45th WAHVM Congress

Over 90 delegates from 14 different countries attended the 45th WAHVM Congress, organised by A.I.S.Me.Ve.M and the Fondazione Iniziative Zooprofilattiche e Zootecniche of Brescia. Overall 42 oral communications and 25 posters were presented. On the opening day, in collaboration with the Italian Post Office, a special postal cancellation was issued. By the end of October 2022, the postal cancellation can be requested at the Brescia Centro philatelic counter in Piazza della Vittoria.
Abstracts and opening ceremony pictures can be downloaded here https://www.fondiz.it/quaderni/…….

Download the Congress Flyer here

Looking forward to see you in Brescia! 

On behalf of the World Association for the History of Veterinary Medicine (WAHVM), the Italian Association for the History of Veterinary Medicine and Farriery (A.I.S.Me.Ve.M.) is honoured to invite you to the 45th International Congress of the World Association for the History of Veterinary Medicine (WAHVM).

The 45th Congress of WAHVM will be hosted from 31st August – 3rd September 2022, in Brescia, one of the most important town in Northern Italy. Brescia is situated at the foot of the Alps, few kilometres from Garda lake. Founded over 3,200 years ago, Brescia (in antiquity Brixia) has been an important regional centre since pre-Roman times. Its old town contains the best-preserved Roman public buildings in Northern Italy and numerous monuments, among these the Medieval castle, the Old and New cathedral, the Renaissance Piazza della Loggia and the rationalist Piazza della Vittoria. Moreover, the monumental archaeological area of the Roman forum and the monastic complex of San Salvatore-Santa Giulia have become a UNESCO World Heritage Site as part of a group of seven inscribed as Longobards in Italy, Places of Power.

The province is known for being the production area of the Franciacorta sparkling wine, as well as the main source of Italian-produced caviar. Brescia with its territory was the “European Region of Gastronomy” in 2017.

The Congress will be held at the Zooprophylactic and Zootechnical Initiatives Foundation

“Salviamo i nostri cani”

Così, nel febbraio del 1933, The Field, uno dei principali giornali inglesi di sport e vita in campagna, titolava un supplemento speciale di dodici pagine dedicato alla sconfitta del cimurro del cane. La campagna contro questa malattia virale del cane, ma anche dei canidi selvatici, lupo e volpe, e molti altri carnivori come il furetto, la mangusta e il procione, era partita una decina di anni prima, nel 1922, quando Sir Theodore Cook, editore di The Field, insieme ad un gruppo di ricchi proprietari terrieri aveva avviato una sottoscrizione per raccogliere fondi da destinare alla ricerca contro questa malattia che mieteva moltissime vittime tra i cani domestici in tutta Europa.

Per la verità, i finanziatori del fondo non erano mossi esclusivamente dall’affetto nei confronti dei loro animali, ma anche dal fatto che la caccia alla volpe, status symbol della nobiltà inglese, correva il rischio di essere compromessa. Come tutte le epizoozie la periodicità era frequente e gli animali selvatici, allora come oggi, costituivano un reservoir impossibile da controllare.

Il cimurro è provocato da un Morbillivirus molto simile dal punto di vista antigenico a quello della peste bovina (dal giugno 2011 è la seconda malattia – la prima fu il vaiolo nel 1980 – ad essere eradicata a livello mondiale) e del morbillo dell’uomo.

Riguardo al cimurro, una grave moria di cani fu descritta in Boemia nel 1028, in pieno Medioevo. Una successiva descrizione di una epizoozia che potrebbe essere stata cimurro si ebbe nel 1580. Altre morie di cani con sintomi simili al cimurro furono osservate in Francia (1740) e Germania (1750). Fu però nel decennio successivo che, in tutta Europa, esplosero numerosi focolai. In particolare a Madrid fu segnalato, nel 1763, un focolaio gravissimo in cui si registrò la morte di oltre 900 cani in un giorno. Nel 1764 fece la sua comparsa anche in Italia. Il virus sembrerebbe essersi diffuso proprio a partire dalla Spagna, dove sarebbe giunto con un gruppo di cani provenienti dal Perù. In breve tempo la malattia divenne endemica approdando sia in Inghilterra ed in Irlanda. Nel 1767 fu rilevata anche nello stato della Louisiana, ma non si poté stabilire se proveniente dal Sud America o dall’Europa. L’agente causale, un virus ultrafiltrabile come venivano chiamati allora, fu identificato solo nel 1905 dal francese Henri Carré, nel Laboratorio di ricerca sulle malattie infettive degli animali che da poco aveva cominciato a funzionare a Maisons Alfort. Tuttavia, per la disponibilità di un vaccino efficace fu necessario attendere fino agli Anni 30. Grazie ai fondi raccolti dal The Field Distemper Fund, nel 1933, la Burroughs Wellcome Company arrivo a produrre e commercializzare il vaccino. Da allora la malattia, se pur endemica, si manifesta sporadicamente.

Heywood Hardy, A Summer’s Day in Cleveland (1889).
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:A_Summer%27s_Day_in_Cleveland.jpg

Peste suina africana: malattia recente dal nome antico

Il nuovo anno ha portato con sé la segnalazione di un focolaio di peste suina africana in Italia, in una zona a cavallo tra la provincia di Alessandria e quella di Genova. Si tratta di una malattia altamente contagiosa per i suini, sia domestici sia selvatici, la cui mortalità è altissima. Di qui la grande preoccupazione degli allevatori e l’adozione delle norme di polizia veterinaria che possono arrivare fino all’abbattimento degli animali sospetti infetti e di contaminazione. Il nome di peste suina, africana per distinguerla da quella classica che riconosce un agente virale diverso, incute angoscia e preoccupazione e, ad oggi, non esiste vaccinazione e tanto meno cura. Colpisce solo i suidi ed al momento, fortunatamente, non risultano focolai in allevamenti della zona che sono sotto stretta sorveglianza. L’aggettivo “africana” deriva dal fatto che la prima segnalazione, giusto un secolo fa nel 1921, avvenne in Kenia ad opera di Eustace Montgomery che riportò i dati di una serie di osservazioni condotte tra il 1909 ed il 1915: il 98,9 percento dei suini ammalati morì. Il primo focolaio in Europa risale al 1957 nei pressi di Lisbona e di qui, negli anni a venire, penetrò dapprima in Spagna (1960) poi in Francia (1964) e quindi in Italia (1967) e per fare la sua comparsa a metà degli Anni 80 in Belgio (1985) e Olanda (1986). Dal 1995 nella penisola iberica non ci sono più state segnalazioni e la malattia, a fronte di enormi sforzi, risulta eradicata. In Italia la situazione appare particolare, la malattia risulta infatti endemica Sardegna, dove ha fatto la sua comparsa nel 1978. All’osservatore attento non sarà sfuggito che al momento di rientrare da un soggiorno in Sardegna siamo redarguiti dall’avviso di divieto tassativo di portare con noi carni di suino e prodotti derivati. Il virus, altamente resistente, potrebbe diffondersi anche attraverso questi prodotti. Ma come era arrivato la prima volta il virus in Sardegna? Il primo focolaio fu individuato presso un piccolo allevamento di 39 animali a circa dieci km da Cagliari. Il sospetto è che fosse penetrato attraverso l’uso di scarti alimentari, somministrati ai suini, raccolti, nonostante il divieto, da qualche nave attraccata in porto e proveniente da una zona in cui la malattia era già presente. Nel brevissimo periodo e nonostante il pronto intervento dei servizi veterinari la malattia si propagò ad un vicino allevamento brado. Da quel momento la malattia si diffuse approfittando delle condizioni orografiche e della consistente presenza di cinghiali e porcastri in libertà. Va comunque sottolineato che da alcuni anni in Sardegna non ci sono più state segnalazioni di focolai della malattia e quindi la situazione va migliorando. Per contro, dal 2007 in Europa, la malattia ha avuto una netta recrudescenza e ha ripreso ad avanzare non più da Ovest verso Est bensì attraverso la Georgia da dove è giunta dalla Cina. L’avanzamento da Est al momento sembra inarrestabile. Focolai di peste suina africana tra il 2018 ed il 2019 hanno interessato tutti i Paesi dell’Europa orientale e la Grecia (2020) e non solo essendo comparsa nel 2021 in Germania dove sono stati individuati oltre 3000 cinghiali colpiti, e ora, ultima in ordine cronologico, in Italia. Come il virus sia arrivato nell’Appenino ligure-piemontese al momento non è noto, ma è difficile escludere l’interferenza umana. Dal punto di vista epidemiologico si tratta del sierotipo II diverso quindi dalla forma endemica in Sardegna che si identifica nel sierotipo I. Non rimane che confidare che, sulla scorta della recente esperienza acquisita con la messa a punto dei vaccini mRNA, si possa rapidamente disporre di un vaccino sicuro ed efficace anche contro la peste suina africana.

Paul GauguinLe gardien de porcs, Bretagne
1888

“Sant’Antonio ed il maiale”

Il 17 gennaio, nella tradizione cristiana, si festeggia sant’Antonio abate noto anche per essere protettore degli animali domestici e patrono dei suinicoltori. Sul sagrato di molte chiese è invalsa l’abitudine di far benedire gli animali, oggi quelli d’affezione mentre un tempo quelli che dalla stalla potevano essere condotti in piazza. Fin dal medioevo sant’Antonio è stato invocato quale protettore nei riguardi del fuoco sacro o fuoco di sant’Antonio complesso di malattie caratterizzato da lesioni cutanee, talvolta di tipo gangrenoso, e forti bruciori che, solo in seguito, si è ipotizzato potessero essere dovute all’ingestione di segale cornuta attraverso il consumo di cereali contaminati. Oggi con fuoco di sant’Antonio si identifica comunemente la malattia provocata dall’herpes zoster. Nell’iconografia religiosa il santo è spesso rappresentato con un maialino ai suoi piedi o in braccio. Sono molte le leggende sulle quali si fonda la tradizione popolare di accompagnare la figura del Santo a quella di un maialetto: dal miracolo operato nei confronti di una nidiata di suinetti nati ciechi e privi degli arti anteriori a quelle dei suinetti incustoditi ed ammalati, ma raccomandati al Santo. Nel primo caso sant’Antonio mosso a compassione segnò con la croce gli animali che subito aprirono gli occhi e videro i loro arti spuntare, mentre nel secondo una madre e la giovane figlia costrette dalla guerra ad abbandonare la loro casa e gli animali al loro ritorno, dopo qualche settimana, li ritrovarono tutti sani e salvi, come se nulla fosse successo.

Certo è che l’Ordine degli Antoniani si dedicava ampiamente all’allevamento dei suini e molti frati si facevano accompagnare da un suinetto durante le questue. L’ordine religioso nacque come ordine ospedaliero che si dedicava anche all’assistenza dei malati di fuoco sacro e nella preparazione degli unguenti, a questi destinati, veniva usato il grasso di maiale. A far tempo dal XII secolo i maiali di proprietà dell’Ordine cominciarono a godere di libertà di pascolo ovunque e potevano anche vagare, indisturbati, per le città ed i villaggi. Unico vincolo che fossero riconoscibili attraverso una campanella legata al collo o all’orecchio. Tale privilegio, ovviamente, generò la comparsa di falsi frati questuanti con intenti tutt’altro che nobili. A parte qualche cinghiale vagante nelle nostre città che però non si rifà al culto del Santo, sant’Antonio oggi viene, come da tradizione, ricordato il 17 gennaio. Quest’anno la ricorrenza cade a ridosso di un accadimento importante dal punto di vista scientifico: qualche giorno fa negli Stati Uniti, per la prima volta, è stato eseguito con successo uno xenotrapianto. Un paziente ha ricevuto il cuore di un maiale geneticamente modificato. Il chirurgo che ha eseguito l’impianto ha dichiarato “in questo momento il cuore funziona, mantiene il battito e la pressione sanguigna, ma non si può dire quanto durerà”.

Ancora una volta la medicina incrocia il suino e chissà cosa avrebbe pensato sant’Antonio di questa realtà. Di certo noi non possiamo che avere fiducia nella Scienza e fede nella Providenza.

Sant’Antonio Abate dal Breviario Grimani

“Il cavallo malato”

Alla GAM di Torino, fino al 20 marzo 2022, è in corso una mostra retrospettiva dedicata a Giovanni Fattori; molte delle opere esposte si rifanno al paesaggio tipico della Maremma toscana e ad alcune delle scene della vita quotidiana dei butteri al lavoro con i loro cavalli e bovini. L’occasione di questa mostra ha riportato alla memoria il dipinto di uno degli allievi del pittore livornese, Ruggero Panerai. A questo allievo si deve un quadro, del 1887, dal titolo “Il cavallo malato”. L’opera, conservata alla GAM di Firenze, ben evidenzia lo stato di malessere dell’animale che, allo stato brado, appare a terra, con le orecchie basse, incurante della vicinanza dei due butteri e del fatto di essere toccato da uno di loro. Dallo sguardo del buttero sembra trasparire una certa preoccupazione.

Si saranno rivolti al veterinario? non è dato saperlo. Sappiamo però che in Toscana al 1° novembre del 1893 esercitavano la professione 242 veterinari, 10 ogni 100.000 abitanti, non molti per la verità ma circa il 10 percento dei 2413 presenti nel regno d’Italia. Molto diffuso come in ogni altra regione era l’empirismo. Fu a Firenze che nel 1892 si tenne il primo congresso della Federazione veterinaria italiana che tra i propri scopi aveva anche quello di contrastare l’empirismo nella cura degli animali.

R. Panerai (1862-1923) “Il cavallo malato” (1887) Galleria d’Arte Moderna Firenze

“Alba Veggetti e l’opera di Carlo Ruini”

Il 6 dicembre dello scorso anno ci lasciava la prof.ssa Alba Veggetti, indimenticabile e stimata docente di Anatomia veterinaria dell’Ateneo felsineo. Figura carismatica, seppe coniugare l’attività didattico scientifica con la passione per la Storia della Medicina veterinaria. Fu profonda conoscitrice del trattato del Ruini, pubblicato per la prima volta a Bologna nel 1598, “Dell’Anotomia et dell’infirmità del cavallo” al cui studio si dedicò fin dagli anni giovanili divenendo una della massime conoscitrici di questa pietra miliare della medicina veterinaria. Il prof. Adalberto Merighi, anatomico della Scuola veterinaria torinese, ha voluto onorare la memoria della prof.ssa Veggetti dedicandole un recente articolo “Anatomia del cavallo e Arte: Carlo Ruini” comparso sul volume “E l’Uomo incontrò il cavallo” (https://storiamedicinaveterinaria.com/2021/05/17/cultura-equestre/).

Come Associazione desideriamo, in questo momento, ricordare la prof.ssa Veggetti, per lunghi anni presidente del CISO-Veterinaria, con le due immagini del cavallo miologico, tratte dal Ruini, che adornano l’aula magna del dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie ad Ozzano e che elegantemente sta passeggiando nel dolce paesaggio collinare che tanto richiama l’Appennino alle spalle di Bologna.

“Cacciatori di microbi”

Sono trascorsi circa centocinquanta anni da quando Luis Pasteur comunicava al mondo la sua “teoria sui germi”. Allora, come oggi, fu un argomento che divise l’opinione pubblica. Da una parte entusiastici sostenitori e dall’altra scettici detrattori. Nasce in quel momento la moderna microbiologia e da quel momento in poi le scoperte relativamente agli agenti causali delle malattie zoonotiche, o meno, si susseguiranno con impressionante regolarità. Fu necessario del tempo, ma alla scoperta delle cause seguì anche quella dei rimedi. Per la verità, già prima dell’ingresso sulla scena di Pasteur, alcuni passi avanti nell’individuare le cause delle malattie erano già stati fatti. A titolo d’esempio di ricorda la trasmissione sperimentale della morva ad opera di Eric Viborg o del vaiolo ovi-caprino da parte di Girard. Il primo vaccino contro il vaiolo per l’uomo fu messo a punto da Edward Jenner, alla fine del Settecento. Tuttavia sarà solo nella seconda metà dell’Ottocento che, grazie ad una incessante ricerca e a qualche fortunata osservazione casuale si riuscirà ad iniziare una produzione di sieri e vaccini che apriranno nuovi orizzonti alla medicina dell’uomo e degli animali. Non si può in questo contesto non ricordare le scoperte di Emil Behring e Shibasaburo Kitasato che misero a punto i vaccini contro la difterite ed il tetano, impiegando le rispettive tossine inattivate. Ovviamente un ruolo di primo piano spetta anche a Luis Pasteur ed al gruppo di ricercatori che con lui collaborò a lungo. Tra le diverse scoperte che Pasteur conseguì, le più importanti furono certamente quelle del vaccino contro il carbonchio, nel 1881, e contro la rabbia nel 1885. Vale la pena ricordare come queste fondamentali scoperte siano derivate da una osservazione del tutto casuale. Pasteur, che con Émile Roux e Charles Chamberland, stava lavorando ad un rimedio contro il colera dei polli Pasteur si rese conto che «i microbi invecchiati diventano più docili” . Sono gli anni in cui vengono poste le basi scientifiche della microbiologia, le scoperte si susseguiranno ininterrottamente per continuare ancora nel secolo successivo. Anche il Novecento sarà caratterizzato da altri momenti fondamentali nella lotta alle malattie infettive come nel caso della messa a punto del vaccino contro la poliomielite. Alla metà del secolo scorso, Jonas Salk e Albert Sabin ottennero due vaccini contro il virus che periodicamente provocava morti ed invalidità permanente nelle persone che si ammalavano. In particolare il vaccino orale messo a punto da Sabin fu alla base della campagna vaccinale che ebbe inizio nel 1963 e portò all’eradicazione, nei Paesi industrializzati, della malattia. Nell’ambito della medicina veterinaria, il vaccino contro l’afta, l’anemia infettiva del cavallo, del cimurro del cane furono altrettante pietre miliari. Altre sfide sono in corso e altre si apriranno in futuro, ma i “cacciatori di microbi” continuano e continueranno, infaticabili, a dar loro la caccia.