I veterinari e lo Sport ippico

Nel 1893 “Il Moderno Zooiatro”, rivista di veterinaria e zootecnia, che aveva avviato le pubblicazioni tre anni prima ed accompagnò la classe veterinaria per oltre un trentennio, decise di avviare la rubrica periodica “Cronaca di Sport ippico”. Il comitato di redazione che aveva al suo interno prestigiosi docenti come Salvatore Baldassare, Roberto Bassi e Lorenzo Brusasco, per citarne alcuni, riteneva che «Il veterinario oggigiorno, se non come medico, come zootecnico non può rimanere indifferente a tutto quello che al presente si fa per incoraggiare e far progredire la produzione ippica nazionale; come deve pure interessarsi più o meno di quanto avviene di essenziale negli altri paesi intorno a questo importante problema. Né può oramai più rimanere estraneo affatto all’istituzione ed allo svolgimento di tutte quelle prove che, pur facendo largo posto al loro carattere spettacoloso, tornano certamente di grande profitto all’industria ippica in generale. Tutto il mondo si agita ed in tutte le nostre principali città si vanno formando società per la creazione di speciali ippodromi […] Ogni giorno si va costituendo qualche nuova scuderia da corsa, e la popolarità di queste utilissime nello stesso tempo che piacevoli ed emozionanti esplicazioni della velocità e resistenza dei cavalli […] Or bene il veterinario deve necessariamente tenersi in qualche modo al corrente di questi fatti; conoscere quali siano i più forti campioni del turf; sapere a quale grado di velocità e resistenza siasi potuto arrivare, quale sia il miglior record notato; […] È sommamente utile, sia nell’interesse dell’arte e scienza che coltiva, sia nel suo particolare vantaggio professionale […] e ad accrescere l’amore per il più utile, il più simpatico ed il più distinto dei suoi soggetti di studio.»

Stava nascendo, anche in Italia, l’ippica ed in questo modo il giornale confidava di poter accrescere l’attenzione dei medici veterinari nei riguardi del mondo sportivo e con esso alla questione dell’industria ippica nazionale. (Il Moderno Zooiatro, 1893 Anno IV, 1: 18-19).

Edgard Degas – Cavalli da corsa davanti alle tribune (1866-1868)
Museo d’Orsay, Parigi,

All’Orto Botanico di Alessandria un pomeriggio con la Storia della Veterinaria

Il 5 giugno presso il giardino botanico “Dina Bellotti” di Alessandria, su invito dell’Ordine dei Medici Veterinari della provincia si è tenuto l’incontro “Aspetti della Storia della Medicina veterinaria e della Mascalcia. Sono intervenuti il presidente A.I.S.Me.Ve.M., Mario Marchisio, e i soci Giovanni Re, Marco Galloni e Ivo Zoccarato. Nell’occasione è stata donata al presidente dell’Ordine di Alessandria, dr. Mauro Saracco, copia del volume degli Atti del 1° Convegno dell’Associazione tenutosi a Torino nell’ottobre del 2019.

La stalla, non solo il ricovero degli animali

Vi è stato un tempo, ormai lontano e quasi dimenticato, in cui la stalla non era solo ed unicamente il luogo in cui trovavano riparo i bovini. Nel periodo invernale, quando le giornate erano corte e più fredde, era consuetudine per la gente di campagna ritrovarsi, per trascorrere insieme qualche ora, nella stalla: il luogo più caldo della cascina senza dover intaccare le magre economie aziendali per l’acquisto di legna da ardere. Durante queste ore le donne facevano la maglia, gli uomini si dedicavano a preparare ceste o cordami. Sovente tutti insieme sgranavano il granturco, che non era ancora destinato agli animali, per la polenta. Gli anziani spesso ricordavano il passato con racconti che ai bambini sembravano avventure in luoghi lontani, ma che il più delle volte erano esperienze di vita militare, unica occasione per molti di vedere luoghi diversi dalla propria dimora. Tutto ciò durò fin verso gli Anni 60 del secolo scorso, poi progressivamente si cominciarono a costruire nuove stalle separate dall’abitazione e gli allevamenti diventarono man mano più grandi e la stalla diventò solo il ricovero dei bovini, ed “il fare filò” un ricordo d’altri tempi.

Le due madri di Giovanni Segantini descrive molto bene l’ambiente di una stalla dell’epoca: mangiatoia in legno, ovviamente assenza di impianto per l’abbeverata e luce, scarsa aereazione. La vacca raffigurata, una pezzata rossa, appartiene ad un tipo genetico ampiamente diffuso in tutto l’arco alpino ed è dipinta con il campanaccio al collo segno evidente che, durante la giornata, l’animale era condotto al pascolo e all’abbeverata. Accovacciato vicino alla vacca il vitello, la cui postura lascia immaginare che abbia poppato da poco e sia ben sazio.

G. Segantini Le due madri (1889) Galleria Civica d’arte moderna – Milano

Il cavallo militare

Il ruolo e l’importanza del cavallo negli eserciti è noto e riconosciuto fin dall’antichità. Il primo trattato che descrive le caratteristiche del cavallo militare è quello di Senofonte scritto intorno al 350 a.C. L’impiego negli eserciti si è sempre accompagnato alla specializzazione d’uso. Nel Medioevo si distinguevano destrieri, ronzini e palafreni: i primi, i cavalli migliori, erano impiegati in battaglia; i secondi – contrariamente al significato moderno del nome – rappresentavano le cavalcature destinate agli scudieri e al trasporto dei bagagli e non erano certamente animali di scarto; la terza categoria era invece quella usata dai signori per gli spostamenti prima delle battaglie o nelle cerimonie pubbliche. Ogni signore doveva quindi avere a sua disposizione almeno tre cavalli, uno per tipo. In tempi più recenti la massima espressione di potenza dell’uso della Cavalleria si ebbe nel periodo napoleonico. Le truppe a cavallo divennero l’arma di rapido impiego in grado di risolvere le battaglie a favore dei francesi. Si distinguevano cavalli per corazzieri, per dragoni, per lancieri. Nella seconda metà dell’Ottocento, Eduardo Chiari scriveva “il cavallo militare deve essere vigoroso, in buono stato di conservazione, atto alle andature rapide e possedere fondo e sangue e poca suscettibilità alle vicissitudini atmosferiche” inoltre doveva essere abituato ai rumori e al fuoco e doveva avere un carattere docile. Tutte caratteristiche che Senofonte aveva già segnalato nel 350 a.C.

L’immagine che viene proposta oggi è un dipinto di Giovanni Fattori, uno dei massimi esponenti della corrente dei Macchiaioli. Sono molte le opere con le quali il pittore ha ci ha trasmesso frammenti di vita militare dell’epoca risorgimentale. Vita nella quale anche i veterinari furono ampiamente coinvolti, prima come sottufficiali e ufficiali appartenenti all’Armata Sarda e poi, dal 4 maggio 1861, come ufficiali nel Regio Esercito Italiano. Di lì a poco dopo sarebbe stato costituito il Corpo Veterinario Militare.

G. Fattori – In vedetta (1872) Collezione privata

Gli allievi ufficiali veterinari

Nel recupero e digitalizzazione del materiale fotografico dell’archivio storico della Scuola veterinaria di Pinerolo, trasferito e conservato presso il Centro Militare di Grosseto, sono emerse anche le foto ricordo di corso di cui gli allievi che vi transitavano facevano dono alla Scuola. Per i neolaureati veterinari era quasi un passaggio obbligato, almeno fino agli Anni 70 del secolo scorso, frequentare il corso AUC di Pinerolo. Si è pensato, come Associazione, di digitalizzare queste foto: sarà l’occasione di riscoprire Maestri e Colleghi del passato, nonni, padri, amici… o sé stessi, ritratti con le mostrine con cui si è assolto il proprio dovere di leva e ci si è affacciati alla vita professionale.

Nel 1861, anno della costituzione del Corpo Veterinario Militare dell’Esercito Italiano, le regole di ammissione nell’Armata Sarda come veterinario prevedevano il superamento di un esame, previsto da una vecchia norma risalente al 1836, in cui dal 1855 fu richiesta anche una componente scientifica. Tale regola fu mantenuta fino al 1882 momento nel quale l’esame fu sostituito da una più semplice valutazione dei titoli. La prima foto di gruppo risale al 1910. A far tempo dal 1895 gli allievi ufficiali di complemento erano ospitati presso la caserma Principe Amedeo, in seguito intitolata a Dardano Fenulli, allora sede della Scuola di Cavalleria e oggi, in parte, sede del Museo storico della Cavalleria.

Giovanni Graglia


Il 1910

Corso Allievi Ufficiali veterinari del 1910

Tra gli allievi del corso del 1910 vi fu anche Paolo Croveri (seconda fila seconda foto da sinistra). Ebbe una brillante carriera come ufficiale veterinario, tra il 1915 ed il 1919 fu direttore dell’Istituto siero-vaccinogeno somalo, la sola istituzione scientifica organizzata nelle colonie. Congedatosi, tra il 1920 ed il 1926 soggiornò in Argentina dove ebbe un incarico presso la facoltà di Medicina. Rientrato in Italia, nel 1928 si laureò in Medicina e Chirurgia a Torino e , l’anno successivo, a Bologna conseguì la specializzazione in patologia coloniale. Nel 1930 conseguì la libera docenza in Parassitologia. Nel 1931 entrò come aiuto volontario all’Istituto di patologia chirurgica di Torino, ove gli venne affidata la direzione dei laboratori che, dopo la soppressione dell’Istituto di parassitologia del Perroncito, erano diventati il Centro di Ricerche parassitologiche dell’Università. Dal 1931 al 1934 fu incaricato dell’insegnamento di elmintologia e malattie da elminti nel corso di perfezionamento in patologia coloniale all’università di Modena. Tra il 1933 ed il 1936, presso l’Università di Messina, ebbe l’incarico dell’insegnamento ufficiale di patologia esotica e coloniale; nel 1934 conseguì la libera docenza in patologia tropicale e subtropicale.  Nel 1936 ritornò all’Università di Torino, dove fu nominato direttore della, neocostituita, clinica delle malattie tropicali. Morì improvvisamente il 12 dicembre 1939.


Qualche anno prima il corso era stato frequentato dal dott. Giovanni Dallari che, laureatosi nel 1905 presso la Scuola di veterinaria di Modena, nel 1906 era stato assegnato al 15° Reggimento artiglieria da campagna (all’epoca di stanza a Reggio Emilia). Promosso tenente nel gennaio del 1913 e quindi 1° capitano,  nel marzo del 1919, con anzianità retroattiva dal 4 aprile 1918. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale venne trasferito a Cremona dove il suo compito era il controllo sanitario del bestiame, raccolto nei parchi buoi, diretto al Fronte per l’approvvigionamento delle truppe. Una volta congedato, rientrò a Fabbrico, dove era nato nel 1882, ed assunse il ruolo di Veterinario Condotto. Per molti anni fece parte del Consiglio Sanitario della provincia di Reggio Emilia e del Consiglio dell’Ordine provinciale dei Medici veterinari.

STen Giovanni Dallari (per gentile concessione della famiglia)

Negli anni della Grande Guerra entrò in servizio anche il S. Tenente Baldassare Signorino, nato a Pomaro in provincia di Alessandria il 27 settembre 1888, si laureò a Torino il 15 novembre del 1912. Nell’agosto del 1916 fu promosso tenente in servizio presso il reggimento Cavalleggeri guide. Tra il dicembre del 1918 ed settembre 1921 fu di stanza in Cirenaica a disposizione del ministero delle colonie. Al rientro in Italia fu assegnato al 5° reggimento artiglieria da campagna. Nel 1927 fu promosso 1° capitano e trasferito all’11° reggimento artiglieria da campagna. Nel 1936 fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia .

Ten. Baldassare Signorino (collezione privata)

Frontespizio delle dispense ad uso degli allievi del corso Allievi Ufficiali veterinari del 1908

Il maggiore Luigi Drago prestò servizio per un lungo periodo presso la Scuola di Cavalleria. Capitano dal 1888, inizialmente fu comandato presso il reggimento di Cavalleria Alessandria, di stanza a Saluzzo. A Pinerolo, raggiunse il grado di maggiore dove, alle dipendenze del colonnello Berta, fu compagno d’armi del capitano Federigo Caprilli. Nell’ottobre del 1908 fu trasferito, ad Alessandria, presso il II Corpo d’Armata. Morì, improvvisamente, il 22 febbraio del 1914, con il grado di tenente colonnello in servizio presso il I Corpo d’Armata a Torino.


Durante la 1^ Guerra Mondiale non si svolsero corsi AUC Veterinari presso la Scuola di Pinerolo. L’ultimo corso si svolse dal 15 ottobre 1914 al 15 febbraio 1915, per 10 Allievi. I corsi regolari ripresero il 1 Dicembre 1924 (termine corso il 28 febbraio 1925) per 8 Ufficiali veterinari, in servizio permanente effettivo, di nuova nomina ed il 5 marzo 1925 fino al 5 giugno 1925 per 28 AUC Veterinari. Durante il periodo bellico gli organici di guerra furono alimentati con i richiami, che proprio mentre l’Italia stava per entrare in guerra, hanno raggiunto i nati negli anni 1874-1875, cioè di quarant’anni di età. Gli studenti di veterinaria vennero reclutati nell’Esercito, interrompendo quindi gli studi. Alcuni provvedimenti legislativi favorirono l’accelerazione del loro percorso di studio e la discussione della tesi di laurea: essendo già in servizio militare, verosimilmente il conseguimento della laurea portò alla loro nomina diretta ad Ufficiale di complemento nel Corpo Veterinario. E’ di interesse notare come in questo periodo alcune Facoltà di Veterinaria italiane, all’epoca ancora ordinate come Regie Scuole Superiori di Veterinaria, abbiano organizzato, in collaborazione con il Servizio Veterinario dell’Esercito, corsi di “Chirurgia di Guerra” a favore degli studenti degli ultimi due anni di corso, ma anche dei veterinari civili e militari interessati al richiamo alle armi. E’ plausibile che nei primi anni del dopoguerra non si siano tenuti nuovi corsi per AUC Veterinari presso la Scuola di Pinerolo dovendosi riassorbire l’esuberanza di forze conseguenti alla smobilitazione.

Per maggiori informazioni sul ruolo dei Servizi veterinari durante la I GM https://storiamedicinaveterinaria.com/2018-historical-congress-veterinary-in-wwi/


Il periodo tra le due Guerre Mondiali

I corsi per veterinari riprendono, a Pinerolo, il 1 dicembre 1924: si tratta di un corso di 3 mesi per 8 Ufficiali veterinari in servizio permanente (spe) di nuova nomina. Si ripetono altri tre corsi analoghi il 1 dicembre 1925, 5 marzo ed il 5 novembre 1926 per complessivi 27 Ufficiali. Il 1 ottobre 1927 inizia un ultimo corso di questa natura, per un solo Ufficiale e con una durata di 5 mesi.
Fino al secondo dopoguerra non si svolgeranno più corsi per Ufficiali veterinari in spe di nuova nomina, presso la Scuola di Pinerolo.

Dopo la parentesi della guerra e dell’immediato dopoguerra, i corsi per AUC veterinari riprendono il 5 marzo 1925.
Fino al 14 agosto 1939, data in cui termina l’ultimo svolto prima dell’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, i corsi si tengono con una frequenza annuale, per una durata di 5 mesi, con l’eccezione del primo, della durata di soli tre mesi.
Complessivamente, gli allievi furono 851, di cui 847 conseguono l’idoneità e la nomina ad Ufficiale Veterinario di Complemento.

Si riconoscono, nelle foto ricordo dei corsi, futuri Capi del Corpo Veterinario (Riccardo Turina, Gino Paita, Gerardo Palma), celebri professori universitari (Prospero Masoero, Giovanni Godina, Carlo Pezzoli, Sebastiano Paltrinieri, Luigi Montroni, Telesforo Bonadonna, Vittorio Cilli, direttore dell’Istituto Siero-vaccinogeno dell’Asmara dal 1932 al 1946, e poi docente a Perugia di Malattie infettive ), Direttori di Istituto Zooprofilattico (Antonio Corrias), alcuni veterinari che subito dopo il corso emigrarono in Congo dove si distinsero nella professione (Carlo e Pio Roetti). In altre foto è difficoltoso leggere i nomi, ma sicuramente qualcuno potrebbe riconoscere i propri docenti o colleghi anziani o, ancora, padri e nonni. Il corso del 1937-1938 (cfr. foto 16) vide la partecipazione di un gruppo di corsisti provenienti dalla Sardegna. Tra questi, oltre al prof. Antonio Corrias, vi era anche il dott. Zenobio Cancedda (1913-1972). Sottotenente di prima nomina fu assegnato all’8° reggimento di artiglieria inquadrato nella divisione di fanteria “Del Pasubio”. Allo scoppio delle ostilità fu destinato sul fronte greco-albanese. Nel dopoguerra esercitò come veterinario condotto nel comune di Villaurbana e successivamente in quello di Sardara. Per molti anni fu presidente dell’Ordine dei Medici veterinari e componente del Consiglio Sanitario della Provincia di Cagliari.

“La giornata delle api”

Da qualche anno, il 20 maggio è il giorno dedicato alle api. Il ruolo delle api nel mantenimento dell’equilibrio biologico è ampiamente noto e riconosciuto come altrettanto lo è la loro capacità di produrre il miele. L’apicoltura è una pratica molto antica; già Aristotele ne parla diffusamente nella sua Storia degli animali (quarto secolo a.C.). Virgilio affronta l’argomento nel libro IV delle Georgiche e Columella, vissuto nel I secolo d.C., tratta delle api nel IX libro del De re rustica. Nel corso dei secoli, grazie ad una sempre maggior capacità e apprendimento da parte degli apicoltori si è passati dal favo fisso alle arnie trasportabili a tutto vantaggio della produzione mellifera. Meno noto il fatto che tra le varie attività che competono al medico veterinario, analogamente a tutti gli alimenti di origine animale, vi è anche il controllo igienico sanitario del miele e la prevenzione, diagnosi e cura delle malattie dell’alveare. Presso l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie a far tempo dal 2003 è istituito il Centro di referenza nazionale per l’apicoltura. Oggi in Italia, gli apicoltori censiti sono circa 63.000 con circa 1,7 milioni di alveari.

C. Liebich (1868-1937) Bei den bienen (Con le api) 1896,
Städtische Museen Freiburg (D)

I webinar del ciclo “E l’uomo incontrò il cavallo”

Il ciclo di conversazioni di cultura equestre scaturito dalla collaborazione tra il Dipartimento di Scienze Veterinarie di Torino e l’Istituto Italiano di Cultura di Montréal è ora visibile sul canale youtube del Dipartimento. Di seguito il link da cui è possibile accedere:

Inoltre, è in libreria, per i tipi di Lunae Edizioni il volume E l’uomo incontrò il cavallo, curato da Domenico Bergero e Francesco D’Arelli. Oltre 200 pagine che raccolgono alcuni degli interventi presentati durante le sette serate che si sono susseguite tra dicembre 2020 ed aprile 2021.

“Il trasporto passeggeri in città”

Fino alla fine dell’800, quando l’elettricità permise l’entrata in servizio dei tramway, i trasporti in tutte le grandi città avvenivano per mezzo di “veicoli” mossi da cavalli, i motori animati. Secondo la moda dell’epoca vi erano due categorie di cavalli “carrozzieri”: i grandi e i piccoli. La prima categoria, la cui altezza al garrese era di almeno 163 cm, era destinata ai coupés, alle grandi berline ai grandi calèches. Alla seconda categoria, la più numerosa, con un’altezza tra 159 e 162 cm, appartenevano i cavalli adibiti al tiro dei landau, dei phaeton, dei piccoli coupés. Inoltre, vi erano i cavalli destinati al tiro degli omnibus pubblici. A questo gruppo appartenevano animali di maggior taglia e ancora si distinguevano in animali da tiro leggero, o al trotto, e da tiro pesante, o al passo; come si può facilmente intuire a questi animali era richiesto uno sforzo maggiore rispetto ai carrozzieri. Il controllo sanitario dei cavalli rappresentava un impegno importante dei veterinari pubblici, ed aveva notevoli implicazioni sul rispetto ed il benessere degli animali in città. Il servizio veterinario, unitamente alla polizia municipale, aveva il compito di controllare lo stato della ferratura e di salute e prevenire i maltrattamenti verso gli animali. Nella Città di Torino la circolazione dei cavalli era regolamentata da norme approvate fin dai primi anni del 1800. Per contro la normativa per il servizio di vetture pubbliche fu emanata nel 1873: i cocchieri erano soggetti all’acquisizione di idoneo permesso di conduzione, dovevano rispettare le norme di circolazione e mantenere idoneo contegno oltre che vestire in modo adeguato (abito e cappello a cilindro). Era fatto divieto di impiegare animali “viziosi, ovvero per malattia, infermità, deforme aspetto, o per qualsiasi altra causa inetti al servizio”. Circolavano tre tipi di vetture: “cittadine” destinate al trasporto privato, dislocate presso le stazioni o in corrispondenza dei luoghi principali della città, con cocchiere, trainate da uno o due cavalli; “omnibus” e “ippoferrovie”, queste ultime trainate su “regoli di ferro” cioè binari. Queste due tipologie di trasporto garantivano il servizio pubblico nel rispetto di un percorso ed un orario prefissato. Sulle vetture pubbliche oltre al cocchiere era presente un fattorino che si occupava di gestire l’ordine ed il rispetto delle norme tra i passeggeri. Nel 1899, Edmondo De Amicis diede alle stampe La carrozza di tutti, libro di viaggio ambientato nel mondo del trasporto pubblico ippotrainato a Torino. L’immagine che viene presentata oggi, la rappresentazione pittorica dell’affollamento di “veicoli e passeggeri” di uno principali boulevard parigini, non ha nulla da invidiare al convulso traffico dei nostri giorni. Unica grande differenza il “motore animato” rispetto a quello “inanimato” delle automobili.

Le boulevard des Italiens, mattino, giornata di sole – Camille Pissarro 1897 National Gallery of Art, Washington D.C.

Il rapporto uomo e animali

“Spazio culturale piemontese”, in collaborazione con l’A.I.S.Me.Ve.M., propone una conferenza online su “Storia del rapporto tra uomo e animali. Relatore il Dott. Mario Piero Marchisio, Presidente della Associazione e Comandante del Centro Militare Veterinario di Grosseto. L’appuntamento è per Lunedì 17 maggio alle ore 21. Il link per partecipare sulla piattaforma Microsoft Teams dovrà essere richiesto alla Prof.ssa Angela Delgrosso, responsabile di “Spazio culturale piemontese” all’indirizzo mail info@spazioculturalepiemontese.it

Napoleone e la Veterinaria

Oggi, 5 maggio, ricorre il bicentenario della morte di Napoleone. Da più parti si discute se sia il caso di commemorare la figura dell’Imperatore, grande innovatore e allo stesso tempo chiaro esempio di un potere dispotico. In questa sede a noi preme cogliere l’occasione per ricordare il suo rapporto con la Veterinaria. A lui si deve infatti la prima regolamentazione della presenza e della funzione dei veterinari nell’Armata francese, modello che dopo la Restaurazione fu ripreso e mantenuto anche nell’Armata sarda e, dopo il 1861, nel Regno d’Italia. In Francia, un atto del 25 marzo 1776 aveva provveduto a creare la figura del maniscalco militare. Con successiva disposizione del 20 gennaio del 1794 (1 plouviôse an II), fu loro attribuito il titolo di artistes-véterinaires. Nel 1813 vennero “promossi” a marescialli veterinari in prima o in seconda. A far tempo dal 15 luglio dello stesso anno, ogni reggimento di cavalleria e battaglione di treno prevedeva nel proprio organico le due figure veterinarie. Fin dal 1802 era previsto che i corpi di cavalleria inviassero, complessivamente, 15 allievi per ciascuna delle due Scuole allora esistenti: Lione e Alfort. Merita anche ricordare come, a partire dal 1800, nell’Armata napoleonica la ferratura dei cavalli fosse regolamentata con alcuni articoli, dal 69 al 77, del decreto del 28 aprile (Arrêté dell’8 floreal an VIII).

Tutto ciò premesso, Napoleone, che disponeva di un grande numero di cavalli ad uso personale, si avvaleva anche delle prestazioni di zoojatri “liberi esercenti” nelle zone in cui si trovava durante le sue numerose campagne militari. Ne è testimonianza il caso, verificatosi dopo la battaglia di Cosseria (13 -14 aprile 1796), durante la prima Campagna d’Italia, di cui ci dà notizia il dottor Giovanni Giacomo Bonino. Commemorando il socio Giuseppe Antonio Luciano, nell’adunanza della R. Accademia d’agricoltura di Torino del 30 gennaio 1851, scrive “… allorquando, divenuto il borgo di Lesegno nell’aprile del 1796 sede del quartier generale dell’esercito capitanato da Napoleone Bonaparte, questi gli affidava [al Luciano ndr] le cure di un suo prediletto cavallo stato ferito presso il castello di Cosseria, e ne rimaneva così satisfatto, che, ricusando nobilmente il Luciano la offertagli rimunerazione, il gran Capitano, profondo conoscitore qual era degli uomini, promettevagli che avrebbe avuto cura di lui, (qu’il l’aurait soigné), qualora avesse voluto seguirlo …

Andrea Appiani, “Battaglia di Napoleone al ponte di Lodi”, 1800-1801 ca.,
Milano, Galleria d’Arte Moderna:
 modello per la seconda delle ventinove tele “I fasti di Napoleone” (dalla battaglia di Montenotte del 1796, alla vittoria di Friedland nel 1807) che furono dipinte su commissione del viceré Eugenio de Beauharnais per la decorazione della Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale (Milano) e che vennero inesorabilmente distrutte nei bombardamenti del 1943 (da: http://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/2d030-00216/)

Non conosciamo la frequenza di tali episodi, ma non possiamo escludere che il ripetersi di tali evenienze abbia spinto il Bonaparte a regolamentare e dare il giusto risalto al servizio veterinario dell’Armata, in particolare durante il successivo periodo imperiale. A conferma di questo, va anche ricordato che il “modello francese” di supporto integrato alla cavalleria da parte di maniscalchi-veterinari ufficiali poté essere esteso in Italia solo dopo la costituzione del Regno d’Italia, nel 1805. Infatti, fu sicuramente anche questo uno dei motivi che portarono, in pochi anni, ad un completo riassetto delle scuole di formazione non solo militari, ma anche veterinarie, di tutto il Nord Italia: alcune sedi universitarie, come ad esempio Pavia, furono momentaneamente trasformate in Scuole Militari, sul modello di Fontainebleau; le Scuole Veterinarie “minori” furono progressivamente soppresse (Ferrara, Modena, Padova), contemporaneamente alla rifondazione della Scuola Veterinaria di Milano, che fu elevata al rango di scuola “teorico-pratica completa”, sul modello di Lione e di Alfort. Similmente a quanto già avveniva in Francia, dal 1808 anche in Italia la formazione veterinaria di quattro allievi militari, selezionati e inviati alla Scuola di Milano, era finanziata dal Ministero della Guerra. In questo ampio processo di riorganizzazione, durato alcuni anni, ebbe un ruolo importante anche Eugenio Beauharnais, viceré d’Italia, che rendicontava puntualmente all’Imperatore anche tutti i fatti (e le spese) della cavalleria nel Regno.

Sicuramente in Italia Napoleone cavalcò diversi cavalli: ne perse uno, ferito mortalmente durante la battaglia di Arcole e per il quale non fu possibile nessuna cura … ne lasciò un altro, donato al fedele Beauharnais, che soggiornò probabilmente per anni nelle scuderie della Villa Reale di Monza e che, ci piace pensare, possa esser stato curato proprio presso la Scuola Veterinaria Milanese. Era il destriero con cui, prima ancora di incontrare il celebre Marengo (e tanti altri ancora), Napoleone cavalcò tra le dune e le sabbie d’Oriente, durante la nota Campagna d’Egitto (1798-99). Alla sua morte, il suo scheletro fu preparato e conservato nel Museo Anatomico Veterinario di Milano.

Carlo Rinaldi – Ivo Zoccarato

Jean-Antoine Gros, “La battaglia delle piramidi”, 1810, Trianons Versailles