Gatto, ma non nero!

Ogni anno, a partire dal 1990, il 17 febbraio ricorre la festa del gatto. Molto risalto è stato dato dal web a tale “ricorrenza”. Tra le ragioni di tale attenzione vi è anche il fatto che il gatto ha raggiunto una posizione preminente tra gli animali d’affezione e, secondo dati recenti, il numero di quelli che condividono stabilmente le mura domestiche ha superato i 7.500.000. Una stima per difetto che non può tener conto di tutti quei gatti che, pur “frequentando a debita distanza” gli esseri umani, mantengono tutta la loro autonomia di felini un po’ girovaghi. Oggi i gatti godono, come tutti i pets, di particolari cure ed attenzioni e se nell’antichità, basti pensare all’Antico Egitto, occupavano una posizione privilegiata, non è sempre stato così, in particolare per i gatti neri. In Italia, permane ancora oggi una certa percezione superstiziosa del gatto nero, da alcuni considerato messaggero di infausti presagi. Nulla di più falso! Non vi è la certezza, ma forse la cattiva nomea potrebbe risalire all’istituzione, nel 1233, dei Tribunali dell’Inquisizione. Come scrive C. Maddaloni (https://storiamedicinaveterinaria.com/2005-iv-convegno-ciso-vet-e-35wahmv/) negli Atti del IV Convegno di Storia della Medicina veterinaria (pp. 383 – 390) con l’emanazione della Bolla “Vox in Rama” da parte di Papa Gregorio IX per il gatto nero si prospettarono tempi duri, tanto da fargli vedere “i sorci verdi” e rimanere vittima di un vero e proprio olocausto. Dal quel momento infatti, e per molti anni a venire, verrà associato alla stregoneria e alle più disparate diavolerie. Tra i gatti neri più noti quello del manifesto pubblicitario di Steinlen, in piena Belle Époque, realizzato per l’omonimo locale di Montmarte.

T. A. Steinlen, Tournée du Chat Noir, 1896, Museo Van Gogh, Amsterdam.
Google Art Project.jpg

I 230 anni della Scuola Veterinaria milanese

Il 2021 è il 230° anno dalla fondazione della Scuola Veterinaria di Milano. Istituita nel 1790 i corsi presero avvio il 1° febbraio 1791. Ebbe inizio come Scuola di Veterinaria minore, ossia dell’arte del maniscalco, con finalità prettamente pratiche e senza legami con il mondo militare. Con l’avvento di Napoleone, fin dai primi anni dell’Ottocento fu innalzata al grado di Scuola superiore, analogamente alle scuole francesi. La prima sede si trovava nei locali dell’ex Lazzaretto e vi insegnarono i professori Giovanni Battista Volpi e Giovanni Battista Lucchini, entrambi formatisi in Francia. Nel 1808 la Scuola venne trasferita presso l’ex convento, degli Agostiniani, di Santa Francesca Romana nella zona dell’attuale Porta Venezia. In tale sede rimase fino al 1927 quando traslocò in via Celoria. Al termine del periodo napoleonico la “Reale Scuola Veterinaria di Milano” che, basata sul modello francese, aveva assunto la veste di un collegio convitto divenne con gli austriaci la “Imperial Regia Scuola Veterinaria di Milano”. Rimase tale fino al 1860 quando, cambiato il quadro di riferimento politico, assunse la denominazione di Regia Scuola Superiore di Medicina Veterinaria. Per approfondire l’argomento si veda: S. Twardzik “L’ Archivio della Regia Scuola superiore di medicina veterinaria di Milano, 1807-1934”, Inventario. Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2020.

Incisione ottocentesca [In Mandelli G., Lauria A. e Cozzi B. (a cura) La Scuola veterinaria di Milano – Due secoli di ordinamenti e statuti 1791-1991. Edizioni Sipiel Milano]

I rimedi naturali

Con la seconda metà dell’Ottocento, analogamente alla Medicina umana, anche la Medicina veterinaria assiste ad un impetuoso progresso delle conoscenze e con esse allo sviluppo delle diverse branche che a partire dall’anatomia si approfondiscono nella fisiologia, nell’anatomia patologica, nella chirurgia e nell’ostetricia per culminare, grazie a Pasteur, in quella che potremmo definire la rivoluzione della microbiologia grazie alle cui conoscenze si cominciò anche a comprendere le cause ed i meccanismi, e quindi la messa a punto di rimedi puntuali, delle malattie infettive e quasi contemporaneamente di quelle parassitarie. Nel giro di pochi anni si assiste alla nascita della Medicina veterinaria scientifica e con essa dell’igiene pubblica e dell’economia applicata alle produzioni animali: la zootecnia. Da “male necessario” l’allevamento assume un ruolo produttivo primario. Fino ad allora la pratica si limitava prevalentemente a facili procedure per cercare di curare semplici disturbi con la somministrazione di rimedi naturali o semplici atti come il salasso, la punzione del rumine, con il trequarti nel caso della timpanite ruminale, o con la ferratura, più o meno correttiva, o qualche “focatura” da parte di maniscalchi non sempre provetti nella pratica dell’arte della mascalcia. Per la verità la farmacopea disponeva di numerosi principi, alcuni anche molto importanti come la digitale. Tutti rimedi molto antichi derivati perlopiù da piante, insetti come la cantaride, o sostanze chimiche. Un vecchio testo inglese (1860) elenca oltre 3000 ricette destinate alla cura dell’uomo. Tuttavia, molti anni sarebbero dovuti trascorrere ancora prima che l’armamentario farmaceutico a disposizione del veterinario, ma anche del medico, diventasse pienamente efficace. L’immagine di oggi, un acquerello francese, ben descrive l’approccio dell’epoca alla cura delle malattie: un misto tra medicina popolare e stregoneria. Alla pervinca erano attribuite proprietà curative per le malattie degli occhi. L’immagine è tratta dal saggio di Gaston Vuillier, pubblicato nel 1899, “Chez les magiciens et les sorciers de la Corrèze” in Le Tour du Monde n° 44 du 4 novembre 1899 p. 524).

La vache malade ou le collier de pervenches
dall’originale conservato presso Pôle Musées de Tulle (F)

Il “Motore animato”

Il ruolo del cavallo, e degli equidi più in generale, nel contesto della rivoluzione agraria è stato evidente fin dal basso Medioevo. In quella fase storica, il cavallo non è più di esclusivo uso militare e dei signori, ma si affianca a quello dei bovini (buoi e vacche) come ausilio nello svolgimento dei lavori agricoli quali l’aratura, l’erpicatura ed in epoca più moderna – quando si sviluppò la meccanizzazione – lo sfalcio dell’erba e la mietitura. Infine, quando si superò la fase dell’agricoltura di sussistenza, il cavallo divenne il motore animato che consentì lo sviluppo delle città, e con esso delle industrie, assicurando l’approvvigionamento delle derrate alimentari e delle merci per buona parte del primo Novecento. Inoltre, nelle città fu indispensabile per i trasporti delle persone fino alla fine dell’Ottocento, momento in cui comparvero i primi tram elettrificati. L’Ottocento e la prima metà del Novecento rappresentarono la fase di massimo impiego del cavallo. Molte furono le razze selezionate e classificate che gli zootecnici, in funzione delle caratteristiche e attitudini, così suddividevano: tiro pesante lento o rapido, carrozziere, da corsa, militare e così via. Numerose erano le fiere ed i mercati dedicati al commercio dei cavalli. L’immagine che viene proposta oggi è un quadro di Rosa Bonheur (1822 – 1899), esponente dell’Impressionismo francese che in più occasioni ha dipinto scene del mondo agricolo. “La fiera dei cavalli” dipinto tra il 1852 ed il 1855 rappresenta il mercato di cavalli che si teneva a Parigi in Boulevard de l’Hôpital. Sono riprodotti esemplari di più razze tra cui spiccano, a destra, una coppia di grigi percheron e a sinistra un altrettanto possente ardennese.

Rosa Bonheur – La fiera dei cavalli
(https://www.metmuseum.org/it/art/collection/search/435702)

La visita del cavallo

L’immagine che viene presentata oggi è una litografia opera dell’artista francese Victor Adam (1801 – 1867). L’artista deve la sua fama, tra l’altro, alla realizzazione delle illustrazioni del volume Faits mémorables de l’histoire de France di Louis Michelant. Sue anche le oltre trecento illustrazioni dell’opera completa del Buffon nell’edizione del 1836. Nella sua carriera, Adam realizzò oltre quattromila litografie su temi storici, scene di costume, di caccia e di cavalli. L’immagine presentata qui mostra il veterinario intento ad auscultare un cavallo. L’artista non ha tralasciato di riprodurre alcuni interessanti particolari quali l’uso, da parte di un aiuto, di un torcinaso per tenere fermo l’animale e la presenza di un collare a stecche per impedire al cavallo di flettere il collo. Simpatica la presenza di un cappello a tuba appoggiato su un barile vicino al cavallo del veterinario: il cappello ha sempre rappresentato un segno distintivo del professionista. L’immagine è tratta da E. Leclainche, Histoire illustré de la Médecine Vétérinaire, Édition Albin Michel, Principauté de Monaco, 1955.

Victor Adam – Prés du vétérinaire

Il “pittore dei gatti” e l’affiche della Clinique Chéron

La prima volta che portiamo un cucciolo dal medico veterinario ci viene rilasciato un libretto sanitario che accompagnerà il nostro fedele amico per tutta la vita. Sul libretto vengono registrate le diverse vaccinazioni, lo stato di salute, le eventuali malattie e ogni altra informazione utile. Esistono svariati “modelli” di libretto, talvolta sponsorizzati anche da aziende del settore. A qualcuno sarà capitato di riceverne uno riproducente un manifesto pubblicitario di inizio Novecento: la Clinique Chéron di Parigi. L’affiche era stata commissionata dal titolare della clinica veterinaria, il dott. Chéron, all’artista Theophile Alexandre Steinlen (Losanna 1859 – Parigi 1923) nel 1905. In piena Belle Époque Steinlen fu uno dei più prolifici disegnatori ed incisori di manifesti pubblicitari. Tra i soggetti prediletti vi erano i gatti che gli valsero l’appellativo di “pittore dei gatti”. Steinlen è anche l’autore del famoso manifesto Tournée du Chat Noire. Ancora oggi molti dei suoi “gatti” sono riprodotti in vari oggetti d’arredamento.

T. A . Steinlen – Clinique Chéron (1905) Museo di Arti decorative Parigi

L’Esposizione internazionale d’avicoltura

Un articolo del Giornale della Reale Società ed Accademia di Veterinaria di Torino ci informa che tra il 4 ed il 7 giugno del 1892, a Torino nel Giardino della Cittadella, si tenne la seconda Esposizione internazionale d’avicoltura. La prima edizione si era svolta quattro anni prima a Roma. L’Esposizione era stata organizzata dalla Società Zootecnica Italiana presieduta dal marchese Carlo Compans di Brinchanteau. Contrariamente alle aspettative degli organizzatori non vi fu una grande partecipazione dall’estero. Furono comunque esposti 350 gruppi di animali tra cui spiccavano la razza padovana, nelle sue varietà giganti e polverara, la razza livornese che fu la sorgente della razza Leghorne, soggetti appartenenti a molte razze tra cui alcuni esemplari della Dorking, della Plymouth Rock, dell’Amburgo, della Bantam, della Houdan e della Cravecour. Relativamente a queste ultime due l’estensore dell’articolo, il prof. Antonio De Silvestri, si sofferma sulla descrizione delle loro creste, piccole e dalla conformazione particolare. Egli scrive che tali creste danno una certa eleganza a tali razze, ma credo debbansi preferire le grandi creste ed i lunghi bargigli dei nostri galli e delle nostre galline costituendo essi un cibo assai saporito, molto ricercato e caramente pagato. Creste e bargigli sono alla base della finanziera, piatto tipico della cucina povera piemontese. Nell’800 divenne un piatto molto ricercato ed elitario come si evince anche dall’articolo prof. De Silvestri.

Certamente il gallo e le galline rappresentate da Évariste Carpentier (1845 – 1922) nel dipinto presentato oggi avrebbero incontrato il favore del prof. De Silvestri.

Le nourrissage des poules