La giornata mondiale del medico veterinario

Ieri, come ogni ultimo sabato del mese di aprile, si è celebrata la giornata mondiale del medico veterinario. L’attività veterinaria si sviluppa in molteplici ambiti disciplinari e spazia dalla salute pubblica alla salute degli animali ed al loro benessere, all’ambiente. Quest’anno il World Veterinary Day ha per tema l’impegno che i veterinari stanno dedicando a proteggere la salute animale e umana durante la pandemia da COVID-19. L’immagine che oggi proponiamo è un’opera dell’artista statunitense, José Perez, e vuole rendere omaggio a tutti i medici veterinari. Con questo lavoro Perez ha idealizzato il medico veterinario, perfettamente integrato nel mondo animale, circondandolo con diversi animali, domestici e selvatici, e uccelli. Tutti lo osservano incuriositi ed attenti alle cure che egli sta praticando al piccolo orangotango che, con aria sconsolata, sta rassegnato, sulle sue ginocchia e lascia che gli venga sfilata una spina. Confidiamo che il consueto umorismo che contraddistingue questo artista possa farci sorridere, per un momento, rendendo più lievi le preoccupazioni di tutti questi mesi.

José S. Perez, The Veterinarian

World Veterinary Day

Ogni ultimo sabato del mese di aprile, in tutto il mondo, si celebra il World Veterinary Day. Quest’anno l’evento è dedicato al lavoro dei medici veterinari impegnati a proteggere la salute animale e umana durante la pandemia da COVID-19.

“La pastorizia”

Il sistema tradizionale di allevamento estensivo, a pascolo brado, di diverse specie animali è l’asse portante della pastorizia. Tuttavia, nell’immaginario collettivo, quando si parla di pastorizia il pensiero corre, quasi sempre, al pastore che, con l’ausilio del cane, custodisce il gregge. Alla tradizionale produzione di latte, destinato alla caseificazione, carne e lana -per gli ovini – la pastorizia assume ora un nuovo significato economico, un tempo non pienamente percepito e riconosciuto, quello dei servizi socio ambientali. Oggi, in molte realtà italiane la pastorizia assicura il mantenimento della biodiversità, del paesaggio e contribuisce al controllo del rischio idrogeologico in particolare nelle aree collinari e montane. Tuttavia, il settore soffre di varie difficoltà, tra cui il ricambio generazionale. Per quanto attiene agli ovini, l’attuale consistenza del patrimonio nazionale è di circa 6.300.000 capi, nel 1918 – al termine della I Guerra Mondiale – erano oltre 11.500.000. Le regioni con il maggior numero di pecore sono la Sardegna con 48% dei capi, seguita da Sicilia (12%), Lazio (10%) e Toscana (5%) ed il restante 25% distribuito nelle altre regioni. La razza sarda è quella maggiormente rappresentata con oltre 3.600.000 capi. Per quanto alla produzione di lana, un tempo ampiamente ricercata, oggi è praticamente un prodotto di bassissimo valore e di difficile collocazione sul mercato.

L’immagine che viene proposta riproduce un’opera di Giovanni Segantini. Il pittore più volte rappresentò degli ovini nei propri dipinti, talvolta come soggetti principali come nella “Benedizione delle pecore” oppure comprimari come nel caso di “Pomeriggio sulle Alpi” o della “Ragazza che fa la calza”, ma sempre con grande realismo.

Giovanni Segantini , Ave Maria a trasbordo (1886),
Museo G. Segantini , St. Moritz (CH)

“1791: la Scuola Veterinaria di Modena”

Era il 1787 quando Ercole III d’Este, Duca di Modena, preso atto “che la medicina dei bruti era sussidio a quella dell’uomo ed aiuto all’economia rurale” decise di inviare a Ferrara due medici, Vincenzo Veratti e Luigi Maria Misley affinché seguissero le lezioni che venivano impartite nella locale Scuola di Veterinaria istituita l’anno precedente. Compiuto il primo biennio di studi vennero inviati, per completare il secondo, alla Scuola di Lione. Nel 1791, al loro rientro, il Duca decretò l’apertura della Scuola che, nonostante il potere degli Estensi fosse stato sostituito, nel 1796, da quello napoleonico, poté funzionare fino al 1807 quando il viceré Eugenio di Beauharnais, ne ordinò la chiusura ed il trasferimento dei due docenti Luigi Misley e Luigi Leroy, proveniente da Ferrara e subentrato al Veratti che era deceduto nel 1804, alla Scuola di Milano. Alla caduta del governo francese, nel 1814, nel Ducato venne a crearsi una situazione caratterizzata dall’assenza di una Scuola di veterinaria “Ducale”. Con l’approvazione del governo, si aprirono diverse scuole ad iniziativa privata di cui le quattro più note furono quella di Domenico Trenti a Modena; di Angelo Fabbi a Reggio Emilia; di Quirino Rossi a Correggio e Giuseppe Eletti a Carpi. Tale stato di cose durò fino al 1827 quando se ne decise la fusione al fine di riattivare una nuova Scuola veterinaria del governo Ducale. Nel 1861, il neonato Regno d’Italia si ritrovò ad avere, nelle provincie Emiliano – Romagnole ben quattro Scuole di Veterinaria attive: Parma, Bologna, Ferrara e Modena e, con esse, la necessità di affrontare a livello nazionale la riorganizzazione dell’istruzione e della formazione dei veterinari “italiani”. Tale situazione fu esaminata nel I Congresso dei Docenti Veterinari d’Italia svoltosi a Milano dal 10 al 15 aprile del 1865. A maggioranza fu votata una mozione con quale si affermava che quattro Scuole erano sufficienti a garantire la formazione dei futuri veterinari del Regno. Le prime tre sedi furono agevolmente individuate nelle Scuole di Torino, Milano e Napoli. Il dibattito fu invece più acceso per la scelta della quarta che fu identificata in Bologna. Nei fatti, la proposta fu concretizzata solo in parte ed in tempi successivi. Delle quattro antiche Scuole Emiliano-Romagnole, Ferrara cessò i suoi insegnamenti nel 1880 e Modena, a seguito della “riforma Gentile”, con la fine dell’anno accademico 1923 – 1924. Per Parma la proposta non fu mai presa in considerazione. Nel momento in cui la Scuola venne disattivata il corpo docente traslocò in parte a Milano ed in parte a Bologna. Tra i docenti di maggior prestigio della Scuola di Modena si possono ricordare Giovanni Generali (1834 – 1915), Ermenegildo Reggiani (1872 – 1944), Giuseppe Tampellini (1839 – 1907), Eduardo Chiari (1859 – 1918), Alberto Ascoli (1877 – 1957). Da quanto brevemente esposto appare evidente che la Scuola di Modena fu più volte vittima delle decisioni politiche. Ad Ercole III va riconosciuta la lungimiranza nel decretare la fondazione di una Scuola, nello stesso anno in cui aprì anche quella di Milano, in grado di assicurare la formazione veterinaria nel Ducato di Modena. Per maggiori informazioni si rimanda all’articolo di M.E. Turba e coll. (2007) al link https://storiamedicinaveterinaria.com/2007-v-convegno-ciso-vet/ pag. 241 – 247.

Ritratto di Ercole III D’Este, Duca di Modena, (Jacopo Moretti, 1781) Museo Civico d’Arte di Modena

Pasqua 2021

La Pesach, la Pasqua ebraica, celebra la liberazione degli Ebrei dall’Egitto grazie a Mosè. La parola ebraica Pesach significa “passare oltre”, “tralasciare” e deriva dal racconto della decima piaga, nella quale il Signore comandò agli Ebrei di segnare con il sangue dell’agnello le porte delle case di Israele permettendogli di andare oltre, colpendo così solo le case degli Egizi. La Pesach indica quindi la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli Egizi e l’inizio di una nuova libertà, con Dio, verso la terra promessa.

Con l’avvento del cristianesimo la Pasqua ha acquisito un nuovo significato, indicando il passaggio dalla morte alla vita per Gesù Cristo e il passaggio a vita nuova per i cristiani, liberati dal peccato con il sacrificio sulla croce e chiamati a risorgere con Gesù. Perciò la Pasqua cristiana è detta Pasqua di resurrezione, mentre quella ebraica di liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

In questo particolare momento ci sia consentito l’auspicio per tutti che la Santa Pasqua, accanto al tradizionale significato cristiano rappresenti l’inizio di un “passare oltre” al tragico periodo storico che stiamo vivendo a causa della pandemia da COVID-19. Rappresenti, in sostanza, l’inizio della nostra liberazione da questo devastante flagello.

Con l’immagine di uno dei dipinti più noti di Carlo Pittara che raffigura un gregge, sotto la pioggia, che rientra all’ovile e attende il ritorno di tempi migliori auguriamo a tutti una Pasqua di serenità.

Carlo Pittara, Ritorno alla stalla (ca. 1866), Galleria Arte Moderna – Torino

“L’asino nelle raffigurazioni sacre”

La ricorrenza della Domenica delle Palme, che celebra l’inizio della Settimana Santa, offre lo spunto per rendere omaggio all’asino, “parente povero” del cavallo. La raffigurazione di tale animale nella pittura sacra è assai frequente, basti pensare alle molte natività, alla fuga in Egitto e, appunto a Gesù che entra in Gerusalemme, a dorso di un’asina. Quest’ultima immagine è rilevante già nell’arte paleocristiana e l’evento è raffigurato su numerosi sarcofaghi romani. Lo storico dell’arte Thomas Mathews ritiene che con la raffigurazione dell’asino si possa identificare […] un nuovo atteggiamento nei confronti dell’intero regno animale. Se il mondo classico a volte traeva insegnamenti morali dal comportamento degli animali e faceva loro impersonare drammi umani, come nel caso delle favole di Esopo, la mentalità̀ cristiana in qualche modo li concepì come dei collaboratori agli sforzi degli umani […]. L’addomesticazione dell’asino risale al 5000 a.C. ad opera degli Egizi e delle popolazioni della Mesopotamia e da qui si è diffuso in tutto il mondo. Da allora ha accompagnato l’uomo nelle sue fatiche, soprattutto come animale da lavoro destinato al tiro dell’aratro, a far girare il frantoio ed il mulino, a sollevare l’acqua, ma anche per il trasporto di merci e persone e, al bisogno, per dare carne e latte le cui peculiarità erano già note a Cleopatra, e descritte da Ippocrate e Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Naturalis Historia.  In Italia oggi, essendo venute meno le necessità d’impiego rispetto ai primi anni del ’900, il numero di asini ha subito, una forte contrazione passando da circa un milione di capi a 650.000 agli inizi degli Anni 40, per scendere ancora a circa 25.000 all’inizio del 2000. Oggi gli effettivi presenti, circa 27.000, appartengono alle razze Amiatina, Asinara, Grigia Siciliana, Martina Franca, Pantelleria, Ragusana, Romagnola e Sarda. Nei confronti di tali razze si rendono oggi necessari attenti interventi di salvaguardia del germoplasma ad evitare che vadano ad aggiungersi alle razze già estinte: Cariovilli, Castelmorone, Emiliano, Grigio Viterbese, Irpinia, Sant’Alberto. Oggi gli asini trovano largo impiego nella pet-therapy (onoterapia), nell’onoturismo e, stante la riscoperta delle proprietà nutrizionali del latte, nell’alimentazione dei bambini e nella cura della persona.

Giotto da Bondone, Gesù entra a Gerusalemme (1303-1305) Cappella degli Scrovegni Padova (https://en.wikipedia.org/)

La Fondazione “A. Pastorelli” per la Storia della Veterinaria

In questo periodo in cui gli eventi in presenza sono impossibili, la Fondazione Iniziative Zooprofilattiche e Zootecniche “Angelo Pecorelli” non si è persa d’animo e si è fattivamente impegnata per la promozione e realizzazione di attività formative a distanza (FAD). L’ attività  “Storia della Medicina Veterinaria e Mascalcia” ci vede concretamente partecipi come Associazione. Tutte le informazioni per poter partecipare all’evento FAD sono reperibili sul sito della Fondazione https://www.fondiz.it/

“L’oca di Roma”

Nel maggio del 1924, a Barcellona, si tenne la seconda esposizione mondiale di avicoltura. In quella sede l’Italia espose anche l’oca di Romagna e gli allevatori decisero di chiamarla oca di Roma. I visitatori, di diverse nazionalità, si chiesero incuriositi se quegli esemplari potessero appartenere alla razza che, come si narra, salvò il Campidoglio dai Galli di Brenno. Non vi è oggi come, ovviamente, allora risposta. Le prime fonti sull’allevamento dell’oca risalgono alla civiltà egizia (V Dinastia, 4000 a.C.). L’oca è citata anche da Omero che nel XV canto dell’Odissea narra di Elena che, nella corte di Menelao, allevò delle oche e, ancora nel XIX canto, fa raccontare a Penelope di un sogno in cui alleva oche. Tutto ciò a riprova che l’allevamento è molto antico. In Italia, fino alla seconda metà del ’900 fu pratica fiorente e diffusa in molte zone del Paese anche in virtù della presenza di aree umide al cui clima ben si adattavano le oche, e con esse anche le anatre. In particolare, l’allevamento dell’oca era ben sviluppato nel Veneto, nella Romagna nella bassa Lombardia. Intorno al 1910, nella provincia di Ravenna si stimava la presenza di non meno di centomila oche per un valore complessivo della ragguardevole cifra di 1.200.000 lire. Oggi la situazione è completamente diversa. In tutto il territorio nazionale sono allevate poco più 3500 oche di cui il 70 percento nel Veneto, il 20 in Umbria e la restante parte tra Lombardia e Piemonte. Un tempo la produzione era destinata alla carne, che veniva anche trasformata in salami tipici, al fois gras, alle piume e al piumino. Relativamente a quest’ultimo aspetto produttivo il Frau-Sanna (Allevamento dell’oca, 1940, REDA, Roma) scrive di una controversia, di lunga data, tra le massaie e le Società zoofile. La spiumatura era considerata pratica crudele e come tale condannabile. Alcuni agenti zoofili della provincia di Padova, intorno agli Anni 30 del secolo scorso, mandarono alla sbarra le diverse colpevoli … ma le massaie hanno avuto ragione e l’assoluzione fu completa per inesistenza del reato, … purché l’operazione sia condotta a maturazione del piumino e con garbo. Oggi le poche oche allevate sono destinate alla produzione di carne e alla trasformazione in produzioni tipiche in particolare nella zona della Lomellina.

Max Liebermann, Les plumeuses d’oies (1871)
Alte Nationalgalerie, Berlino

«Il bouledogue Bouboule»

Il cane, il più fedele compagno dell’uomo, è stato più volte ritratto. Molti sono i pittori che in epoche diverse hanno dedicato la loro attenzione al cane sia solo o più frequentemente in compagnia di dame e gentiluomini in scene di salotto o di caccia. Altre volte il cane è stato dipinto ai piedi di qualche santo, ed in particolare di San Rocco che è considerato anche il patrono del fedele compagno. Uno dei primi a ritrarre un cane fu Giotto che in uno degli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova dipinse Giacobbe accolto dal suo cane a cui fecero seguito molti altri artisti in ogni epoca. Raffaele Roncalli Amici, ha dedicato un’interessante articolo Il cane nella pittura italiana da Giotto (1304) a Carrà (1919) all’argomento (https://storiamedicinaveterinaria.com/2007-v-convegno-ciso-vet/ 117 – 121 ).

L’immagine che viene proposta oggi è un famoso disegno realizzato da Henri de Toulouse-Lautrec nel 1897: Bouboule, il bouledogue di Madame Palmyre proprietaria del cabaret “La Souris” (1897). Toulouse-Lautrec non si interessò unicamente a eccentrici personaggi e cavalli, infatti Bouboule, seduto di fronte, in altra occasione era stato ritratto di schiena in un primo piano di madame Palmyra. Si narra che avesse l’abitudine di mordere alle caviglie i clienti del cabaret.

H. Toulouse-Lautrec, le bouledogue Bouboule,
Musée Toulouse-Lautrec, Albi (F)

“Veterinaria al femminile”

L’8 marzo è la giornata internazionale dei diritti delle donne. Questa ricorrenza ci consente di ricordare l’attuale presenza femminile nell’ambito della professione che, fino a qualche decennio fa, era quasi ad esclusivo appannaggio maschile. Secondo i dati ufficiali il numero di medici veterinari iscritti all’Ordine, nel 2018, era di 33.302 di cui il 46,5% rappresentato da Colleghe. Numero certamente destinato a crescere. La presenza femminile non è sempre stata tale e, se si considera che le prime scuole veterinarie sono sorte nella seconda metà del ’700, appare solo relativamente recente.

Negli Atti del V Convegno di Storia della Medicina Veterinaria, che si tenne nel 2007, (https://storiamedicinaveterinaria.com/2007-v-convegno-ciso-vet/) la professoressa Alba Veggetti prendendo spunto da un articolo dal titolo Possono le signore laurearsi in medicina veterinaria tracciò la storia delle prime donne veterinarie. L’articolo, del 1914, faceva riferimento ad Aleen Cust che, iscrittasi nel 1894 al Royal Veterinary College di Edimburgo, una volta conseguita brillantemente la laurea si era vista negare, essendo donna, la possibilità di sostenere l’esame per l’abilitazione professionale in Inghilterra, fino al 1922. In Italia la prima laureata in Medicina veterinaria fu Jenny Barbieri, nel 1927, presso l’ateneo bolognese, ma per trovare la seconda, si dovette attendere fino al secondo dopoguerra se non la fine degli Anni 50. A Torino, la prima a laurearsi fu Anna Vigone, nel 1952, (https://storiamedicinaveterinaria.com/2019-1-convegno-a-i-s-me-ve-m/) seguita, l’anno successivo, da Valeria Tappi e quindi da Elena Ferreri, nel 1960.

L’immagine che oggi proponiamo, e che dedichiamo a tutte le colleghe che operano nell’ambito della Medicina veterinaria, è un acquerello realizzato dalla dottoressa Virginia Paolino, medico veterinario, che alla professione abbina un indubbio talento artistico. Il quadro è stato donato dall’A.I.S.Me.Ve.M. alla compianta professoressa Veggetti, prima veterinaria ad ottenere una cattedra universitaria, lo scorso ottobre in occasione dei trent’anni dal I Convegno di Storia della Medicina Veterinaria da lei fortemente voluto e organizzato.

V. Paolino – “Veterinaria al femminile” 2019. Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie – Bologna