Gli allievi ufficiali veterinari

Nel recupero e digitalizzazione del materiale fotografico dell’archivio storico della Scuola veterinaria di Pinerolo, trasferito e conservato presso il Centro Militare di Grosseto, sono emerse anche le foto ricordo di corso di cui gli allievi che vi transitavano facevano dono alla Scuola. Per i neolaureati veterinari era quasi un passaggio obbligato, almeno fino agli Anni 70 del secolo scorso, frequentare il corso AUC di Pinerolo. Si è pensato, come Associazione, di digitalizzare queste foto: sarà l’occasione di riscoprire Maestri e Colleghi del passato, nonni, padri, amici… o sé stessi, ritratti con le mostrine con cui si è assolto il proprio dovere di leva e ci si è affacciati alla vita professionale.

Nel 1861, anno della costituzione del Corpo Veterinario Militare dell’Esercito Italiano, le regole di ammissione nell’Armata Sarda come veterinario prevedevano il superamento di un esame, previsto da una vecchia norma risalente al 1836, in cui dal 1855 fu richiesta anche una componente scientifica. Tale regola fu mantenuta fino al 1882 momento nel quale l’esame fu sostituito da una più semplice valutazione dei titoli. La prima foto di gruppo risale al 1910. A far tempo dal 1895 gli allievi ufficiali di complemento erano ospitati presso la caserma Principe Amedeo, in seguito intitolata a Dardano Fenulli, allora sede della Scuola di Cavalleria e oggi, in parte, sede del Museo storico della Cavalleria.

Giovanni Graglia


Il 1910

Corso Allievi Ufficiali veterinari del 1910

Tra gli allievi del corso del 1910 vi fu anche Paolo Croveri (seconda fila seconda foto da sinistra). Ebbe una brillante carriera come ufficiale veterinario, tra il 1915 ed il 1919 fu direttore dell’Istituto siero-vaccinogeno somalo, la sola istituzione scientifica organizzata nelle colonie. Congedatosi, tra il 1920 ed il 1926 soggiornò in Argentina dove ebbe un incarico presso la facoltà di Medicina. Rientrato in Italia, nel 1928 si laureò in Medicina e Chirurgia a Torino e , l’anno successivo, a Bologna conseguì la specializzazione in patologia coloniale. Nel 1930 conseguì la libera docenza in Parassitologia. Nel 1931 entrò come aiuto volontario all’Istituto di patologia chirurgica di Torino, ove gli venne affidata la direzione dei laboratori che, dopo la soppressione dell’Istituto di parassitologia del Perroncito, erano diventati il Centro di Ricerche parassitologiche dell’Università. Dal 1931 al 1934 fu incaricato dell’insegnamento di elmintologia e malattie da elminti nel corso di perfezionamento in patologia coloniale all’università di Modena. Tra il 1933 ed il 1936, presso l’Università di Messina, ebbe l’incarico dell’insegnamento ufficiale di patologia esotica e coloniale; nel 1934 conseguì la libera docenza in patologia tropicale e subtropicale.  Nel 1936 ritornò all’Università di Torino, dove fu nominato direttore della, neocostituita, clinica delle malattie tropicali. Morì improvvisamente il 12 dicembre 1939.


Qualche anno prima il corso era stato frequentato dal dott. Giovanni Dallari che, laureatosi nel 1905 presso la Scuola di veterinaria di Modena, nel 1906 era stato assegnato al 15° Reggimento artiglieria da campagna (all’epoca di stanza a Reggio Emilia). Promosso tenente nel gennaio del 1913 e quindi 1° capitano,  nel marzo del 1919, con anzianità retroattiva dal 4 aprile 1918. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale venne trasferito a Cremona dove il suo compito era il controllo sanitario del bestiame, raccolto nei parchi buoi, diretto al Fronte per l’approvvigionamento delle truppe. Una volta congedato, rientrò a Fabbrico, dove era nato nel 1882, ed assunse il ruolo di Veterinario Condotto. Per molti anni fece parte del Consiglio Sanitario della provincia di Reggio Emilia e del Consiglio dell’Ordine provinciale dei Medici veterinari.

STen Giovanni Dallari (per gentile concessione della famiglia)

Negli anni della Grande Guerra entrò in servizio anche il S. Tenente Baldassare Signorino, nato a Pomaro in provincia di Alessandria il 27 settembre 1888, si laureò a Torino il 15 novembre del 1912. Nell’agosto del 1916 fu promosso tenente in servizio presso il reggimento Cavalleggeri guide. Tra il dicembre del 1918 ed settembre 1921 fu di stanza in Cirenaica a disposizione del ministero delle colonie. Al rientro in Italia fu assegnato al 5° reggimento artiglieria da campagna. Nel 1927 fu promosso 1° capitano e trasferito all’11° reggimento artiglieria da campagna. Nel 1936 fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia .

Ten. Baldassare Signorino (collezione privata)

Frontespizio delle dispense ad uso degli allievi del corso Allievi Ufficiali veterinari del 1908

Il maggiore Luigi Drago prestò servizio per un lungo periodo presso la Scuola di Cavalleria. Capitano dal 1888, inizialmente fu comandato presso il reggimento di Cavalleria Alessandria, di stanza a Saluzzo. A Pinerolo, raggiunse il grado di maggiore dove, alle dipendenze del colonnello Berta, fu compagno d’armi del capitano Federigo Caprilli. Nell’ottobre del 1908 fu trasferito, ad Alessandria, presso il II Corpo d’Armata. Morì, improvvisamente, il 22 febbraio del 1914, con il grado di tenente colonnello in servizio presso il I Corpo d’Armata a Torino.


Durante la 1^ Guerra Mondiale non si svolsero corsi AUC Veterinari presso la Scuola di Pinerolo. L’ultimo corso si svolse dal 15 ottobre 1914 al 15 febbraio 1915, per 10 Allievi. I corsi regolari ripresero il 1 Dicembre 1924 (termine corso il 28 febbraio 1925) per 8 Ufficiali veterinari, in servizio permanente effettivo, di nuova nomina ed il 5 marzo 1925 fino al 5 giugno 1925 per 28 AUC Veterinari. Durante il periodo bellico gli organici di guerra furono alimentati con i richiami, che proprio mentre l’Italia stava per entrare in guerra, hanno raggiunto i nati negli anni 1874-1875, cioè di quarant’anni di età. Gli studenti di veterinaria vennero reclutati nell’Esercito, interrompendo quindi gli studi. Alcuni provvedimenti legislativi favorirono l’accelerazione del loro percorso di studio e la discussione della tesi di laurea: essendo già in servizio militare, verosimilmente il conseguimento della laurea portò alla loro nomina diretta ad Ufficiale di complemento nel Corpo Veterinario. E’ di interesse notare come in questo periodo alcune Facoltà di Veterinaria italiane, all’epoca ancora ordinate come Regie Scuole Superiori di Veterinaria, abbiano organizzato, in collaborazione con il Servizio Veterinario dell’Esercito, corsi di “Chirurgia di Guerra” a favore degli studenti degli ultimi due anni di corso, ma anche dei veterinari civili e militari interessati al richiamo alle armi. E’ plausibile che nei primi anni del dopoguerra non si siano tenuti nuovi corsi per AUC Veterinari presso la Scuola di Pinerolo dovendosi riassorbire l’esuberanza di forze conseguenti alla smobilitazione.

Per maggiori informazioni sul ruolo dei Servizi veterinari durante la I GM https://storiamedicinaveterinaria.com/2018-historical-congress-veterinary-in-wwi/


Il periodo tra le due Guerre Mondiali

I corsi per veterinari riprendono, a Pinerolo, il 1 dicembre 1924: si tratta di un corso di 3 mesi per 8 Ufficiali veterinari in servizio permanente (spe) di nuova nomina. Si ripetono altri tre corsi analoghi il 1 dicembre 1925, 5 marzo ed il 5 novembre 1926 per complessivi 27 Ufficiali. Il 1 ottobre 1927 inizia un ultimo corso di questa natura, per un solo Ufficiale e con una durata di 5 mesi.
Fino al secondo dopoguerra non si svolgeranno più corsi per Ufficiali veterinari in spe di nuova nomina, presso la Scuola di Pinerolo.

Dopo la parentesi della guerra e dell’immediato dopoguerra, i corsi per AUC veterinari riprendono il 5 marzo 1925.
Fino al 14 agosto 1939, data in cui termina l’ultimo svolto prima dell’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, i corsi si tengono con una frequenza annuale, per una durata di 5 mesi, con l’eccezione del primo, della durata di soli tre mesi.
Complessivamente, gli allievi furono 851, di cui 847 conseguono l’idoneità e la nomina ad Ufficiale Veterinario di Complemento.

Si riconoscono, nelle foto ricordo dei corsi, futuri Capi del Corpo Veterinario (Riccardo Turina, Gino Paita, Gerardo Palma), celebri professori universitari (Prospero Masoero, Giovanni Godina, Carlo Pezzoli, Sebastiano Paltrinieri, Luigi Montroni, Telesforo Bonadonna, Vittorio Cilli, direttore dell’Istituto Siero-vaccinogeno dell’Asmara dal 1932 al 1946, e poi docente a Perugia di Malattie infettive ), Direttori di Istituto Zooprofilattico (Antonio Corrias), alcuni veterinari che subito dopo il corso emigrarono in Congo dove si distinsero nella professione (Carlo e Pio Roetti). In altre foto è difficoltoso leggere i nomi, ma sicuramente qualcuno potrebbe riconoscere i propri docenti o colleghi anziani o, ancora, padri e nonni. Il corso del 1937-1938 (cfr. foto 16) vide la partecipazione di un gruppo di corsisti provenienti dalla Sardegna. Tra questi, oltre al prof. Antonio Corrias, vi era anche il dott. Zenobio Cancedda (1913-1972). Sottotenente di prima nomina fu assegnato all’8° reggimento di artiglieria inquadrato nella divisione di fanteria “Del Pasubio”. Allo scoppio delle ostilità fu destinato sul fronte greco-albanese. Nel dopoguerra esercitò come veterinario condotto nel comune di Villaurbana e successivamente in quello di Sardara. Per molti anni fu presidente dell’Ordine dei Medici veterinari e componente del Consiglio Sanitario della Provincia di Cagliari.

“La giornata delle api”

Da qualche anno, il 20 maggio è il giorno dedicato alle api. Il ruolo delle api nel mantenimento dell’equilibrio biologico è ampiamente noto e riconosciuto come altrettanto lo è la loro capacità di produrre il miele. L’apicoltura è una pratica molto antica; già Aristotele ne parla diffusamente nella sua Storia degli animali (quarto secolo a.C.). Virgilio affronta l’argomento nel libro IV delle Georgiche e Columella, vissuto nel I secolo d.C., tratta delle api nel IX libro del De re rustica. Nel corso dei secoli, grazie ad una sempre maggior capacità e apprendimento da parte degli apicoltori si è passati dal favo fisso alle arnie trasportabili a tutto vantaggio della produzione mellifera. Meno noto il fatto che tra le varie attività che competono al medico veterinario, analogamente a tutti gli alimenti di origine animale, vi è anche il controllo igienico sanitario del miele e la prevenzione, diagnosi e cura delle malattie dell’alveare. Presso l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie a far tempo dal 2003 è istituito il Centro di referenza nazionale per l’apicoltura. Oggi in Italia, gli apicoltori censiti sono circa 63.000 con circa 1,7 milioni di alveari.

C. Liebich (1868-1937) Bei den bienen (Con le api) 1896,
Städtische Museen Freiburg (D)

I webinar del ciclo “E l’uomo incontrò il cavallo”

Il ciclo di conversazioni di cultura equestre scaturito dalla collaborazione tra il Dipartimento di Scienze Veterinarie di Torino e l’Istituto Italiano di Cultura di Montréal è ora visibile sul canale youtube del Dipartimento. Di seguito il link da cui è possibile accedere:

Inoltre, è in libreria, per i tipi di Lunae Edizioni il volume E l’uomo incontrò il cavallo, curato da Domenico Bergero e Francesco D’Arelli. Oltre 200 pagine che raccolgono alcuni degli interventi presentati durante le sette serate che si sono susseguite tra dicembre 2020 ed aprile 2021.

“Il trasporto passeggeri in città”

Fino alla fine dell’800, quando l’elettricità permise l’entrata in servizio dei tramway, i trasporti in tutte le grandi città avvenivano per mezzo di “veicoli” mossi da cavalli, i motori animati. Secondo la moda dell’epoca vi erano due categorie di cavalli “carrozzieri”: i grandi e i piccoli. La prima categoria, la cui altezza al garrese era di almeno 163 cm, era destinata ai coupés, alle grandi berline ai grandi calèches. Alla seconda categoria, la più numerosa, con un’altezza tra 159 e 162 cm, appartenevano i cavalli adibiti al tiro dei landau, dei phaeton, dei piccoli coupés. Inoltre, vi erano i cavalli destinati al tiro degli omnibus pubblici. A questo gruppo appartenevano animali di maggior taglia e ancora si distinguevano in animali da tiro leggero, o al trotto, e da tiro pesante, o al passo; come si può facilmente intuire a questi animali era richiesto uno sforzo maggiore rispetto ai carrozzieri. Il controllo sanitario dei cavalli rappresentava un impegno importante dei veterinari pubblici, ed aveva notevoli implicazioni sul rispetto ed il benessere degli animali in città. Il servizio veterinario, unitamente alla polizia municipale, aveva il compito di controllare lo stato della ferratura e di salute e prevenire i maltrattamenti verso gli animali. Nella Città di Torino la circolazione dei cavalli era regolamentata da norme approvate fin dai primi anni del 1800. Per contro la normativa per il servizio di vetture pubbliche fu emanata nel 1873: i cocchieri erano soggetti all’acquisizione di idoneo permesso di conduzione, dovevano rispettare le norme di circolazione e mantenere idoneo contegno oltre che vestire in modo adeguato (abito e cappello a cilindro). Era fatto divieto di impiegare animali “viziosi, ovvero per malattia, infermità, deforme aspetto, o per qualsiasi altra causa inetti al servizio”. Circolavano tre tipi di vetture: “cittadine” destinate al trasporto privato, dislocate presso le stazioni o in corrispondenza dei luoghi principali della città, con cocchiere, trainate da uno o due cavalli; “omnibus” e “ippoferrovie”, queste ultime trainate su “regoli di ferro” cioè binari. Queste due tipologie di trasporto garantivano il servizio pubblico nel rispetto di un percorso ed un orario prefissato. Sulle vetture pubbliche oltre al cocchiere era presente un fattorino che si occupava di gestire l’ordine ed il rispetto delle norme tra i passeggeri. Nel 1899, Edmondo De Amicis diede alle stampe La carrozza di tutti, libro di viaggio ambientato nel mondo del trasporto pubblico ippotrainato a Torino. L’immagine che viene presentata oggi, la rappresentazione pittorica dell’affollamento di “veicoli e passeggeri” di uno principali boulevard parigini, non ha nulla da invidiare al convulso traffico dei nostri giorni. Unica grande differenza il “motore animato” rispetto a quello “inanimato” delle automobili.

Le boulevard des Italiens, mattino, giornata di sole – Camille Pissarro 1897 National Gallery of Art, Washington D.C.

Il rapporto uomo e animali

“Spazio culturale piemontese”, in collaborazione con l’A.I.S.Me.Ve.M., propone una conferenza online su “Storia del rapporto tra uomo e animali. Relatore il Dott. Mario Piero Marchisio, Presidente della Associazione e Comandante del Centro Militare Veterinario di Grosseto. L’appuntamento è per Lunedì 17 maggio alle ore 21. Il link per partecipare sulla piattaforma Microsoft Teams dovrà essere richiesto alla Prof.ssa Angela Delgrosso, responsabile di “Spazio culturale piemontese” all’indirizzo mail info@spazioculturalepiemontese.it

Napoleone e la Veterinaria

Oggi, 5 maggio, ricorre il bicentenario della morte di Napoleone. Da più parti si discute se sia il caso di commemorare la figura dell’Imperatore, grande innovatore e allo stesso tempo chiaro esempio di un potere dispotico. In questa sede a noi preme cogliere l’occasione per ricordare il suo rapporto con la Veterinaria. A lui si deve infatti la prima regolamentazione della presenza e della funzione dei veterinari nell’Armata francese, modello che dopo la Restaurazione fu ripreso e mantenuto anche nell’Armata sarda e, dopo il 1861, nel Regno d’Italia. In Francia, un atto del 25 marzo 1776 aveva provveduto a creare la figura del maniscalco militare. Con successiva disposizione del 20 gennaio del 1794 (1 plouviôse an II), fu loro attribuito il titolo di artistes-véterinaires. Nel 1813 vennero “promossi” a marescialli veterinari in prima o in seconda. A far tempo dal 15 luglio dello stesso anno, ogni reggimento di cavalleria e battaglione di treno prevedeva nel proprio organico le due figure veterinarie. Fin dal 1802 era previsto che i corpi di cavalleria inviassero, complessivamente, 15 allievi per ciascuna delle due Scuole allora esistenti: Lione e Alfort. Merita anche ricordare come, a partire dal 1800, nell’Armata napoleonica la ferratura dei cavalli fosse regolamentata con alcuni articoli, dal 69 al 77, del decreto del 28 aprile (Arrêté dell’8 floreal an VIII).

Tutto ciò premesso, Napoleone, che disponeva di un grande numero di cavalli ad uso personale, si avvaleva anche delle prestazioni di zoojatri “liberi esercenti” nelle zone in cui si trovava durante le sue numerose campagne militari. Ne è testimonianza il caso, verificatosi dopo la battaglia di Cosseria (13 -14 aprile 1796), durante la prima Campagna d’Italia, di cui ci dà notizia il dottor Giovanni Giacomo Bonino. Commemorando il socio Giuseppe Antonio Luciano, nell’adunanza della R. Accademia d’agricoltura di Torino del 30 gennaio 1851, scrive “… allorquando, divenuto il borgo di Lesegno nell’aprile del 1796 sede del quartier generale dell’esercito capitanato da Napoleone Bonaparte, questi gli affidava [al Luciano ndr] le cure di un suo prediletto cavallo stato ferito presso il castello di Cosseria, e ne rimaneva così satisfatto, che, ricusando nobilmente il Luciano la offertagli rimunerazione, il gran Capitano, profondo conoscitore qual era degli uomini, promettevagli che avrebbe avuto cura di lui, (qu’il l’aurait soigné), qualora avesse voluto seguirlo …

Andrea Appiani, “Battaglia di Napoleone al ponte di Lodi”, 1800-1801 ca.,
Milano, Galleria d’Arte Moderna:
 modello per la seconda delle ventinove tele “I fasti di Napoleone” (dalla battaglia di Montenotte del 1796, alla vittoria di Friedland nel 1807) che furono dipinte su commissione del viceré Eugenio de Beauharnais per la decorazione della Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale (Milano) e che vennero inesorabilmente distrutte nei bombardamenti del 1943 (da: http://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/2d030-00216/)

Non conosciamo la frequenza di tali episodi, ma non possiamo escludere che il ripetersi di tali evenienze abbia spinto il Bonaparte a regolamentare e dare il giusto risalto al servizio veterinario dell’Armata, in particolare durante il successivo periodo imperiale. A conferma di questo, va anche ricordato che il “modello francese” di supporto integrato alla cavalleria da parte di maniscalchi-veterinari ufficiali poté essere esteso in Italia solo dopo la costituzione del Regno d’Italia, nel 1805. Infatti, fu sicuramente anche questo uno dei motivi che portarono, in pochi anni, ad un completo riassetto delle scuole di formazione non solo militari, ma anche veterinarie, di tutto il Nord Italia: alcune sedi universitarie, come ad esempio Pavia, furono momentaneamente trasformate in Scuole Militari, sul modello di Fontainebleau; le Scuole Veterinarie “minori” furono progressivamente soppresse (Ferrara, Modena, Padova), contemporaneamente alla rifondazione della Scuola Veterinaria di Milano, che fu elevata al rango di scuola “teorico-pratica completa”, sul modello di Lione e di Alfort. Similmente a quanto già avveniva in Francia, dal 1808 anche in Italia la formazione veterinaria di quattro allievi militari, selezionati e inviati alla Scuola di Milano, era finanziata dal Ministero della Guerra. In questo ampio processo di riorganizzazione, durato alcuni anni, ebbe un ruolo importante anche Eugenio Beauharnais, viceré d’Italia, che rendicontava puntualmente all’Imperatore anche tutti i fatti (e le spese) della cavalleria nel Regno.

Sicuramente in Italia Napoleone cavalcò diversi cavalli: ne perse uno, ferito mortalmente durante la battaglia di Arcole e per il quale non fu possibile nessuna cura … ne lasciò un altro, donato al fedele Beauharnais, che soggiornò probabilmente per anni nelle scuderie della Villa Reale di Monza e che, ci piace pensare, possa esser stato curato proprio presso la Scuola Veterinaria Milanese. Era il destriero con cui, prima ancora di incontrare il celebre Marengo (e tanti altri ancora), Napoleone cavalcò tra le dune e le sabbie d’Oriente, durante la nota Campagna d’Egitto (1798-99). Alla sua morte, il suo scheletro fu preparato e conservato nel Museo Anatomico Veterinario di Milano.

Carlo Rinaldi – Ivo Zoccarato

Jean-Antoine Gros, “La battaglia delle piramidi”, 1810, Trianons Versailles

“Le lotte agrarie e gli animali”

Ieri si è festeggiato il 1° Maggio. È l’occasione in cui il pensiero va, quasi sempre, alle rivendicazioni operaie, ma anche quelle del mondo agricolo. Il primo dopoguerra fu caratterizzato non solo dalla necessità di ricostruire il Paese e rilanciare l’economia, ma anche da tensioni legate alla precarietà della situazione sociale di un Paese che aveva vissuto per un ventennio la pressione del regime fascista e patito gli effetti di un conflitto presto trasformatosi in guerra civile. Tra le fasce sociali, il precariato agricolo fu sicuramente una tra le più deboli. Sono gli anni in cui nascono nuove organizzazioni di rappresentanza degli agricoltori come Coldiretti, ed altre, come Confagricoltura e Federconsorzi, si affrancano dall’esperienza del periodo prebellico in cui erano confluite nel sindacato unico fascista. Ciononostante, il proletariato agricolo dovette affrontare ancora lunghi periodi di lotta di classe prima di vedere riconosciute le proprie rivendicazioni salariali. Vi furono molte manifestazioni di protesta, non mancarono gli scioperi. Nel 1954 vi fu il “grande sciopero” che nella provincia di Ferrara coinvolse circa 120.000 persone tra braccianti e salariati fissi, ma anche mezzadri e contadini. La contrapposizione fu molto aspra e fu condotta anche una campagna di stampa mirata a mettere in risalto il problema della mancanza di cure al bestiame, peraltro gli scioperanti si erano impegnati a garantire foraggio e governo della stalla una volta al giorno. Se pur ambientato qualche decennio prima, qualcuno ricorderà la scena delle vacche non munte nel film “Novecento” di Bernardo Bertolucci. Per cercare di far rientrare lo sciopero e fronteggiare l’emergenza si fece ricorso anche alle Forze Armate che, come si può comprendere dall’immagine presentata oggi, avevano ancora un forte legame con il mondo rurale. Lo scatto di Walter Breviglieri coglie un agente, che senza perdersi d’animo e con apparente dimestichezza, sta mungendo una bovina dallo sguardo incuriosito.

Foto Walter Breveglieri, Scioperi agrari nel ferrarese, 1954
(Gazzetta del Popolo – archivio fotografico, cart. 74, busta 5050)
“Città di Torino – http://www.comune.torino.it”

La giornata mondiale del medico veterinario

Ieri, come ogni ultimo sabato del mese di aprile, si è celebrata la giornata mondiale del medico veterinario. L’attività veterinaria si sviluppa in molteplici ambiti disciplinari e spazia dalla salute pubblica alla salute degli animali ed al loro benessere, all’ambiente. Quest’anno il World Veterinary Day ha per tema l’impegno che i veterinari stanno dedicando a proteggere la salute animale e umana durante la pandemia da COVID-19. L’immagine che oggi proponiamo è un’opera dell’artista statunitense, José Perez, e vuole rendere omaggio a tutti i medici veterinari. Con questo lavoro Perez ha idealizzato il medico veterinario, perfettamente integrato nel mondo animale, circondandolo con diversi animali, domestici e selvatici, e uccelli. Tutti lo osservano incuriositi ed attenti alle cure che egli sta praticando al piccolo orangotango che, con aria sconsolata, sta rassegnato, sulle sue ginocchia e lascia che gli venga sfilata una spina. Confidiamo che il consueto umorismo che contraddistingue questo artista possa farci sorridere, per un momento, rendendo più lievi le preoccupazioni di tutti questi mesi.

José S. Perez, The Veterinarian

World Veterinary Day

Ogni ultimo sabato del mese di aprile, in tutto il mondo, si celebra il World Veterinary Day. Quest’anno l’evento è dedicato al lavoro dei medici veterinari impegnati a proteggere la salute animale e umana durante la pandemia da COVID-19.

“La pastorizia”

Il sistema tradizionale di allevamento estensivo, a pascolo brado, di diverse specie animali è l’asse portante della pastorizia. Tuttavia, nell’immaginario collettivo, quando si parla di pastorizia il pensiero corre, quasi sempre, al pastore che, con l’ausilio del cane, custodisce il gregge. Alla tradizionale produzione di latte, destinato alla caseificazione, carne e lana -per gli ovini – la pastorizia assume ora un nuovo significato economico, un tempo non pienamente percepito e riconosciuto, quello dei servizi socio ambientali. Oggi, in molte realtà italiane la pastorizia assicura il mantenimento della biodiversità, del paesaggio e contribuisce al controllo del rischio idrogeologico in particolare nelle aree collinari e montane. Tuttavia, il settore soffre di varie difficoltà, tra cui il ricambio generazionale. Per quanto attiene agli ovini, l’attuale consistenza del patrimonio nazionale è di circa 6.300.000 capi, nel 1918 – al termine della I Guerra Mondiale – erano oltre 11.500.000. Le regioni con il maggior numero di pecore sono la Sardegna con 48% dei capi, seguita da Sicilia (12%), Lazio (10%) e Toscana (5%) ed il restante 25% distribuito nelle altre regioni. La razza sarda è quella maggiormente rappresentata con oltre 3.600.000 capi. Per quanto alla produzione di lana, un tempo ampiamente ricercata, oggi è praticamente un prodotto di bassissimo valore e di difficile collocazione sul mercato.

L’immagine che viene proposta riproduce un’opera di Giovanni Segantini. Il pittore più volte rappresentò degli ovini nei propri dipinti, talvolta come soggetti principali come nella “Benedizione delle pecore” oppure comprimari come nel caso di “Pomeriggio sulle Alpi” o della “Ragazza che fa la calza”, ma sempre con grande realismo.

Giovanni Segantini , Ave Maria a trasbordo (1886),
Museo G. Segantini , St. Moritz (CH)