La professione cambia

Nell’ultimo quarto di secolo si è assistito ad un vero e proprio “boom” del numero di cani (+ 950.000) e gatti (+ 600.000), ma non solo, che sono entrati stabilmente a far parte di molte famiglie italiane. Il cambiamento dell’atteggiamento, le cui ragioni sono molteplici, nei confronti degli animali da affezione ha permesso la crescita di un nuovo settore economico, nell’ambito del quale la professione veterinaria svolge un ruolo importante soprattutto come prestazione clinica tradizionale, ma anche in altri ambiti in precedenza poco praticati quali quelli della veterinaria pubblica, dell’alimentazione e della farmacologia. Seppur la clinica degli animali da affezione abbia sempre rivestito notevole importanza per il medico veterinario, la dimensione attuale di questo fenomeno ha pochi riscontri storici. Tra le motivazioni della detenzione di animali famigliari generalmente è sempre prevalso il fattore utilitaristico, pur essendo presente anche quello affettivo. Di fatto questo settore ha fatto registrare un incessante progresso e ha superato indenne  le crisi politiche ed economiche che si sono succedute ed hanno penalizzato altri comparti, incluso quello degli animali da reddito.

Norman Percevel Rockwell (1894-1978),
La visita del veterinario,
USA, Collezione privata, 1961

Gli “empirici”

A lungo nel tempo i medici veterinari, in particolare nelle campagne, dovettero confrontarsi con l’abusivismo nell’esercizio della professione. Molti gli empirici che si cimentavano e tentavano in ogni modo di gettare discredito sui veterinari. La professione non era certamente facile: modesta efficacia dei rimedi, presenza ricorrente delle malattie infettive, concorrenza degli empirici che riscuotevano, nonostante tutto, maggior fiducia tra gli agricoltori il cui stato di arretratezza culturale determinava una resistenza mentale a tutto ciò che usciva dagli schemi abituali. Solo dopo l’Unità d’Italia e l’adozione di un corpo di leggi “sanitarie” l’esercizio della professione è riservato ai soli medici veterinari “patentati” in una delle scuole del regno. Tuttavia fin verso la fine del XIX secolo le riviste di settore riportano numerose sentenze di condanna nei confronti di empirici esercenti la professione abusivamente.

Edmond Jean-Baptiste Tschaggeny (1818-1873). L’empirico.
Windsor Castle, The Royal Collection, 1845

Gli Animalier

Carlo Pittara, Torino 1836 – 1890 Rivara (TO), è stato uno dei principali esponenti della pittura piemontese della seconda metà dell’Ottocento. Tra i fondatori della scuola di Rivara, ha dedicato molte delle sue opere alla rappresentazione degli animali tanto da essere considerato uno dei principali rappresentanti della corrente degli “animalier”.

Carlo Pittara, 1886 – Bottega di maniscalco – Torino Sant’Agostino Casa d’Aste

La Scuola di Copenhagen

Il dipinto mostra in dettaglio il professor AW Mørkeberg, sotto lo sguardo attendo del prof. Sand, in abito scuro, impegnato in un intervento chirurgico su un cavallo. Il quadro con evidente realismo mette in risalto i dettagli dello stordimento e le modalità di contenimento tipiche dell’inizio del ‘900. Sullo sfondo, a destra, si osservano alcuni studenti intenti a “bollire” gli strumenti.

Gustav Adolf Clemens (1870-19189 “Operazione nella Clinica Chirurgica”
Copenhagen, Royal Veterinary and Agricultural University, 1898-1900

La Scuola Veterinaria Militare di Vienna

Nell’ epoca delle Scuole di Veterinaria quella di Vienna, (Veterinärmedizinische Universität) è stata la terza ad essere istituita nel 1765. Successivamente, nel 1777 l’Imperatore Giuseppe II “allo scopo di formare degli abili Medici atti a curare le Bestie in genere” fondò la Scuola di Veterinaria Militare e Spedale delle Bestie di Vienna. Il dipinto del 1783, di un anonimo pittore, che oggi proponiamo raffigura lo “spaziosissimo prato che alla buona stagione è uso al pascolo ai cavalli altresì alla ricreazione degli alunni” in cui si riconoscono gli studenti, trenta per corso, vestiti con “un’uniforme di panno grigio con paramani turchino” che assistono alle apprezzate lezioni del Prof. Giovanni Amedeo Wolstein, famoso direttore della scuola.

Lezione del prof. Wolstein, 1783, Veterinärmedizinische Universität

I primi veterinari

Le prime testimonianze artistiche sulla professione veterinaria risalgono all’Antico Egitto. Nell’immagine sottostante è raffigurata la scena di un intervento di assistenza al parto. In tema di Antico Egitto e Medicina veterinaria riproponiamo la sintesi dell’interessantissimo intervento, tenuto a Roma, dal dott. M. Zulian in occasione del 60° Anniversario dell’istituzione dell’ENPAV.

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Parigi, Musée du Louvre, dalla tomba di Metchetchi a Saqqara (Antico Regno, VI dinastia, 2700-2195 a.C.)

Quando i suini si commerciavano in piazza

Un tempo la contrattazione degli animali vivi avveniva nella pubblica piazza. Oggi ciò non è più possibile se non in appositi spazi mercatali e limitatamente ad alcune specie di interesse zootecnico dove il medico veterinario esercita il dovuto controllo igienico-sanitario sugli animali e sulle loro condizioni di benessere.

Cyprien Le Vavasseur (1866-1924) La Place du Promenoir et le marchè aux cochons AVRANCHES (F) – Collezione privataAll-focus

La visita del veterinario

Il dipinto immortala l’immagine della visita della bovina da parte del Veterinario. La scena, ottocentesca, ma ripetibile anche per tutta la prima parte del 20 secolo, racchiude in se tutta l’ansia della famiglia per il timore di perdere l’animale. Era l’epoca delle grandi malattie infettive ed il medico veterinario, da notare con la bombetta, disponeva di pochi rimedi terapeutici per le cure. Il gesto del toccare l’orecchio dell’animale per ricavarne un’indicazione sullo stato generale, ed in particolare della temperatura, dell’animale era ed è un passaggio comune della buiatria (la clinica dei bovini).

“La visite du vétérinaire” opera di Sylvain Grateyrolle (1845-1932), musée de la
Sénatorerie, Guéret (F)

“I maniscalchi”

E’ il titolo di un dipinto del pittore toscano Silvio Bicchi (1874-1948), allievo di Giovanni Fattori. “I maniscalchi” , olio su tavola del 1937, è stato dipinto in un epoca nella quale l’arte della mascalcia era un supporto irrinunciabile alla medicina veterinaria. L’unghia del “piede” del cavallo, soprattutto quando questo era sottoposto ad un lavoro intenso, richiedeva frequenti ferrature al fine di preservare l’integrità dello zoccolo e nello stesso tempo per correggere eventuali difetti del piede del cavallo. Nell’arte pittorica sono numerosi i dipinti che ritraggono il maniscalco nell’atto della ferratura o della forgiatura del ferro stesso.

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I 150 anni del CEMIVET di Grosseto

L’11 novembre il Centro Militare Veterinario di Grosseto compie 150 anni! Pochi anni dopo l’unità d’Italia, nel 1865, in quella che era una tenuta granducale dei Lorena, viene costituito, sperimentalmente, un deposito di allevamento e rifornimento cavalli per il neonato Esercito Italiano. L’esperimento ebbe successo e l’11 novembre 1870, un Regio Decreto sancisce la nascita del Deposito Allevamento Cavalli di Grosseto. Nel 1924 assume anche il compito di rifornire i muli destinati principalmente ai Reparti Alpini e muta la denominazione in Deposito Allevamento Quadrupedi. Nel 1972 eredita dalla sezione di Posto Raccolta Quadrupedi di Persano, l’allevamento della prestigiosa “Razza Governativa di Persano” di cui è tuttora titolare. Nel 1979 assume la denominazione di Centro Militare di Allevamento e Rifornimento Quadrupedi.

Il 1° settembre 1996, con la Scuola del Corpo Veterinario Militare di Pinerolo, concorre a dar vita all’attuale Centro Militare Veterinario, affiancando ai compiti tradizionali anche le competenze formative ed addestrative sul personale del Servizio Veterinario e, tramite la Scuola di Mascalcia, trasferita dalla storica sede di Pinerolo, continua anche l’effettuazione di corsi di base, di aggiornamento e di riqualificazione per maniscalchi civili e militari.

Dal 2002 inizia l’addestramento delle Unità Cinofile dell’Esercito Italiano destinate all’impiego in Teatro Operativo per la ricerca di ordigni esplosivi.

Il Centro si estende su un’area di 560 ettari, tra Grosseto e Castiglione della Pescaia.
Originariamente l’allevamento occupava ben 5.000 ettari, costituendo una delle principali “industrie” della città di Grosseto. La riforma agraria del 1953 ne ha definito gli attuali confini.