Il latte e l’espansione umana

Un recente articolo apparso su Science

https://www.science.org/content/article/milk-fueled-bronze-age-expansion-eastern-cowboys-europe?utm_campaign=news_daily_2021-09-15&et_rid=677375620&et_cid=3921081&

mette in evidenza come oltre 5000 anni fa le popolazioni nomadi cominciarono a spostarsi dai territori dell’attuale Russia ed Ucraina diffondendosi nell’arco di alcune centinaia di anni in ogni direzione.

Uno studio condotto sui reperti della placca dentale rinvenuta su 56 scheletri portati alla luce in una dozzina di siti archeologici ha messo in evidenza come la dieta di queste popolazioni fosse ricca di proteine del latte vaccino ed ovi-caprino. Tali reperti sono stati datati come posteriori al 3300 a.C.; prima di allora, altri studi condotti su resti di popolazioni vissute nell’area del Volga e del Don non avevano mai evidenziato tali profili proteici, ma solamente di origine carnea: pesci e selvaggina e raramente di ruminanti domestici.

Il consumo di latte, analogamente all’invenzione del carro e alla domesticazione del cavallo si sta rivelando quindi un altrettanto importante elemento dell’espansione umana che avrebbe permesso alle popolazioni di spostarsi più agevolmente rendendo il vincolo della caccia meno stringente. Possiamo quindi immaginare che con questo cambiamento di abitudini alimentari abbiano cominciato a farsi strada i primi rudimenti dell’allevamento bovino ed ovicaprino e la manualità della mungitura.

I cani e l’11 settembre

Ieri sono state commemorate le persone che hanno perso la vita nell’attentato alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001. Ancora una volta ci si ritrova a dover ricordare un tragico evento, e non sono pochi, che semmai ve ne fosse bisogno sottolinea la totale incapacità dell’essere umano a ricomporre dissidi e conflitti usando la ragionevolezza e la mediazione, piuttosto che la forza.

Nell’attentato i cani da soccorso hanno, purtroppo, ancora una volta messo in luce la loro abnegazione e fedeltà all’uomo. Il Dog Museum dell’American Kennel Club al 101 Park Ave, New York, ha di recente allestito una mostra per ricordare tutti i cani soccorritori che intervennero in quel frangente; noi ci permettiamo di ricordare anche quei “fedeli amici”, sfuggiti alle statistiche, che perirono nel crollo delle torri e, probabilmente, per le conseguenze dello stesso nei giorni che seguirono.

Numerosi, aldilà dell’11 settembre, sono gli episodi – nel tempo – in cui i cani si sono distinti e anche a loro va un doveroso tributo. Impossibile elencarli uno per uno, ma a titolo d’esempio ci piace ricordare Camilla, una femmina border collie del gruppo cinofilo dei pompieri, che si era distinta nei soccorsi durante il terremoto del 2016 in centro Italia. Ha trovato la morte, in servizio, l’anno successivo cercando di prestare soccorso ad una persona dispersa nei boschi del savonese, ma non possiamo nemmeno dimenticare il pastore tedesco Akil, della polizia tunisina, e la femmina di pastore belga Diesel, della polizia francese, entrambi caduti, nel 2015, nel corso di blitz antiterroristici: il primo a Tunisi al Museo del Bardo e la seconda durante un conflitto a fuoco a San Denis.

Quale tributo a tutti i cani che a vario titolo hanno prestato e prestano “servizio” proponiamo l’immagine del monumento che i volontari della protezione civile di Ghedi (BS) hanno fatto erigere alcuni anni orsono nella loro cittadina.

La Federazione Veterinaria Italiana sul Lago di Como

Nel settembre del 1891, si tennero le celebrazioni per il primo centenario della Scuola veterinaria di Milano, fu anche l’occasione per ufficializzare la fondazione della Federazione Veterinaria Italiana. La Federazione, così come dichiarato all’articolo 2 dello statuto aveva lo scopo «di contribuire al progresso della scienza, di tutelare gli interessi morali e materiali dei veterinari, e di promuovere ed ottenere il loro miglioramento».

Alla stesura dello statuto avevano contribuito i rappresentanti delle varie Società regionali allora esistenti. Da un articolo apparso su Il Moderno Zooiatro del 10 settembre 1891, apprendiamo che «Dal piroscafo Elvezia della Società Lariana, il sette settembre 1891, in vista di Bellagio, sul Lago di Como, in seguito alle deliberazioni dei rappresentanti le varie Società Veterinarie Italiane, che aderirono alla gentile e nobile proposta della Società Veterinaria Piemontese, si acclama costituita la Federazione Veterinaria Italiana; ed in segno, non solo di accettazione, ma ancora di plauso a questo nuovo patto di fratellanza e di solidarietà dei Zooiatri italiani, i sottoscritti appongono le loro firme a solenne conferma di un fatto, a cui sarà indissolubilmente legato il glorioso avvenire del ceto veterinario».

A ricordo di quell’importante evento proponiamo, per gentile concessione, una immagine di inizio ’900 dell’Elvezia.

“collezione Foto Vasconi”

Giornata del cane

Il cane, fedele amico e servitore dell’uomo, è certamente tra gli animali più rappresentati nell’arte. Dalle statue egizie ai mosaici romani ai dipinti contemporanei. Sempre raffigurato nell’adempiere alle molteplici attività che, instancabilmente, svolge a favore dell’uomo: dalla caccia alla compagnia, accoccolato sul tappeto accanto ai bambini piuttosto che ai piedi del padrone o, ancora, a guidare e difendere il gregge. Tra i compiti del cane, a cui – ogni anno – è dedicata la giornata del 26 agosto, ve ne sono anche alcuni particolarmente complessi come quelli dei cani impiegati nelle missioni militari e nelle attività di emergenza a seguito di eventi catastrofici. Un inseparabile ed insuperabile compagno di lavoro che sa adattarsi alle situazioni più diverse. Ai cani dedichiamo un’immagine d’altri tempi che li ritrae tranquilli al lavoro, insieme a delle bambine e ad un ragazzino, intenti a sorvegliare le oche al pascolo, ma senza perdere d’occhio i bambini… e perché no? anche a farsi coccolare

The geese girls, Otto Weber, 1832-1888 (http://www.wikigallery.org/)

Musica e mascalcia

Per chi conosce la Città di Pinerolo, vicino a Torino, non è difficile immaginare come il visitatore che, sul finire dell’Ottocento ma anche dopo, vi giungeva in treno nella piccola stazione liberty potesse rimanere affascinato dal tintinnio che avvolgeva l’atmosfera. Poco distante dalla stazione, in viale Mamiani, sorgeva infatti la Scuola di Mascalcia militare ed il ritmico tintinnio altro non era che il suono dei martelli sulle incudini con le quali gli allievi sottufficiali si esercitavano a forgiare i ferri per i cavalli. Un vero e proprio concerto di incudini.

Se l’immagine di cui sopra, idilliaca certamente, può apparire eccessiva, nel variegato repertorio della musica classica non manca un brano in cui martelli ed incudine trovano spazio al pari degli altri, assai più blasonati, strumenti musicali. Si tratta della Feuerfest polka (Polka française op. 269) di Joseph Strauss che molto spesso viene eseguita nel concerto di Capodanno in molti teatri. L’autore, figlio di Johann Strauss (padre) e fratello dell’altrettanto famoso Johann Strauss (fratello) pur essendo un ingegnere, appartenendo alla famosa famiglia di compositori, trovò modo di comporre numerosi brani e tra questi la Feuerfest polka. Il brano, oggi lo si definirebbe un jingle pubblicitario, fu scritto per un festeggiare la ventimillesima cassaforte in ferro di una ditta viennese. La presenza di una incudine nell’orchestra è un omaggio al mestiere del fabbro. Inoltre, ci piace fare riferimento ad una nota biografica di un altro grande compositore austriaco: Franz Joseph Haydin. Il compositore, annoverato tra i padri della sinfonia, era figlio di un fabbro carradore, secondo alcuni un maniscalco, che forgiava in un piccolo centro rurale. All’epoca i fabbri, nei piccoli centri, svolgevano sicuramente entrambe i lavori. Certamente Haydin durante la sua infanzia non ebbe a ferrare cavalli e tantomeno “cerchiare” le ruote dei carri, ma ci fa piacere immaginarlo seduto ad ascoltare il tintinnio del martello sulla incudine, mentre il padre preparava il ferro per qualche cavallo del paese ed infine come non ricordare Lindoro nella bellissima aria del Barbiere di Siviglia “… sono anch’io dottore, maniscalco al reggimento …”

Tarmeño Fernández Villalba – https://br.pinterest.com/pin/74239093837668570/





15 agosto festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Con l’immagine di oggi desideriamo celebrare la festa dell’Assunzione della Beata vergine Maria richiamando alla memoria un’antica tradizione. Forse qualcuno si starà domandando quale è il legame con la medicina veterinaria, si tratta di un legame antico quasi dimenticato e sconosciuto ai più, anche a molti dei laureati in medicina veterinaria torinesi, che risale alle origini della Scuola quando aveva sede in Venaria. La Regia Scuola Veterinaria di Torino ha per patrona la Madonna dell’Assunta (15 agosto). In quegli anni in cui rare erano le occasioni di festa questo era uno dei pochi giorni nei quali le attività didattiche venivano interrotte. A tutti un sereno Ferragosto 2021!!

Pinturicchio, Assunzione della Vergine della Cappella Basso della Rovere (fine XV secolo) https://it.wikipedia.org/wiki/

L’arte a supporto della zootecnia

Fino all’avvento della fotografia, prima in bianco e nero e poi a colori, i veterinari che si occupavano di razze animali avevano ben pochi strumenti per tramandare le caratteristiche morfologiche degli stessi se non la trascrizione su carta della descrizione verbale. Per classificare le razze oltre ad alcuni punti di riferimento come il portamento delle orecchie, in alto o piegate in basso o in avanti, la forma delle corna – se presenti – che potevano essere rivolte in avanti in alto o in basso e assumere forme anche diverse come quelle a lira; si usava descrivere il colore del mantello facendo riferimento agli esempi offerti dalla natura e che potevano essere, più o meno, noti a tutti: ad esempio il colore fromentino -come il grano maturo- oppure del grigio sorcino tipico del topo. Innanzi a queste oggettive difficoltà il disegno e la pittura costituivano un ottimo strumento descrittivo a supporto dello zootecnico per la descrizione delle razze. Certo la stampa a colori non era ancora diffusa, men che meno economica; bisognerà attendere ancora molti anni prima che questa tecnica divenisse alla portata di tutti gli editori e, là dove qualcuno poteva anche anticipare i tempi, le immagini a colori erano ancora la riproduzione di disegni dipinti. A questi, molto spesso ignoti artisti, va il merito di aver tramandato fino a noi i riferimenti descrittivi di razze che altrimenti sarebbero andati persi. L’immagine che viene proposta oggi esemplifica perfettamente quanto sopra esposto. Si tratta di un disegno che rappresenta una vacca di razza pezzata rossa di Carhaix, una razza che tra il 1860 ed il secondo dopoguerra era ampiamente diffusa nel centro della Bretagna. Oggi questa razza è scomparsa.

© Fonds Philippe J. Dubois

I cavalli e le variazioni climatiche

Da un trafiletto apparso sul Monitore Industriale Italiano il 13 settembre 1883 apprendiamo come l’andamento climatico, estremamente variabile in quell’anno, avesse influenzato negativamente la stagione riproduttiva dei cavalli. L’inizio della stagione di monta era stato caratterizzato da un brusco calo delle temperature. … Molto frequenti nel bestiame cavallino furono i casi di bronchite, di pleurite e di febbre da influenza palustre (malaria), e numerosi gli aborti, specialmente nella campagna romana ed in quelle località dove predomina lo stesso sistema d’allevamento. Nemmeno gli animali mantenuti in condizioni di stabulazione furono risparmiati da queste condizioni meteorologiche avverse … Anche gli stalloni dei depositi governativi, quantunque trattati e mantenuti colle maggiori cautele, ebbero a soffrire dei repentini e persistenti abbassamenti atmosferici; tanto che a numerose malattie di lunga durata e che condannarono alla inoperosità nove stalloni per tutta la stagione di monta, si ebbe a lamentare dal 1 di gennaio al 15 di luglio, termine della stagione di monta ordinaria, la perdita di sei riproduttori; mentreché nello stesso periodo del 1882 le malattie furono molto meno frequenti ed i decessi arrivarono al numero di quattro. Altri tempi e i medici veterinari non disponevano certamente di tutto l’armamentario farmaceutico odierno, ma ieri come oggi gli animali subiscono gli effetti deleteri della variabilità climatica e se allora era il freddo oggi sembra essere il riscaldamento globale a generare problemi.

Il quadro di oggi riproduce il tipico ambiente maremmano che viene richiamato all’inizio dell’articoletto di cui sopra.

Luigi Gioli – Gruppo di cavalli (Cavalli maremmani) 1890 (?) Galleria d’Arte Moderna Paolo e Adele Giannoni, Novara, Italia

Il murales che non ti aspetti

Talvolta, può accadere di imbattersi in un qualcosa che non ti aspetti e la sorpresa è sicuramente grande. Si può rimanere stupiti soprattutto quando ciò che si vede è l’omaggio ad un’arte antica come quella della mascalcia. L’artista, poco importa se famoso o meno, ha riprodotto una scena di vita frequente ad inizio ’900 nelle campagne: la bottega del maniscalco. Attività diffusa fin verso la fine degli Anni 60 del secolo scorso, oggi il maniscalco lo si incontra solo nei maneggi e negli ippodromi. Contrariamente a ciò che succedeva un tempo non è più il cavallo ad essere condotto nella bottega, dove il ferro veniva forgiato a caldo e realizzato su misura. Oggi il maniscalco viaggia a bordo di un’officina mobile attrezzata di tutto punto per potersi spostare da un cliente all’altro continuando però a praticare un mestiere antico. Forse ad alcuni può apparire come un saper fare superato dall’evoluzione tecnologica, ma alla base dell’arte del ferrare sta la capacità del maniscalco di discernere quale sia la ferratura più idonea per l’equide che gli viene presentato e quale sia la miglior tecnica per realizzarla. Tale capacità si acquisisce solo attraverso un percorso formativo che coniuga le conoscenze teoriche e la capacità di osservazione dell’animale alla manualità della realizzazione del ferro. L’immagine di oggi è un doveroso omaggio a quanti apprendono e tramandano la mascalcia.

Ricordi di viaggio (Lussan – Gard – Francia ) foto di G. Meneguz

La razza Maremmana

Oggi, in zootecnia il concetto di razza non ha più l’importanza di un tempo, l’evoluzione che gli animali hanno avuto dal punto di vista del miglioramento genetico si basa soprattutto sulla ricerca, ed il miglioramento, dei caratteri produttivi quanti-qualitativi. In tal senso, poco importa quale sia la razza di appartenenza. Vi sono tuttavia delle razze che sono entrate, per varie ragioni, nell’immaginario collettivo: la razza bovina Maremmana è sicuramente tra queste. Tipica della Maremma grossetana e laziale è una razza con scarsa attitudine alla produzione lattea e della carne che trovava la sua massima espressione nella produzione del lavoro, ottimi infatti erano i buoi che se ne ottenevano. La caratteristica che più colpisce è il portamento delle corna, lunghe e portate a lira nella femmina, mentre nel maschio il portamento è a mezzaluna. Il colore del mantello è grigio, con il contorno degli occhi grigio scuro come anche l’orlo delle orecchie e la punta della coda. Razza, robusta e frugale, che ben si adattava agli ambienti maremmani. Oggi ha perso molta della sua importanza rispetto ad un tempo, tuttavia continua a mantenere un ruolo primario nel contesto ambientale maremmano e nella sua conservazione. Infatti, è allevata quasi esclusivamente allo stato brado ed è governata dai butteri a cavallo secondo un sistema totalmente estensivo. Oggi la razza conta su un numero di capi limitato ragion per cui particolare attenzione è posta alla sua conservazione.

L’ambiente maremmano è stato un tema particolarmente caro a Giovanni Fattori che, nelle sue opere, ha più volte immortalato questa razza di bovini.

G. Fattori, Mandrie maremmane, 1893 – Museo civico G. Fattori (Livorno)