La Scuola di Mascalcia Militare a Pinerolo: i Corsi negli Anni 50.

Negli anni successivi la fine del secondo conflitto mondiale, l’insegnamento della Mascalcia risente dei profondi cambiamenti sociali e militari che caratterizzano il dopoguerra. La Cavalleria è ora un’Arma meccanizzata o corazzata: il cavallo non trova più impiego nei reparti operativi. Sopravvive in piccoli nuclei per l’addestramento degli Allievi delle Accademie, per l’equitazione sportiva e nei reparti di rappresentanza, soprattutto nell’Arma dei Carabinieri. Per alcuni decenni, è ancora impiegato il mulo nei reparti alpini e, soprattutto, nei reparti di artiglieria da montagna. Anche il reclutamento del personale specializzato risente della scarsità di giovani con esperienze pregresse. Anche in agricoltura la progressiva meccanizzazione agricola e la motorizzazione di massa relegano il cavallo ad un impiego in settori di nicchia ed elitari. I pochi reparti a cavallo richiedono meno maniscalchi, altamente qualificati, che si occupano di cavalli destinati ad alte prestazioni sportive. Le truppe da montagna hanno invece necessità di personale con qualificazione di base, ma relativamente numeroso. Alla Scuola di Pinerolo si susseguono, di conseguenza, rari corsi di specializzazione destinati a Sottufficiali maniscalchi in servizio e numerosi corsi di qualificazione di aiuto maniscalchi, destinati in prevalenza ai reparti alpini: di fatto, un corso per ogni contingente di leva, quindi tre all’anno. I corsi di specializzazione per maniscalchi riprenderanno solo il 26 ottobre del 1957 (1° VAS).

I corsi per aiuto maniscalco, di minor durata, mediamente di due mesi e mezzo, iniziano già il 15 marzo 1948. Lo scopo è di preparare giovani di leva, preferibilmente con qualche precedente di mestiere, a coadiuvare il Sottufficiale maniscalco ed a sostituirlo, all’occorrenza, nelle operazioni più semplici come la ferratura di rimessa o quella di emergenza durante le marce e le escursioni.

La Scuola rilascia il brevetto di specializzazione solo agli idonei al termine dei 5 mesi e mezzo di corso per volontari o allievi Sottufficiali maniscalchi.

Agli aiuto maniscalco di leva, se idonei all’esame di fine corso, viene rilasciato un attestato di qualifica. Se meritevoli, al termine del servizio di leva il Comandante di reparto rilascerà il brevetto di specializzazione.

I corsi per Ufficiali veterinari presso la Scuola di Pinerolo – dal secondo dopoguerra alla fine degli Anni 50

Dopo la II Guerra Mondiale, chiusa la Scuola di Cavalleria nella sede di Pinerolo, le competenze addestrative del personale del Servizio Veterinario passano, nel 1948, al neocostituito Centro di Addestramento Reclute del Servizio Ippico e Veterinario, poi Centro di Addestramento del Servizio Ippico e Veterinario (CASIV), comandato da un Ufficiale di Cavalleria. Nel dicembre 1955 il Comando è affidato ad un Ufficiale Veterinario, Ilario Menicucci. Dal 1958 assume la denominazione di Scuola del Servizio Veterinario Militare. CASIV ha sede nella caserma “Dardano Fenulli”, in Viale Terenzio Mamiani ed ha in consegna gran parte delle infrastrutture appartenute alla Scuola di Cavalleria: l’Infermeria Quadrupedi Presidiaria, in Corso Torino, i Laboratori di Istruzione Tecnico-Professionale (la Scuola di Mascalcia) con annesso alloggio di servizio del Comandante, in Viale Terenzio Mamiani, la Cascina “Gen. Berta” (meglio conosciuta come “Cascina Villafranca”) con larga parte del “Galoppatoio” di Baudenasca, la celebre Cavallerizza “Caprilli” in Viale della Rimembranza ed il Campo Ostacoli “Tancredi di Savoiroux” in via Stefano Fer dove, a fine anni ’60, sarà edificata la nuova sede della Scuola e del NEASMI: la caserma “M.O.V.M. Ten.vet. Villy Pasquali”.

Nell’immediato dopoguerra il reclutamento dei Sottotenenti veterinari di complemento avviene per nomina diretta ad Ufficiale dei laureati in medicina veterinaria, purché disposti a prestare un mese di servizio di prima nomina presso una Infermeria Quadrupedi Presidiaria. I corsi per Ufficiali Veterinari riprendono il 1° luglio 1948 con il 1° corso AUC vet ed il 15 agosto 1951 con il corso applicativo per Tenenti veterinari in spe di nuova nomina.
Sia i corsi applicativi sia i corsi AUC hanno una durata di 4 mesi e mezzo. La periodicità è di due corsi all’anno per gli AUC con un numero di allievi che varia da un minimo di 12 ad un massimo di 20 per corso: fino a fine 1959 sono nominati S.Ten.vet. di complemento 317 medici veterinari. Nello stesso periodo superano il corso applicativo 16 Tenenti veterinari in servizio permanente di nuova nomina.

Merita essere ricordato che per i corsi Applicativi e AUC veterinari si mantiene la pratica dell’equitazione cui sono riservate numerose ore di lezione. È una costante fino alla chiusura della Scuola nel 1996, nonché un unicum tra i corsi similari della Forza Armata. A tale scopo la Scuola dispone di un organico di 20 cavalli. Le lezioni si svolgono presso la cavallerizza “Caprilli”, il Campo Ostacoli “Tancredi di Savoiroux” ed il galoppatoio di Baudenasca. Per tale ragione nelle foto ricordo di corso è sempre presente anche l’istruttore di equitazione.

Al 1° corso applicativo per Tenenti veterinari in spe del 1950 presero parte il Ten. Francesco Ferroni, che sarà Capo del Corpo Veterinario dal 1/1/1978 al 30/11/1983; il Ten. Walter Baldoni, che comanderà la SVET dal marzo 1974 al giugno 1981; il Ten. S. Casarini che sarà Direttore del Posto Raccolta Quadrupedi di Grosseto nei primi anni ‘70.

Al IV corso, nei primi mesi del 1950, partecipò il dott. Armando Corrado, libero docente di Malattie Infettive presso la Facoltà di Medicina Veterinaria di Bologna, che sarà Capo del Corpo Veterinario dal 1983 al 1987, ed il dr. Vincenzo Marazza futuro veterinario provinciale di Parma ed infine responsabile dei Servizi Veterinari della Regione Lombardia. Tra i partecipanti del V corso, secondo semestre del 1950, vi fu il dott. Francesco Ortu, che sarà Capo del Corpo Veterinario dal 1988 al 1989.

Tra gli Allievi del VII corso (1951) il dott. Aldo Focacci, già attivo socio A.I.S.Me.Ve.M. sarà Veterinario Provinciale di Siena e poi di Grosseto e, in ultimo, Capo dei Servizi Veterinari dell’ASL Grossetana.

Il dott. Luigi Pozzi, che sarà ordinario di Radiologia veterinaria nella Facoltà di Torino e autore dell’Atlante di Radiologia Clinica Veterinaria, fu tra gli Allievi del IX corso nel 1952.

Tra gli Allievi del X corso (1953) si riconosce il dott. Giovanni Sali: svolge il servizio di prima nomina come Direttore dell’Infermeria Quadrupedi Presidiaria di Pinerolo. Pioniere e figura carismatica della buiatria italiana. Curatore dell’edizione italiana del poderoso trattato del Rosenberger “Malattie del bovino”. Libero Docente presso la Facoltà di Medicina Veterinaria di Parma, socio attivo dell’A.I.S.Me.Ve.M., prolifico pubblicista dà alle stampe, tra l’altro, una interessante storia a fumetti della Medicina Veterinaria dall‘antichità ai giorni nostri e più recentemente “Cavalli otto, Uomini quaranta” il cui titolo si rifà all’esperienza di Ufficiale veterinario di prima nomina.

Tra gli allievi del XII corso (1954) vi fu Silvestro Mondini, igienista e patologo veterinario, che fu a lungo docente di Igiene Zootecnica presso il corso di laurea in Produzioni Animali dell’Università di Bologna.

Al XIII corso (secondo semestre del 1954) si riconoscono Giancarlo Mandelli e  Gasparre Valenti che in seguito divennero, rispettivamente, docenti di Anatomia patologica veterinaria a Milano e Malattie infettive e Igiene del latte a Torino.

ll Ten.vet. Franco Cussino, che sarà Comandante della SVET di Pinerolo dal 1981 al 1986 e del Centro di Allevamento Quadrupedi di Grosseto dal 1986 al 1990, partecipò al III corso per Tenenti spe, nel 1955. Nel 1980, durante il Sisma in Campania, era direttore di Veterinaria a Napoli: l’intervento del Servizio Veterinario da lui coordinato sarà premiato con una Medaglia di Bronzo al Valore dell’Esercito alla Bandiera del Corpo. È coautore dell’Inno del Corpo Veterinario.

Tra i partecipanti al XV corso del 1955 si riconoscono il prof. Federico Chiesa, prof. ordinario di Fisiologia veterinaria nell’Università di Bologna, il dr. Sante Chiri libero professionista in Budrio, noto buiatra, ed il dr. Giorgio Cantoni Lughi a lungo direttore dell’area B dei Servizi Veterinari di Forlì.  

Al XXI corso, svoltosi tra l’ottobre 1958 ed il febbraio 1959, furono commilitoni i dottori Ottaviano Pozza, Ettore Grimaldi, Franco Valfrè, Angelo Persechino, e Domenico Nesci. I primi quattro diventeranno professori ordinari in differenti discipline nell’Università di Milano, Perugia e Napoli, mentre Domenico Nesci sarà Comandante della SVET dal 1986 al 1988 e Capo del Corpo Veterinario dal 1990 al 1996.

I Congressi dei maniscalchi

Tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento il maniscalco, all’interno dell’ambito economico produttivo, occupava una posizione la cui importanza era corrispondente al ruolo del cavallo in quanto “motore animato”. Nell’anno dell’Unità d’Italia il numero di maniscalchi censiti nel Regno era praticamente doppio rispetto a quello dei medici veterinari. Alla diffusione della professione non corrispondeva però un solido sistema formativo, che consentisse anche una crescita culturale degli operatori, fatto salvo quello militare attraverso la scuola di Pinerolo. Per tale ragione il Ministero dell’Agricoltura sul finire dell’Ottocento cercò di attivare una serie di attività formative che, tuttavia, ebbero alterni successi. Degna di nota in quel periodo la scuola istituita, nel 1911, a Firenze e che fu, forse, l’unica scuola teorico – pratica, nel Regno, per maniscalchi civili che al termine dei corsi, della durata di circa tre mesi, rilasciava il diploma di abilitazione all’esercizio della mascalcia. Momenti di grande visibilità per la classe dei maniscalchi furono i congressi nazionali, il primo a Firenze nel Salone dei Duecento a Palazzo Vecchio – il 28 e 29 novembre 1909 ed il secondo a Roma – in Castel Sant’Angelo – dal 20 al 23 luglio 1911, ai quali parteciparono anche eminenti medici veterinari, ippiatri, rappresentanti ed esperti della mascalcia. Risale a quel periodo la pubblicazione de L’Eco dei Maniscalchi, giornale della Federazione fra i Maniscalchi d’Italia, la cui direzione e amministrazione aveva sede in Firenze.

L’immagine del dipinto di John S. Noble, ben descrive quella che poteva essere la condizione lavorativa di una parte dei maniscalchi.

John Sargent Noble – At the Blacksmith’s, 1883 (www.pinterest.com)

Il primo stabilimento italiano per la sterilizzazione del latte

Nel 1893, a Milano, veniva inaugurato il primo impianto italiano per la sterilizzazione del latte. L’azienda Davicini e C. sorgeva in via S. Barnaba ed era nata dall’idea di due avvocati, con il supporto di un ingegnere “distinto specialista in materia di lavorazione del latte”, che avevano avuto modo di vistare un impianto simile in Germania. Lo stabilimento era stato ricavato adattando un vecchio edificio, di proprietà di uno dei soci. I lavori erano stati eseguiti avendo cura di adottare i più moderni accorgimenti igienici dell’epoca: pareti rivestite, per un’altezza di due metri, in cemento e smalto in modo da renderle lavabili con angoli arrotondati per facilitare la pulizia. Pavimenti dotati di scarichi per le acque di lavaggio. Gli uomini addetti alle lavorazioni con vestiario in tela bianca, mentre per le donne, addette al lavaggio delle bottiglie, abito bianco e blu con grande grembiale bianco. Il personale addetto alla consegna a domicilio vestito “in tela d’Africa con le mostre blu”.

L’ approvvigionamento del latte avveniva due volte al giorno da una vaccheria, alle porte di Milano, dove gli animali erano periodicamente controllati da un “dottore veterinario”. Il latte appena giunto nello stabilimento veniva centrifugato per allontanare eventuali “impurità accidentali”, refrigerato e quindi confezionato. Le bottiglie, della capacità di 250 o 500 grammi, in precedenza opportunamente lavate e sterilizzate, venivano chiuse con un apposito turacciolo di porcellana. Il sistema di chiusura era stato ideato e brevettato dall’ing. Eugenio Bazzi, consulente tecnico dell’azienda. Le bottiglie così sigillate venivano quindi sterilizzate a vapore con un doppio ciclo di lavorazione: una prima fase di riscaldamento a vapore per circa 30 – 40 minuti quindi il progressivo raffreddamento, dapprima in acqua calda per non rompere le bottiglie e, a distanza di qualche ora, una seconda fase di riscaldamento a vapore per ulteriori 30 – 40 minuti. In relazione al periodo di allattamento del neonato il latte sterilizzato veniva messo in commercio secondo tre tipologie di prodotto: due parti di latte e una di acqua; una di latte e una di acqua; una di latte e due di acqua. Le bottiglie erano già pronte all’uso: basta portarle a temperatura, stapparle e inserire il “biberon” precedentemente sterilizzato.

All’inaugurazione, insieme ai titolari Carlo Davicini e Giovanni Maino e all’ing. Bazzi, intervennero oltre 300 invitati tra: autorità, rappresentanti della classe medica, del mondo accademico, tra cui i professori della Scuola di Veterinaria di Milano Lanzillotti-Buonsanti, Piana, Lemoigne, Andres, Alpe.

Un grande passo avanti sul fronte dell’igiene alimentare se si pensa alle condizioni ambientali nelle quali il latte veniva munto.

Julien Dupré (1851 – 1910) , La jeune laitière avec son troupeau (Collezione privata)
https://rehs.com/Julien_Dupré_La_jeune_laitiere_avec_son_troupeau.html

I veterinari e lo Sport ippico

Nel 1893 “Il Moderno Zooiatro”, rivista di veterinaria e zootecnia, che aveva avviato le pubblicazioni tre anni prima ed accompagnò la classe veterinaria per oltre un trentennio, decise di avviare la rubrica periodica “Cronaca di Sport ippico”. Il comitato di redazione che aveva al suo interno prestigiosi docenti come Salvatore Baldassare, Roberto Bassi e Lorenzo Brusasco, per citarne alcuni, riteneva che «Il veterinario oggigiorno, se non come medico, come zootecnico non può rimanere indifferente a tutto quello che al presente si fa per incoraggiare e far progredire la produzione ippica nazionale; come deve pure interessarsi più o meno di quanto avviene di essenziale negli altri paesi intorno a questo importante problema. Né può oramai più rimanere estraneo affatto all’istituzione ed allo svolgimento di tutte quelle prove che, pur facendo largo posto al loro carattere spettacoloso, tornano certamente di grande profitto all’industria ippica in generale. Tutto il mondo si agita ed in tutte le nostre principali città si vanno formando società per la creazione di speciali ippodromi […] Ogni giorno si va costituendo qualche nuova scuderia da corsa, e la popolarità di queste utilissime nello stesso tempo che piacevoli ed emozionanti esplicazioni della velocità e resistenza dei cavalli […] Or bene il veterinario deve necessariamente tenersi in qualche modo al corrente di questi fatti; conoscere quali siano i più forti campioni del turf; sapere a quale grado di velocità e resistenza siasi potuto arrivare, quale sia il miglior record notato; […] È sommamente utile, sia nell’interesse dell’arte e scienza che coltiva, sia nel suo particolare vantaggio professionale […] e ad accrescere l’amore per il più utile, il più simpatico ed il più distinto dei suoi soggetti di studio.»

Stava nascendo, anche in Italia, l’ippica ed in questo modo il giornale confidava di poter accrescere l’attenzione dei medici veterinari nei riguardi del mondo sportivo e con esso alla questione dell’industria ippica nazionale. (Il Moderno Zooiatro, 1893 Anno IV, 1: 18-19).

Edgard Degas – Cavalli da corsa davanti alle tribune (1866-1868)
Museo d’Orsay, Parigi,

All’Orto Botanico di Alessandria un pomeriggio con la Storia della Veterinaria

Il 5 giugno presso il giardino botanico “Dina Bellotti” di Alessandria, su invito dell’Ordine dei Medici Veterinari della provincia si è tenuto l’incontro “Aspetti della Storia della Medicina veterinaria e della Mascalcia. Sono intervenuti il presidente A.I.S.Me.Ve.M., Mario Marchisio, e i soci Giovanni Re, Marco Galloni e Ivo Zoccarato. Nell’occasione è stata donata al presidente dell’Ordine di Alessandria, dr. Mauro Saracco, copia del volume degli Atti del 1° Convegno dell’Associazione tenutosi a Torino nell’ottobre del 2019.

La stalla, non solo il ricovero degli animali

Vi è stato un tempo, ormai lontano e quasi dimenticato, in cui la stalla non era solo ed unicamente il luogo in cui trovavano riparo i bovini. Nel periodo invernale, quando le giornate erano corte e più fredde, era consuetudine per la gente di campagna ritrovarsi, per trascorrere insieme qualche ora, nella stalla: il luogo più caldo della cascina senza dover intaccare le magre economie aziendali per l’acquisto di legna da ardere. Durante queste ore le donne facevano la maglia, gli uomini si dedicavano a preparare ceste o cordami. Sovente tutti insieme sgranavano il granturco, che non era ancora destinato agli animali, per la polenta. Gli anziani spesso ricordavano il passato con racconti che ai bambini sembravano avventure in luoghi lontani, ma che il più delle volte erano esperienze di vita militare, unica occasione per molti di vedere luoghi diversi dalla propria dimora. Tutto ciò durò fin verso gli Anni 60 del secolo scorso, poi progressivamente si cominciarono a costruire nuove stalle separate dall’abitazione e gli allevamenti diventarono man mano più grandi e la stalla diventò solo il ricovero dei bovini, ed “il fare filò” un ricordo d’altri tempi.

Le due madri di Giovanni Segantini descrive molto bene l’ambiente di una stalla dell’epoca: mangiatoia in legno, ovviamente assenza di impianto per l’abbeverata e luce, scarsa aereazione. La vacca raffigurata, una pezzata rossa, appartiene ad un tipo genetico ampiamente diffuso in tutto l’arco alpino ed è dipinta con il campanaccio al collo segno evidente che, durante la giornata, l’animale era condotto al pascolo e all’abbeverata. Accovacciato vicino alla vacca il vitello, la cui postura lascia immaginare che abbia poppato da poco e sia ben sazio.

G. Segantini Le due madri (1889) Galleria Civica d’arte moderna – Milano

Il cavallo militare

Il ruolo e l’importanza del cavallo negli eserciti è noto e riconosciuto fin dall’antichità. Il primo trattato che descrive le caratteristiche del cavallo militare è quello di Senofonte scritto intorno al 350 a.C. L’impiego negli eserciti si è sempre accompagnato alla specializzazione d’uso. Nel Medioevo si distinguevano destrieri, ronzini e palafreni: i primi, i cavalli migliori, erano impiegati in battaglia; i secondi – contrariamente al significato moderno del nome – rappresentavano le cavalcature destinate agli scudieri e al trasporto dei bagagli e non erano certamente animali di scarto; la terza categoria era invece quella usata dai signori per gli spostamenti prima delle battaglie o nelle cerimonie pubbliche. Ogni signore doveva quindi avere a sua disposizione almeno tre cavalli, uno per tipo. In tempi più recenti la massima espressione di potenza dell’uso della Cavalleria si ebbe nel periodo napoleonico. Le truppe a cavallo divennero l’arma di rapido impiego in grado di risolvere le battaglie a favore dei francesi. Si distinguevano cavalli per corazzieri, per dragoni, per lancieri. Nella seconda metà dell’Ottocento, Eduardo Chiari scriveva “il cavallo militare deve essere vigoroso, in buono stato di conservazione, atto alle andature rapide e possedere fondo e sangue e poca suscettibilità alle vicissitudini atmosferiche” inoltre doveva essere abituato ai rumori e al fuoco e doveva avere un carattere docile. Tutte caratteristiche che Senofonte aveva già segnalato nel 350 a.C.

L’immagine che viene proposta oggi è un dipinto di Giovanni Fattori, uno dei massimi esponenti della corrente dei Macchiaioli. Sono molte le opere con le quali il pittore ha ci ha trasmesso frammenti di vita militare dell’epoca risorgimentale. Vita nella quale anche i veterinari furono ampiamente coinvolti, prima come sottufficiali e ufficiali appartenenti all’Armata Sarda e poi, dal 4 maggio 1861, come ufficiali nel Regio Esercito Italiano. Di lì a poco dopo sarebbe stato costituito il Corpo Veterinario Militare.

G. Fattori – In vedetta (1872) Collezione privata

Gli allievi ufficiali veterinari

Nel recupero e digitalizzazione del materiale fotografico dell’archivio storico della Scuola veterinaria di Pinerolo, trasferito e conservato presso il Centro Militare di Grosseto, sono emerse anche le foto ricordo di corso di cui gli allievi che vi transitavano facevano dono alla Scuola. Per i neolaureati veterinari era quasi un passaggio obbligato, almeno fino agli Anni 70 del secolo scorso, frequentare il corso AUC di Pinerolo. Si è pensato, come Associazione, di digitalizzare queste foto: sarà l’occasione di riscoprire Maestri e Colleghi del passato, nonni, padri, amici… o sé stessi, ritratti con le mostrine con cui si è assolto il proprio dovere di leva e ci si è affacciati alla vita professionale.

Nel 1861, anno della costituzione del Corpo Veterinario Militare dell’Esercito Italiano, le regole di ammissione nell’Armata Sarda come veterinario prevedevano il superamento di un esame, previsto da una vecchia norma risalente al 1836, in cui dal 1855 fu richiesta anche una componente scientifica. Tale regola fu mantenuta fino al 1882 momento nel quale l’esame fu sostituito da una più semplice valutazione dei titoli. La prima foto di gruppo risale al 1910. A far tempo dal 1895 gli allievi ufficiali di complemento erano ospitati presso la caserma Principe Amedeo, in seguito intitolata a Dardano Fenulli, allora sede della Scuola di Cavalleria e oggi, in parte, sede del Museo storico della Cavalleria.

Giovanni Graglia


Il 1910

Corso Allievi Ufficiali veterinari del 1910

Tra gli allievi del corso del 1910 vi fu anche Paolo Croveri (seconda fila seconda foto da sinistra). Ebbe una brillante carriera come ufficiale veterinario, tra il 1915 ed il 1919 fu direttore dell’Istituto siero-vaccinogeno somalo, la sola istituzione scientifica organizzata nelle colonie. Congedatosi, tra il 1920 ed il 1926 soggiornò in Argentina dove ebbe un incarico presso la facoltà di Medicina. Rientrato in Italia, nel 1928 si laureò in Medicina e Chirurgia a Torino e , l’anno successivo, a Bologna conseguì la specializzazione in patologia coloniale. Nel 1930 conseguì la libera docenza in Parassitologia. Nel 1931 entrò come aiuto volontario all’Istituto di patologia chirurgica di Torino, ove gli venne affidata la direzione dei laboratori che, dopo la soppressione dell’Istituto di parassitologia del Perroncito, erano diventati il Centro di Ricerche parassitologiche dell’Università. Dal 1931 al 1934 fu incaricato dell’insegnamento di elmintologia e malattie da elminti nel corso di perfezionamento in patologia coloniale all’università di Modena. Tra il 1933 ed il 1936, presso l’Università di Messina, ebbe l’incarico dell’insegnamento ufficiale di patologia esotica e coloniale; nel 1934 conseguì la libera docenza in patologia tropicale e subtropicale.  Nel 1936 ritornò all’Università di Torino, dove fu nominato direttore della, neocostituita, clinica delle malattie tropicali. Morì improvvisamente il 12 dicembre 1939.


Qualche anno prima il corso era stato frequentato dal dott. Giovanni Dallari che, laureatosi nel 1905 presso la Scuola di veterinaria di Modena, nel 1906 era stato assegnato al 15° Reggimento artiglieria da campagna (all’epoca di stanza a Reggio Emilia). Promosso tenente nel gennaio del 1913 e quindi 1° capitano,  nel marzo del 1919, con anzianità retroattiva dal 4 aprile 1918. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale venne trasferito a Cremona dove il suo compito era il controllo sanitario del bestiame, raccolto nei parchi buoi, diretto al Fronte per l’approvvigionamento delle truppe. Una volta congedato, rientrò a Fabbrico, dove era nato nel 1882, ed assunse il ruolo di Veterinario Condotto. Per molti anni fece parte del Consiglio Sanitario della provincia di Reggio Emilia e del Consiglio dell’Ordine provinciale dei Medici veterinari.

STen Giovanni Dallari (per gentile concessione della famiglia)

Negli anni della Grande Guerra entrò in servizio anche il S. Tenente Baldassare Signorino, nato a Pomaro in provincia di Alessandria il 27 settembre 1888, si laureò a Torino il 15 novembre del 1912. Nell’agosto del 1916 fu promosso tenente in servizio presso il reggimento Cavalleggeri guide. Tra il dicembre del 1918 ed settembre 1921 fu di stanza in Cirenaica a disposizione del ministero delle colonie. Al rientro in Italia fu assegnato al 5° reggimento artiglieria da campagna. Nel 1927 fu promosso 1° capitano e trasferito all’11° reggimento artiglieria da campagna. Nel 1936 fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia .

Ten. Baldassare Signorino (collezione privata)

Frontespizio delle dispense ad uso degli allievi del corso Allievi Ufficiali veterinari del 1908

Il maggiore Luigi Drago prestò servizio per un lungo periodo presso la Scuola di Cavalleria. Capitano dal 1888, inizialmente fu comandato presso il reggimento di Cavalleria Alessandria, di stanza a Saluzzo. A Pinerolo, raggiunse il grado di maggiore dove, alle dipendenze del colonnello Berta, fu compagno d’armi del capitano Federigo Caprilli. Nell’ottobre del 1908 fu trasferito, ad Alessandria, presso il II Corpo d’Armata. Morì, improvvisamente, il 22 febbraio del 1914, con il grado di tenente colonnello in servizio presso il I Corpo d’Armata a Torino.


Durante la 1^ Guerra Mondiale non si svolsero corsi AUC Veterinari presso la Scuola di Pinerolo. L’ultimo corso si svolse dal 15 ottobre 1914 al 15 febbraio 1915, per 10 Allievi. I corsi regolari ripresero il 1 Dicembre 1924 (termine corso il 28 febbraio 1925) per 8 Ufficiali veterinari, in servizio permanente effettivo, di nuova nomina ed il 5 marzo 1925 fino al 5 giugno 1925 per 28 AUC Veterinari. Durante il periodo bellico gli organici di guerra furono alimentati con i richiami, che proprio mentre l’Italia stava per entrare in guerra, hanno raggiunto i nati negli anni 1874-1875, cioè di quarant’anni di età. Gli studenti di veterinaria vennero reclutati nell’Esercito, interrompendo quindi gli studi. Alcuni provvedimenti legislativi favorirono l’accelerazione del loro percorso di studio e la discussione della tesi di laurea: essendo già in servizio militare, verosimilmente il conseguimento della laurea portò alla loro nomina diretta ad Ufficiale di complemento nel Corpo Veterinario. E’ di interesse notare come in questo periodo alcune Facoltà di Veterinaria italiane, all’epoca ancora ordinate come Regie Scuole Superiori di Veterinaria, abbiano organizzato, in collaborazione con il Servizio Veterinario dell’Esercito, corsi di “Chirurgia di Guerra” a favore degli studenti degli ultimi due anni di corso, ma anche dei veterinari civili e militari interessati al richiamo alle armi. E’ plausibile che nei primi anni del dopoguerra non si siano tenuti nuovi corsi per AUC Veterinari presso la Scuola di Pinerolo dovendosi riassorbire l’esuberanza di forze conseguenti alla smobilitazione.

Per maggiori informazioni sul ruolo dei Servizi veterinari durante la I GM https://storiamedicinaveterinaria.com/2018-historical-congress-veterinary-in-wwi/


Il periodo tra le due Guerre Mondiali

I corsi per veterinari riprendono, a Pinerolo, il 1 dicembre 1924: si tratta di un corso di 3 mesi per 8 Ufficiali veterinari in servizio permanente (spe) di nuova nomina. Si ripetono altri tre corsi analoghi il 1 dicembre 1925, 5 marzo ed il 5 novembre 1926 per complessivi 27 Ufficiali. Il 1 ottobre 1927 inizia un ultimo corso di questa natura, per un solo Ufficiale e con una durata di 5 mesi.
Fino al secondo dopoguerra non si svolgeranno più corsi per Ufficiali veterinari in spe di nuova nomina, presso la Scuola di Pinerolo.

Dopo la parentesi della guerra e dell’immediato dopoguerra, i corsi per AUC veterinari riprendono il 5 marzo 1925.
Fino al 14 agosto 1939, data in cui termina l’ultimo svolto prima dell’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, i corsi si tengono con una frequenza annuale, per una durata di 5 mesi, con l’eccezione del primo, della durata di soli tre mesi.
Complessivamente, gli allievi furono 851, di cui 847 conseguono l’idoneità e la nomina ad Ufficiale Veterinario di Complemento.

Si riconoscono, nelle foto ricordo dei corsi, futuri Capi del Corpo Veterinario (Riccardo Turina, Gino Paita, Gerardo Palma), celebri professori universitari (Prospero Masoero, Giovanni Godina, Carlo Pezzoli, Sebastiano Paltrinieri, Luigi Montroni, Telesforo Bonadonna, Vittorio Cilli, direttore dell’Istituto Siero-vaccinogeno dell’Asmara dal 1932 al 1946, e poi docente a Perugia di Malattie infettive ), Direttori di Istituto Zooprofilattico (Antonio Corrias), alcuni veterinari che subito dopo il corso emigrarono in Congo dove si distinsero nella professione (Carlo e Pio Roetti). In altre foto è difficoltoso leggere i nomi, ma sicuramente qualcuno potrebbe riconoscere i propri docenti o colleghi anziani o, ancora, padri e nonni. Il corso del 1937-1938 (cfr. foto 16) vide la partecipazione di un gruppo di corsisti provenienti dalla Sardegna. Tra questi, oltre al prof. Antonio Corrias, vi era anche il dott. Zenobio Cancedda (1913-1972). Sottotenente di prima nomina fu assegnato all’8° reggimento di artiglieria inquadrato nella divisione di fanteria “Del Pasubio”. Allo scoppio delle ostilità fu destinato sul fronte greco-albanese. Nel dopoguerra esercitò come veterinario condotto nel comune di Villaurbana e successivamente in quello di Sardara. Per molti anni fu presidente dell’Ordine dei Medici veterinari e componente del Consiglio Sanitario della Provincia di Cagliari.