Post in evidenza

Il rapporto uomo e animali

“Spazio culturale piemontese”, in collaborazione con l’A.I.S.Me.Ve.M., propone una conferenza online su “Storia del rapporto tra uomo e animali. Relatore il Dott. Mario Piero Marchisio, Presidente della Associazione e Comandante del Centro Militare Veterinario di Grosseto. L’appuntamento è per Lunedì 17 maggio alle ore 21. Il link per partecipare sulla piattaforma Microsoft Teams dovrà essere richiesto alla Prof.ssa Angela Delgrosso, responsabile di “Spazio culturale piemontese” all’indirizzo mail info@spazioculturalepiemontese.it

Post in evidenza

Napoleone e la Veterinaria

Oggi, 5 maggio, ricorre il bicentenario della morte di Napoleone. Da più parti si discute se sia il caso di commemorare la figura dell’Imperatore, grande innovatore e allo stesso tempo chiaro esempio di un potere dispotico. In questa sede a noi preme cogliere l’occasione per ricordare il suo rapporto con la Veterinaria. A lui si deve infatti la prima regolamentazione della presenza e della funzione dei veterinari nell’Armata francese, modello che dopo la Restaurazione fu ripreso e mantenuto anche nell’Armata sarda e, dopo il 1861, nel Regno d’Italia. In Francia, un atto del 25 marzo 1776 aveva provveduto a creare la figura del maniscalco militare. Con successiva disposizione del 20 gennaio del 1794 (1 plouviôse an II), fu loro attribuito il titolo di artistes-véterinaires. Nel 1813 vennero “promossi” a marescialli veterinari in prima o in seconda. A far tempo dal 15 luglio dello stesso anno, ogni reggimento di cavalleria e battaglione di treno prevedeva nel proprio organico le due figure veterinarie. Fin dal 1802 era previsto che i corpi di cavalleria inviassero, complessivamente, 15 allievi per ciascuna delle due Scuole allora esistenti: Lione e Alfort. Merita anche ricordare come, a partire dal 1800, nell’Armata napoleonica la ferratura dei cavalli fosse regolamentata con alcuni articoli, dal 69 al 77, del decreto del 28 aprile (Arrêté dell’8 floreal an VIII).

Tutto ciò premesso, Napoleone, che disponeva di un grande numero di cavalli ad uso personale, si avvaleva anche delle prestazioni di zoojatri “liberi esercenti” nelle zone in cui si trovava durante le sue numerose campagne militari. Ne è testimonianza il caso, verificatosi dopo la battaglia di Cosseria (13 -14 aprile 1796), durante la prima Campagna d’Italia, di cui ci dà notizia il dottor Giovanni Giacomo Bonino. Commemorando il socio Giuseppe Antonio Luciano, nell’adunanza della R. Accademia d’agricoltura di Torino del 30 gennaio 1851, scrive “… allorquando, divenuto il borgo di Lesegno nell’aprile del 1796 sede del quartier generale dell’esercito capitanato da Napoleone Bonaparte, questi gli affidava [al Luciano ndr] le cure di un suo prediletto cavallo stato ferito presso il castello di Cosseria, e ne rimaneva così satisfatto, che, ricusando nobilmente il Luciano la offertagli rimunerazione, il gran Capitano, profondo conoscitore qual era degli uomini, promettevagli che avrebbe avuto cura di lui, (qu’il l’aurait soigné), qualora avesse voluto seguirlo …

Andrea Appiani, “Battaglia di Napoleone al ponte di Lodi”, 1800-1801 ca.,
Milano, Galleria d’Arte Moderna:
 modello per la seconda delle ventinove tele “I fasti di Napoleone” (dalla battaglia di Montenotte del 1796, alla vittoria di Friedland nel 1807) che furono dipinte su commissione del viceré Eugenio de Beauharnais per la decorazione della Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale (Milano) e che vennero inesorabilmente distrutte nei bombardamenti del 1943 (da: http://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/2d030-00216/)

Non conosciamo la frequenza di tali episodi, ma non possiamo escludere che il ripetersi di tali evenienze abbia spinto il Bonaparte a regolamentare e dare il giusto risalto al servizio veterinario dell’Armata, in particolare durante il successivo periodo imperiale. A conferma di questo, va anche ricordato che il “modello francese” di supporto integrato alla cavalleria da parte di maniscalchi-veterinari ufficiali poté essere esteso in Italia solo dopo la costituzione del Regno d’Italia, nel 1805. Infatti, fu sicuramente anche questo uno dei motivi che portarono, in pochi anni, ad un completo riassetto delle scuole di formazione non solo militari, ma anche veterinarie, di tutto il Nord Italia: alcune sedi universitarie, come ad esempio Pavia, furono momentaneamente trasformate in Scuole Militari, sul modello di Fontainebleau; le Scuole Veterinarie “minori” furono progressivamente soppresse (Ferrara, Modena, Padova), contemporaneamente alla rifondazione della Scuola Veterinaria di Milano, che fu elevata al rango di scuola “teorico-pratica completa”, sul modello di Lione e di Alfort. Similmente a quanto già avveniva in Francia, dal 1808 anche in Italia la formazione veterinaria di quattro allievi militari, selezionati e inviati alla Scuola di Milano, era finanziata dal Ministero della Guerra. In questo ampio processo di riorganizzazione, durato alcuni anni, ebbe un ruolo importante anche Eugenio Beauharnais, viceré d’Italia, che rendicontava puntualmente all’Imperatore anche tutti i fatti (e le spese) della cavalleria nel Regno.

Sicuramente in Italia Napoleone cavalcò diversi cavalli: ne perse uno, ferito mortalmente durante la battaglia di Arcole e per il quale non fu possibile nessuna cura … ne lasciò un altro, donato al fedele Beauharnais, che soggiornò probabilmente per anni nelle scuderie della Villa Reale di Monza e che, ci piace pensare, possa esser stato curato proprio presso la Scuola Veterinaria Milanese. Era il destriero con cui, prima ancora di incontrare il celebre Marengo (e tanti altri ancora), Napoleone cavalcò tra le dune e le sabbie d’Oriente, durante la nota Campagna d’Egitto (1798-99). Alla sua morte, il suo scheletro fu preparato e conservato nel Museo Anatomico Veterinario di Milano.

Carlo Rinaldi – Ivo Zoccarato

Jean-Antoine Gros, “La battaglia delle piramidi”, 1810, Trianons Versailles

Post in evidenza

Un aggiornamento biografico

La pagina delle biografie si arricchisce di nuovi contributi con la scheda di Carlo Lessona, direttore della Scuola veterinaria di Torino, tra il 1819 ed 1833, fondatore degli Annali di Veterinaria, primo giornale dedicato alla veterinaria ad essere pubblicato in Italia.

“Le lotte agrarie e gli animali”

Ieri si è festeggiato il 1° Maggio. È l’occasione in cui il pensiero va, quasi sempre, alle rivendicazioni operaie, ma anche quelle del mondo agricolo. Il primo dopoguerra fu caratterizzato non solo dalla necessità di ricostruire il Paese e rilanciare l’economia, ma anche da tensioni legate alla precarietà della situazione sociale di un Paese che aveva vissuto per un ventennio la pressione del regime fascista e patito gli effetti di un conflitto presto trasformatosi in guerra civile. Tra le fasce sociali, il precariato agricolo fu sicuramente una tra le più deboli. Sono gli anni in cui nascono nuove organizzazioni di rappresentanza degli agricoltori come Coldiretti, ed altre, come Confagricoltura e Federconsorzi, si affrancano dall’esperienza del periodo prebellico in cui erano confluite nel sindacato unico fascista. Ciononostante, il proletariato agricolo dovette affrontare ancora lunghi periodi di lotta di classe prima di vedere riconosciute le proprie rivendicazioni salariali. Vi furono molte manifestazioni di protesta, non mancarono gli scioperi. Nel 1954 vi fu il “grande sciopero” che nella provincia di Ferrara coinvolse circa 120.000 persone tra braccianti e salariati fissi, ma anche mezzadri e contadini. La contrapposizione fu molto aspra e fu condotta anche una campagna di stampa mirata a mettere in risalto il problema della mancanza di cure al bestiame, peraltro gli scioperanti si erano impegnati a garantire foraggio e governo della stalla una volta al giorno. Se pur ambientato qualche decennio prima, qualcuno ricorderà la scena delle vacche non munte nel film “Novecento” di Bernardo Bertolucci. Per cercare di far rientrare lo sciopero e fronteggiare l’emergenza si fece ricorso anche alle Forze Armate che, come si può comprendere dall’immagine presentata oggi, avevano ancora un forte legame con il mondo rurale. Lo scatto di Walter Breviglieri coglie un agente, che senza perdersi d’animo e con apparente dimestichezza, sta mungendo una bovina dallo sguardo incuriosito.

Foto Walter Breveglieri, Scioperi agrari nel ferrarese, 1954
(Gazzetta del Popolo – archivio fotografico, cart. 74, busta 5050)
“Città di Torino – http://www.comune.torino.it”

La giornata mondiale del medico veterinario

Ieri, come ogni ultimo sabato del mese di aprile, si è celebrata la giornata mondiale del medico veterinario. L’attività veterinaria si sviluppa in molteplici ambiti disciplinari e spazia dalla salute pubblica alla salute degli animali ed al loro benessere, all’ambiente. Quest’anno il World Veterinary Day ha per tema l’impegno che i veterinari stanno dedicando a proteggere la salute animale e umana durante la pandemia da COVID-19. L’immagine che oggi proponiamo è un’opera dell’artista statunitense, José Perez, e vuole rendere omaggio a tutti i medici veterinari. Con questo lavoro Perez ha idealizzato il medico veterinario, perfettamente integrato nel mondo animale, circondandolo con diversi animali, domestici e selvatici, e uccelli. Tutti lo osservano incuriositi ed attenti alle cure che egli sta praticando al piccolo orangotango che, con aria sconsolata, sta rassegnato, sulle sue ginocchia e lascia che gli venga sfilata una spina. Confidiamo che il consueto umorismo che contraddistingue questo artista possa farci sorridere, per un momento, rendendo più lievi le preoccupazioni di tutti questi mesi.

José S. Perez, The Veterinarian

World Veterinary Day

Ogni ultimo sabato del mese di aprile, in tutto il mondo, si celebra il World Veterinary Day. Quest’anno l’evento è dedicato al lavoro dei medici veterinari impegnati a proteggere la salute animale e umana durante la pandemia da COVID-19.

“La pastorizia”

Il sistema tradizionale di allevamento estensivo, a pascolo brado, di diverse specie animali è l’asse portante della pastorizia. Tuttavia, nell’immaginario collettivo, quando si parla di pastorizia il pensiero corre, quasi sempre, al pastore che, con l’ausilio del cane, custodisce il gregge. Alla tradizionale produzione di latte, destinato alla caseificazione, carne e lana -per gli ovini – la pastorizia assume ora un nuovo significato economico, un tempo non pienamente percepito e riconosciuto, quello dei servizi socio ambientali. Oggi, in molte realtà italiane la pastorizia assicura il mantenimento della biodiversità, del paesaggio e contribuisce al controllo del rischio idrogeologico in particolare nelle aree collinari e montane. Tuttavia, il settore soffre di varie difficoltà, tra cui il ricambio generazionale. Per quanto attiene agli ovini, l’attuale consistenza del patrimonio nazionale è di circa 6.300.000 capi, nel 1918 – al termine della I Guerra Mondiale – erano oltre 11.500.000. Le regioni con il maggior numero di pecore sono la Sardegna con 48% dei capi, seguita da Sicilia (12%), Lazio (10%) e Toscana (5%) ed il restante 25% distribuito nelle altre regioni. La razza sarda è quella maggiormente rappresentata con oltre 3.600.000 capi. Per quanto alla produzione di lana, un tempo ampiamente ricercata, oggi è praticamente un prodotto di bassissimo valore e di difficile collocazione sul mercato.

L’immagine che viene proposta riproduce un’opera di Giovanni Segantini. Il pittore più volte rappresentò degli ovini nei propri dipinti, talvolta come soggetti principali come nella “Benedizione delle pecore” oppure comprimari come nel caso di “Pomeriggio sulle Alpi” o della “Ragazza che fa la calza”, ma sempre con grande realismo.

Giovanni Segantini , Ave Maria a trasbordo (1886),
Museo G. Segantini , St. Moritz (CH)

“1791: la Scuola Veterinaria di Modena”

Era il 1787 quando Ercole III d’Este, Duca di Modena, preso atto “che la medicina dei bruti era sussidio a quella dell’uomo ed aiuto all’economia rurale” decise di inviare a Ferrara due medici, Vincenzo Veratti e Luigi Maria Misley affinché seguissero le lezioni che venivano impartite nella locale Scuola di Veterinaria istituita l’anno precedente. Compiuto il primo biennio di studi vennero inviati, per completare il secondo, alla Scuola di Lione. Nel 1791, al loro rientro, il Duca decretò l’apertura della Scuola che, nonostante il potere degli Estensi fosse stato sostituito, nel 1796, da quello napoleonico, poté funzionare fino al 1807 quando il viceré Eugenio di Beauharnais, ne ordinò la chiusura ed il trasferimento dei due docenti Luigi Misley e Luigi Leroy, proveniente da Ferrara e subentrato al Veratti che era deceduto nel 1804, alla Scuola di Milano. Alla caduta del governo francese, nel 1814, nel Ducato venne a crearsi una situazione caratterizzata dall’assenza di una Scuola di veterinaria “Ducale”. Con l’approvazione del governo, si aprirono diverse scuole ad iniziativa privata di cui le quattro più note furono quella di Domenico Trenti a Modena; di Angelo Fabbi a Reggio Emilia; di Quirino Rossi a Correggio e Giuseppe Eletti a Carpi. Tale stato di cose durò fino al 1827 quando se ne decise la fusione al fine di riattivare una nuova Scuola veterinaria del governo Ducale. Nel 1861, il neonato Regno d’Italia si ritrovò ad avere, nelle provincie Emiliano – Romagnole ben quattro Scuole di Veterinaria attive: Parma, Bologna, Ferrara e Modena e, con esse, la necessità di affrontare a livello nazionale la riorganizzazione dell’istruzione e della formazione dei veterinari “italiani”. Tale situazione fu esaminata nel I Congresso dei Docenti Veterinari d’Italia svoltosi a Milano dal 10 al 15 aprile del 1865. A maggioranza fu votata una mozione con quale si affermava che quattro Scuole erano sufficienti a garantire la formazione dei futuri veterinari del Regno. Le prime tre sedi furono agevolmente individuate nelle Scuole di Torino, Milano e Napoli. Il dibattito fu invece più acceso per la scelta della quarta che fu identificata in Bologna. Nei fatti, la proposta fu concretizzata solo in parte ed in tempi successivi. Delle quattro antiche Scuole Emiliano-Romagnole, Ferrara cessò i suoi insegnamenti nel 1880 e Modena, a seguito della “riforma Gentile”, con la fine dell’anno accademico 1923 – 1924. Per Parma la proposta non fu mai presa in considerazione. Nel momento in cui la Scuola venne disattivata il corpo docente traslocò in parte a Milano ed in parte a Bologna. Tra i docenti di maggior prestigio della Scuola di Modena si possono ricordare Giovanni Generali (1834 – 1915), Ermenegildo Reggiani (1872 – 1944), Giuseppe Tampellini (1839 – 1907), Eduardo Chiari (1859 – 1918), Alberto Ascoli (1877 – 1957). Da quanto brevemente esposto appare evidente che la Scuola di Modena fu più volte vittima delle decisioni politiche. Ad Ercole III va riconosciuta la lungimiranza nel decretare la fondazione di una Scuola, nello stesso anno in cui aprì anche quella di Milano, in grado di assicurare la formazione veterinaria nel Ducato di Modena. Per maggiori informazioni si rimanda all’articolo di M.E. Turba e coll. (2007) al link https://storiamedicinaveterinaria.com/2007-v-convegno-ciso-vet/ pag. 241 – 247.

Ritratto di Ercole III D’Este, Duca di Modena, (Jacopo Moretti, 1781) Museo Civico d’Arte di Modena

Pasqua 2021

La Pesach, la Pasqua ebraica, celebra la liberazione degli Ebrei dall’Egitto grazie a Mosè. La parola ebraica Pesach significa “passare oltre”, “tralasciare” e deriva dal racconto della decima piaga, nella quale il Signore comandò agli Ebrei di segnare con il sangue dell’agnello le porte delle case di Israele permettendogli di andare oltre, colpendo così solo le case degli Egizi. La Pesach indica quindi la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli Egizi e l’inizio di una nuova libertà, con Dio, verso la terra promessa.

Con l’avvento del cristianesimo la Pasqua ha acquisito un nuovo significato, indicando il passaggio dalla morte alla vita per Gesù Cristo e il passaggio a vita nuova per i cristiani, liberati dal peccato con il sacrificio sulla croce e chiamati a risorgere con Gesù. Perciò la Pasqua cristiana è detta Pasqua di resurrezione, mentre quella ebraica di liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

In questo particolare momento ci sia consentito l’auspicio per tutti che la Santa Pasqua, accanto al tradizionale significato cristiano rappresenti l’inizio di un “passare oltre” al tragico periodo storico che stiamo vivendo a causa della pandemia da COVID-19. Rappresenti, in sostanza, l’inizio della nostra liberazione da questo devastante flagello.

Con l’immagine di uno dei dipinti più noti di Carlo Pittara che raffigura un gregge, sotto la pioggia, che rientra all’ovile e attende il ritorno di tempi migliori auguriamo a tutti una Pasqua di serenità.

Carlo Pittara, Ritorno alla stalla (ca. 1866), Galleria Arte Moderna – Torino

“L’asino nelle raffigurazioni sacre”

La ricorrenza della Domenica delle Palme, che celebra l’inizio della Settimana Santa, offre lo spunto per rendere omaggio all’asino, “parente povero” del cavallo. La raffigurazione di tale animale nella pittura sacra è assai frequente, basti pensare alle molte natività, alla fuga in Egitto e, appunto a Gesù che entra in Gerusalemme, a dorso di un’asina. Quest’ultima immagine è rilevante già nell’arte paleocristiana e l’evento è raffigurato su numerosi sarcofaghi romani. Lo storico dell’arte Thomas Mathews ritiene che con la raffigurazione dell’asino si possa identificare […] un nuovo atteggiamento nei confronti dell’intero regno animale. Se il mondo classico a volte traeva insegnamenti morali dal comportamento degli animali e faceva loro impersonare drammi umani, come nel caso delle favole di Esopo, la mentalità̀ cristiana in qualche modo li concepì come dei collaboratori agli sforzi degli umani […]. L’addomesticazione dell’asino risale al 5000 a.C. ad opera degli Egizi e delle popolazioni della Mesopotamia e da qui si è diffuso in tutto il mondo. Da allora ha accompagnato l’uomo nelle sue fatiche, soprattutto come animale da lavoro destinato al tiro dell’aratro, a far girare il frantoio ed il mulino, a sollevare l’acqua, ma anche per il trasporto di merci e persone e, al bisogno, per dare carne e latte le cui peculiarità erano già note a Cleopatra, e descritte da Ippocrate e Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Naturalis Historia.  In Italia oggi, essendo venute meno le necessità d’impiego rispetto ai primi anni del ’900, il numero di asini ha subito, una forte contrazione passando da circa un milione di capi a 650.000 agli inizi degli Anni 40, per scendere ancora a circa 25.000 all’inizio del 2000. Oggi gli effettivi presenti, circa 27.000, appartengono alle razze Amiatina, Asinara, Grigia Siciliana, Martina Franca, Pantelleria, Ragusana, Romagnola e Sarda. Nei confronti di tali razze si rendono oggi necessari attenti interventi di salvaguardia del germoplasma ad evitare che vadano ad aggiungersi alle razze già estinte: Cariovilli, Castelmorone, Emiliano, Grigio Viterbese, Irpinia, Sant’Alberto. Oggi gli asini trovano largo impiego nella pet-therapy (onoterapia), nell’onoturismo e, stante la riscoperta delle proprietà nutrizionali del latte, nell’alimentazione dei bambini e nella cura della persona.

Giotto da Bondone, Gesù entra a Gerusalemme (1303-1305) Cappella degli Scrovegni Padova (https://en.wikipedia.org/)

La Fondazione “A. Pastorelli” per la Storia della Veterinaria

In questo periodo in cui gli eventi in presenza sono impossibili, la Fondazione Iniziative Zooprofilattiche e Zootecniche “Angelo Pecorelli” non si è persa d’animo e si è fattivamente impegnata per la promozione e realizzazione di attività formative a distanza (FAD). L’ attività  “Storia della Medicina Veterinaria e Mascalcia” ci vede concretamente partecipi come Associazione. Tutte le informazioni per poter partecipare all’evento FAD sono reperibili sul sito della Fondazione https://www.fondiz.it/