La stalla, non solo il ricovero degli animali

Vi è stato un tempo, ormai lontano e quasi dimenticato, in cui la stalla non era solo ed unicamente il luogo in cui trovavano riparo i bovini. Nel periodo invernale, quando le giornate erano corte e più fredde, era consuetudine per la gente di campagna ritrovarsi, per trascorrere insieme qualche ora, nella stalla: il luogo più caldo della cascina senza dover intaccare le magre economie aziendali per l’acquisto di legna da ardere. Durante queste ore le donne facevano la maglia, gli uomini si dedicavano a preparare ceste o cordami. Sovente tutti insieme sgranavano il granturco, che non era ancora destinato agli animali, per la polenta. Gli anziani spesso ricordavano il passato con racconti che ai bambini sembravano avventure in luoghi lontani, ma che il più delle volte erano esperienze di vita militare, unica occasione per molti di vedere luoghi diversi dalla propria dimora. Tutto ciò durò fin verso gli Anni 60 del secolo scorso, poi progressivamente si cominciarono a costruire nuove stalle separate dall’abitazione e gli allevamenti diventarono man mano più grandi e la stalla diventò solo il ricovero dei bovini, ed “il fare filò” un ricordo d’altri tempi.

Le due madri di Giovanni Segantini descrive molto bene l’ambiente di una stalla dell’epoca: mangiatoia in legno, ovviamente assenza di impianto per l’abbeverata e luce, scarsa aereazione. La vacca raffigurata, una pezzata rossa, appartiene ad un tipo genetico ampiamente diffuso in tutto l’arco alpino ed è dipinta con il campanaccio al collo segno evidente che, durante la giornata, l’animale era condotto al pascolo e all’abbeverata. Accovacciato vicino alla vacca il vitello, la cui postura lascia immaginare che abbia poppato da poco e sia ben sazio.

G. Segantini Le due madri (1889) Galleria Civica d’arte moderna – Milano

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