Pasqua 2021

La Pesach, la Pasqua ebraica, celebra la liberazione degli Ebrei dall’Egitto grazie a Mosè. La parola ebraica Pesach significa “passare oltre”, “tralasciare” e deriva dal racconto della decima piaga, nella quale il Signore comandò agli Ebrei di segnare con il sangue dell’agnello le porte delle case di Israele permettendogli di andare oltre, colpendo così solo le case degli Egizi. La Pesach indica quindi la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli Egizi e l’inizio di una nuova libertà, con Dio, verso la terra promessa.

Con l’avvento del cristianesimo la Pasqua ha acquisito un nuovo significato, indicando il passaggio dalla morte alla vita per Gesù Cristo e il passaggio a vita nuova per i cristiani, liberati dal peccato con il sacrificio sulla croce e chiamati a risorgere con Gesù. Perciò la Pasqua cristiana è detta Pasqua di resurrezione, mentre quella ebraica di liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

In questo particolare momento ci sia consentito l’auspicio per tutti che la Santa Pasqua, accanto al tradizionale significato cristiano rappresenti l’inizio di un “passare oltre” al tragico periodo storico che stiamo vivendo a causa della pandemia da COVID-19. Rappresenti, in sostanza, l’inizio della nostra liberazione da questo devastante flagello.

Con l’immagine di uno dei dipinti più noti di Carlo Pittara che raffigura un gregge, sotto la pioggia, che rientra all’ovile e attende il ritorno di tempi migliori auguriamo a tutti una Pasqua di serenità.

Carlo Pittara, Ritorno alla stalla (ca. 1866), Galleria Arte Moderna – Torino

“L’asino nelle raffigurazioni sacre”

La ricorrenza della Domenica delle Palme, che celebra l’inizio della Settimana Santa, offre lo spunto per rendere omaggio all’asino, “parente povero” del cavallo. La raffigurazione di tale animale nella pittura sacra è assai frequente, basti pensare alle molte natività, alla fuga in Egitto e, appunto a Gesù che entra in Gerusalemme, a dorso di un’asina. Quest’ultima immagine è rilevante già nell’arte paleocristiana e l’evento è raffigurato su numerosi sarcofaghi romani. Lo storico dell’arte Thomas Mathews ritiene che con la raffigurazione dell’asino si possa identificare […] un nuovo atteggiamento nei confronti dell’intero regno animale. Se il mondo classico a volte traeva insegnamenti morali dal comportamento degli animali e faceva loro impersonare drammi umani, come nel caso delle favole di Esopo, la mentalità̀ cristiana in qualche modo li concepì come dei collaboratori agli sforzi degli umani […]. L’addomesticazione dell’asino risale al 5000 a.C. ad opera degli Egizi e delle popolazioni della Mesopotamia e da qui si è diffuso in tutto il mondo. Da allora ha accompagnato l’uomo nelle sue fatiche, soprattutto come animale da lavoro destinato al tiro dell’aratro, a far girare il frantoio ed il mulino, a sollevare l’acqua, ma anche per il trasporto di merci e persone e, al bisogno, per dare carne e latte le cui peculiarità erano già note a Cleopatra, e descritte da Ippocrate e Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Naturalis Historia.  In Italia oggi, essendo venute meno le necessità d’impiego rispetto ai primi anni del ’900, il numero di asini ha subito, una forte contrazione passando da circa un milione di capi a 650.000 agli inizi degli Anni 40, per scendere ancora a circa 25.000 all’inizio del 2000. Oggi gli effettivi presenti, circa 27.000, appartengono alle razze Amiatina, Asinara, Grigia Siciliana, Martina Franca, Pantelleria, Ragusana, Romagnola e Sarda. Nei confronti di tali razze si rendono oggi necessari attenti interventi di salvaguardia del germoplasma ad evitare che vadano ad aggiungersi alle razze già estinte: Cariovilli, Castelmorone, Emiliano, Grigio Viterbese, Irpinia, Sant’Alberto. Oggi gli asini trovano largo impiego nella pet-therapy (onoterapia), nell’onoturismo e, stante la riscoperta delle proprietà nutrizionali del latte, nell’alimentazione dei bambini e nella cura della persona.

Giotto da Bondone, Gesù entra a Gerusalemme (1303-1305) Cappella degli Scrovegni Padova (https://en.wikipedia.org/)

La Fondazione “A. Pastorelli” per la Storia della Veterinaria

In questo periodo in cui gli eventi in presenza sono impossibili, la Fondazione Iniziative Zooprofilattiche e Zootecniche “Angelo Pecorelli” non si è persa d’animo e si è fattivamente impegnata per la promozione e realizzazione di attività formative a distanza (FAD). L’ attività  “Storia della Medicina Veterinaria e Mascalcia” ci vede concretamente partecipi come Associazione. Tutte le informazioni per poter partecipare all’evento FAD sono reperibili sul sito della Fondazione https://www.fondiz.it/

“L’oca di Roma”

Nel maggio del 1924, a Barcellona, si tenne la seconda esposizione mondiale di avicoltura. In quella sede l’Italia espose anche l’oca di Romagna e gli allevatori decisero di chiamarla oca di Roma. I visitatori, di diverse nazionalità, si chiesero incuriositi se quegli esemplari potessero appartenere alla razza che, come si narra, salvò il Campidoglio dai Galli di Brenno. Non vi è oggi come, ovviamente, allora risposta. Le prime fonti sull’allevamento dell’oca risalgono alla civiltà egizia (V Dinastia, 4000 a.C.). L’oca è citata anche da Omero che nel XV canto dell’Odissea narra di Elena che, nella corte di Menelao, allevò delle oche e, ancora nel XIX canto, fa raccontare a Penelope di un sogno in cui alleva oche. Tutto ciò a riprova che l’allevamento è molto antico. In Italia, fino alla seconda metà del ’900 fu pratica fiorente e diffusa in molte zone del Paese anche in virtù della presenza di aree umide al cui clima ben si adattavano le oche, e con esse anche le anatre. In particolare, l’allevamento dell’oca era ben sviluppato nel Veneto, nella Romagna nella bassa Lombardia. Intorno al 1910, nella provincia di Ravenna si stimava la presenza di non meno di centomila oche per un valore complessivo della ragguardevole cifra di 1.200.000 lire. Oggi la situazione è completamente diversa. In tutto il territorio nazionale sono allevate poco più 3500 oche di cui il 70 percento nel Veneto, il 20 in Umbria e la restante parte tra Lombardia e Piemonte. Un tempo la produzione era destinata alla carne, che veniva anche trasformata in salami tipici, al fois gras, alle piume e al piumino. Relativamente a quest’ultimo aspetto produttivo il Frau-Sanna (Allevamento dell’oca, 1940, REDA, Roma) scrive di una controversia, di lunga data, tra le massaie e le Società zoofile. La spiumatura era considerata pratica crudele e come tale condannabile. Alcuni agenti zoofili della provincia di Padova, intorno agli Anni 30 del secolo scorso, mandarono alla sbarra le diverse colpevoli … ma le massaie hanno avuto ragione e l’assoluzione fu completa per inesistenza del reato, … purché l’operazione sia condotta a maturazione del piumino e con garbo. Oggi le poche oche allevate sono destinate alla produzione di carne e alla trasformazione in produzioni tipiche in particolare nella zona della Lomellina.

Max Liebermann, Les plumeuses d’oies (1871)
Alte Nationalgalerie, Berlino

«Il bouledogue Bouboule»

Il cane, il più fedele compagno dell’uomo, è stato più volte ritratto. Molti sono i pittori che in epoche diverse hanno dedicato la loro attenzione al cane sia solo o più frequentemente in compagnia di dame e gentiluomini in scene di salotto o di caccia. Altre volte il cane è stato dipinto ai piedi di qualche santo, ed in particolare di San Rocco che è considerato anche il patrono del fedele compagno. Uno dei primi a ritrarre un cane fu Giotto che in uno degli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova dipinse Giacobbe accolto dal suo cane a cui fecero seguito molti altri artisti in ogni epoca. Raffaele Roncalli Amici, ha dedicato un’interessante articolo Il cane nella pittura italiana da Giotto (1304) a Carrà (1919) all’argomento (https://storiamedicinaveterinaria.com/2007-v-convegno-ciso-vet/ 117 – 121 ).

L’immagine che viene proposta oggi è un famoso disegno realizzato da Henri de Toulouse-Lautrec nel 1897: Bouboule, il bouledogue di Madame Palmyre proprietaria del cabaret “La Souris” (1897). Toulouse-Lautrec non si interessò unicamente a eccentrici personaggi e cavalli, infatti Bouboule, seduto di fronte, in altra occasione era stato ritratto di schiena in un primo piano di madame Palmyra. Si narra che avesse l’abitudine di mordere alle caviglie i clienti del cabaret.

H. Toulouse-Lautrec, le bouledogue Bouboule,
Musée Toulouse-Lautrec, Albi (F)

“Veterinaria al femminile”

L’8 marzo è la giornata internazionale dei diritti delle donne. Questa ricorrenza ci consente di ricordare l’attuale presenza femminile nell’ambito della professione che, fino a qualche decennio fa, era quasi ad esclusivo appannaggio maschile. Secondo i dati ufficiali il numero di medici veterinari iscritti all’Ordine, nel 2018, era di 33.302 di cui il 46,5% rappresentato da Colleghe. Numero certamente destinato a crescere. La presenza femminile non è sempre stata tale e, se si considera che le prime scuole veterinarie sono sorte nella seconda metà del ’700, appare solo relativamente recente.

Negli Atti del V Convegno di Storia della Medicina Veterinaria, che si tenne nel 2007, (https://storiamedicinaveterinaria.com/2007-v-convegno-ciso-vet/) la professoressa Alba Veggetti prendendo spunto da un articolo dal titolo Possono le signore laurearsi in medicina veterinaria tracciò la storia delle prime donne veterinarie. L’articolo, del 1914, faceva riferimento ad Aleen Cust che, iscrittasi nel 1894 al Royal Veterinary College di Edimburgo, una volta conseguita brillantemente la laurea si era vista negare, essendo donna, la possibilità di sostenere l’esame per l’abilitazione professionale in Inghilterra, fino al 1922. In Italia la prima laureata in Medicina veterinaria fu Jenny Barbieri, nel 1927, presso l’ateneo bolognese, ma per trovare la seconda, si dovette attendere fino al secondo dopoguerra se non la fine degli Anni 50. A Torino, la prima a laurearsi fu Anna Vigone, nel 1952, (https://storiamedicinaveterinaria.com/2019-1-convegno-a-i-s-me-ve-m/) seguita, l’anno successivo, da Valeria Tappi e quindi da Elena Ferreri, nel 1960.

L’immagine che oggi proponiamo, e che dedichiamo a tutte le colleghe che operano nell’ambito della Medicina veterinaria, è un acquerello realizzato dalla dottoressa Virginia Paolino, medico veterinario, che alla professione abbina un indubbio talento artistico. Il quadro è stato donato dall’A.I.S.Me.Ve.M. alla compianta professoressa Veggetti, prima veterinaria ad ottenere una cattedra universitaria, lo scorso ottobre in occasione dei trent’anni dal I Convegno di Storia della Medicina Veterinaria da lei fortemente voluto e organizzato.

V. Paolino – “Veterinaria al femminile” 2019. Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie – Bologna

Il Pittore dei cavalli

George Stubbs (1724-1806), il cui dipinto più noto – Whistlejacket – è esposto alla National Gallery di Londra è considerato uno dei maggiori “ritrattisti” di cavalli di sempre. Il suo talento si basava anche su una solida conoscenza dell’anatomia veterinaria. All’inizio della sua carriera, trascorse diciotto mesi studiando e disegnando l’anatomia dei cavalli. A tale scopo aveva allestito uno studio in una stalla in cui poteva appendere un cavallo morto a ganci appositamente fissati al soffitto ed eseguire le operazioni necessarie. Rimuoveva con cura la pelle e gli strati muscolari, disegnando ogni successivo passaggio da diverse angolazioni prospettiche mentre proseguiva la dissezione fino a raggiungere lo scheletro (L. Brunori e L. Cianti, La veterinaria nell’arte, Atti del I Convegno Nazionale A.I.S.Me.Ve.M., 2020, 177 – 212 (https://storiamedicinaveterinaria.com/2019-1-convegno-a-i-s-me-ve-m/). Nel 1759 l’artista presentò diciotto studi anatomici ma, sfortunatamente, nessun incisore fu disposto a dare seguito alle incisioni e quindi alla stampa. Stubbs decise quindi di stabilirsi a Londra e di procedere personalmente alla preparazione delle lastre di rame. Il libro fu pubblicato nel 1766, in 150 copie, grazie ad una sottoscrizione. Il risultato fu la prima edizione di The Anatomy of the Horse. Dal punto di vista artistico si può ritenere che tale opera, comprensiva di 18 tavole dedicate allo scheletro e 15 all’apparato muscolare, non sia mai stata eguagliata. Camper, allora professore di anatomia a Groninga, sollecitò più volte l’autore ad intraprendere anche la riproduzione dei visceri, ma Stubbs non si lasciò mai convincere.

George Stubbs – Whistlejacket (ca 1762) (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=861287)

Il Gatto, ma non nero!

Ogni anno, a partire dal 1990, il 17 febbraio ricorre la festa del gatto. Molto risalto è stato dato dal web a tale “ricorrenza”. Tra le ragioni di tale attenzione vi è anche il fatto che il gatto ha raggiunto una posizione preminente tra gli animali d’affezione e, secondo dati recenti, il numero di quelli che condividono stabilmente le mura domestiche ha superato i 7.500.000. Una stima per difetto che non può tener conto di tutti quei gatti che, pur “frequentando a debita distanza” gli esseri umani, mantengono tutta la loro autonomia di felini un po’ girovaghi. Oggi i gatti godono, come tutti i pets, di particolari cure ed attenzioni e se nell’antichità, basti pensare all’Antico Egitto, occupavano una posizione privilegiata, non è sempre stato così, in particolare per i gatti neri. In Italia, permane ancora oggi una certa percezione superstiziosa del gatto nero, da alcuni considerato messaggero di infausti presagi. Nulla di più falso! Non vi è la certezza, ma forse la cattiva nomea potrebbe risalire all’istituzione, nel 1233, dei Tribunali dell’Inquisizione. Come scrive C. Maddaloni (https://storiamedicinaveterinaria.com/2005-iv-convegno-ciso-vet-e-35wahmv/) negli Atti del IV Convegno di Storia della Medicina veterinaria (pp. 383 – 390) con l’emanazione della Bolla “Vox in Rama” da parte di Papa Gregorio IX per il gatto nero si prospettarono tempi duri, tanto da fargli vedere “i sorci verdi” e rimanere vittima di un vero e proprio olocausto. Dal quel momento infatti, e per molti anni a venire, verrà associato alla stregoneria e alle più disparate diavolerie. Tra i gatti neri più noti quello del manifesto pubblicitario di Steinlen, in piena Belle Époque, realizzato per l’omonimo locale di Montmarte.

T. A. Steinlen, Tournée du Chat Noir, 1896, Museo Van Gogh, Amsterdam.
Google Art Project.jpg

I 230 anni della Scuola Veterinaria milanese

Il 2021 è il 230° anno dalla fondazione della Scuola Veterinaria di Milano. Istituita nel 1790 i corsi presero avvio il 1° febbraio 1791. Ebbe inizio come Scuola di Veterinaria minore, ossia dell’arte del maniscalco, con finalità prettamente pratiche e senza legami con il mondo militare. Con l’avvento di Napoleone, fin dai primi anni dell’Ottocento fu innalzata al grado di Scuola superiore, analogamente alle scuole francesi. La prima sede si trovava nei locali dell’ex Lazzaretto e vi insegnarono i professori Giovanni Battista Volpi e Giovanni Battista Lucchini, entrambi formatisi in Francia. Nel 1808 la Scuola venne trasferita presso l’ex convento, degli Agostiniani, di Santa Francesca Romana nella zona dell’attuale Porta Venezia. In tale sede rimase fino al 1927 quando traslocò in via Celoria. Al termine del periodo napoleonico la “Reale Scuola Veterinaria di Milano” che, basata sul modello francese, aveva assunto la veste di un collegio convitto divenne con gli austriaci la “Imperial Regia Scuola Veterinaria di Milano”. Rimase tale fino al 1860 quando, cambiato il quadro di riferimento politico, assunse la denominazione di Regia Scuola Superiore di Medicina Veterinaria. Per approfondire l’argomento si veda: S. Twardzik “L’ Archivio della Regia Scuola superiore di medicina veterinaria di Milano, 1807-1934”, Inventario. Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2020.

Incisione ottocentesca [In Mandelli G., Lauria A. e Cozzi B. (a cura) La Scuola veterinaria di Milano – Due secoli di ordinamenti e statuti 1791-1991. Edizioni Sipiel Milano]

I rimedi naturali

Con la seconda metà dell’Ottocento, analogamente alla Medicina umana, anche la Medicina veterinaria assiste ad un impetuoso progresso delle conoscenze e con esse allo sviluppo delle diverse branche che a partire dall’anatomia si approfondiscono nella fisiologia, nell’anatomia patologica, nella chirurgia e nell’ostetricia per culminare, grazie a Pasteur, in quella che potremmo definire la rivoluzione della microbiologia grazie alle cui conoscenze si cominciò anche a comprendere le cause ed i meccanismi, e quindi la messa a punto di rimedi puntuali, delle malattie infettive e quasi contemporaneamente di quelle parassitarie. Nel giro di pochi anni si assiste alla nascita della Medicina veterinaria scientifica e con essa dell’igiene pubblica e dell’economia applicata alle produzioni animali: la zootecnia. Da “male necessario” l’allevamento assume un ruolo produttivo primario. Fino ad allora la pratica si limitava prevalentemente a facili procedure per cercare di curare semplici disturbi con la somministrazione di rimedi naturali o semplici atti come il salasso, la punzione del rumine, con il trequarti nel caso della timpanite ruminale, o con la ferratura, più o meno correttiva, o qualche “focatura” da parte di maniscalchi non sempre provetti nella pratica dell’arte della mascalcia. Per la verità la farmacopea disponeva di numerosi principi, alcuni anche molto importanti come la digitale. Tutti rimedi molto antichi derivati perlopiù da piante, insetti come la cantaride, o sostanze chimiche. Un vecchio testo inglese (1860) elenca oltre 3000 ricette destinate alla cura dell’uomo. Tuttavia, molti anni sarebbero dovuti trascorrere ancora prima che l’armamentario farmaceutico a disposizione del veterinario, ma anche del medico, diventasse pienamente efficace. L’immagine di oggi, un acquerello francese, ben descrive l’approccio dell’epoca alla cura delle malattie: un misto tra medicina popolare e stregoneria. Alla pervinca erano attribuite proprietà curative per le malattie degli occhi. L’immagine è tratta dal saggio di Gaston Vuillier, pubblicato nel 1899, “Chez les magiciens et les sorciers de la Corrèze” in Le Tour du Monde n° 44 du 4 novembre 1899 p. 524).

La vache malade ou le collier de pervenches
dall’originale conservato presso Pôle Musées de Tulle (F)